lunedì , 19 febbraio 2018
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Il premier britannico Cameron, al centro, visita un sito di estrazione di shale gas a Gainsborough © Number 10 - Flickr 2014

Shale gas, una rivoluzione energetica quasi fallita

Sembrava essere il fenomeno che avrebbe fornito un netto contributo alla ripresa delle economie sviluppate, ma oggi, l’era del gas da argille, shale gas in inglese,  sembra essere giunta ad un punto di non ritorno.

Le ragioni del suo successo si possono trovare nei benefici economici ed energetici che l’estrazione di shale gas ha portato fino al 2014 ai Paesi occidentali. I miliardi di metri cubi di gas metano da argille estratti negli Stati Uniti hanno supportato la ripresa economica americana, garantendo l’indipendenza dalle importazioni ed energia a basso costo. Lo stesso Barack Obama ha parlato di creazione di 600 mila posti di lavoro e di riserve tali da coprire il fabbisogno energetico per 100 anni. Anche l’International Energy Agency ha supportato questa politica energetica, prevedendo aumenti dei consumi di energia, che ad oggi, però, al contrario, hanno subito un forte calo.

La speranza shale gas

Allo stesso modo, a partire dal 2009, i Paesi europei hanno dato avvio a consistenti operazioni di ricerca di shale gas nei loro territori. Lo scopo: diminuire notevolmente la dipendenza energetica da Paesi non europei e aumentare la sicurezza energetica comunitaria.

Il premier britannico David Cameron ha aperto, negli ultimi anni, migliaia di chilometri di campagna inglese alle operazioni di estrazione del gas. L’inizio del fracking, nome tecnico per definire la procedura di estrazione del gas da argille basata sulla fatturazione idraulica, ha provocato energiche proteste da parte dei cittadini, ma il Primo Ministro ha deciso di continuare le trivellazioni garantendo un ritorno, in termini economici e di sicurezza energetica, enorme.  Anche Polonia, Francia, Bulgaria, Romania Paesi Bassi, Germania e Svezia hanno dimostrato un crescente interesse, supportate dagli investimenti delle compagnie petrolifere ENI ed Exxon.

Ma l’entusiasmo iniziale è andato scemando in poco tempo.

Sulla via del tramonto

Lo shale gas, che da sempre si scontra contro le proteste degli ambientalisti di tutto il mondo per le tecniche di estrazione fortemente inquinanti e dannose per il territorio, oggi è diventato poco conveniente anche dal punto di vista economico: costi e rischi troppo alti.  I costi di estrazione non possono più reggere la concorrenza  delle quotazioni del greggio, intorno ai 50 dollari al barile. I giacimenti di gas da argille sono nati per essere concorrenziali a prezzi del petrolio di 90 dollari al barile, ma il disastroso crollo delle quotazioni del prezzo del greggio a partire dal luglio 2014 sostenuto dall’OPEC, ha reso poco competitiva la sua estrazione, provocando il fallimento di numerose compagnie.

Anche in Europa, la rivoluzione dello shale gas sembra essere fallita. L’ottimismo iniziale si è trasformato in una brusca frenata. Nel 2009 la Exxon aveva rinunciato alle trivellazioni in Ungheria, successivamente, la Francia ha proibito l’estrazione di gas con la tecnica del fracking. Anche la Germania ha contestato duramente la fatturazione idraulica e, ad oggi, solo la Polonia e la Gran Bretagna hanno deciso di continuare la ricerca all’interno dei loro territori, nonostante le proteste dei cittadini diventino sempre più accese.

L' Autore - Elisa Pulvino

Laureata in Scienze Politiche - percorso di Cultura Politica presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi sulle politiche energetiche europee relative al gas naturale. Da sempre appassionata di geopolitica, storia contemporanea e difesa dei diritti umani. Nutro un forte interesse per le politiche energetiche adottate dall’ Unione Europea in vista di uno sviluppo sostenibile per le generazioni future. Dopo la laurea, ho frequentato un corso di perfezionamento della lingua inglese a Newcastle Upon Tyne e mi piace definirmi cittadina del mondo. Orgogliosa di scrivere per Europae.

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