martedì , 20 febbraio 2018
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Vladimir Putin e il CEO di Gazprom Alexej Miller © Gazprom 2012

South Stream addio. Putin scarica l’UE, ma la Russia vacilla

Lunedì 1 dicembre Alexej Miller, CEO di Gazprom, ha annunciato il dietrofront della Russia dal progetto per la costruzione di South Stream. Il giorno stesso, a distanza di poche ore, Vladimir Putin in visita ad Ankara, in una conferenza stampa congiunta con Erdogan, ha ribadito lo stesso concetto, affermando che “se l’Europa non vuole realizzarlo, non verrà realizzato”.

Parole che, apparentemente, segnano la fine di South Stream, il gasdotto che doveva portare il gas della Siberia Occidentale in Europa, bypassando l’Ucraina.Un progetto nato tra mille difficoltà.  Difficoltà legate alla complessità del tracciato, sia da un punto di vista geografico (le tubature avrebbero dovuto attraversare i fondali del Mar Nero), sia dal punto di vista della contrattazione (South Stream avrebbe attraversato, in tutte le sue diverse ipotesi di progetto, numerosi Paesi membri dell’Unione Europea). Il primo grande ostacolo è stata la competizione con Nabucco, altro  gasdotto che, nei piani di Bruxelles, avrebbe dovuto portato gas dal Caspio, con l’obiettivo di diversificare le risorse energetiche europee. Progetto a cui però è stato preferito South Stream, con lo stupore di molti. Probabilmente a fare la differenza sono stati i maggiori interessi di compagnie energetiche europee come ENI, EDF e Wintershall coinvolte nella joint venture con Gazprom.

Se i costi, la competizione con Nabucco, le complicazioni relative al tracciato sono stati problemi che South Stream, sotto la spinta di Gazprom, sembrava in grado di risolvere, così non è stato per la crisi ucraina. Il conflitto, che ha portato UE e Russia a confrontarsi a suon di minacce di interruzioni di flussi di gas e sanzioni, ha avuto come terreno di scontro proprio South Stream. Per mettere i bastoni fra le ruote di Mosca e di Gazprom, Bruxelles ha giocato la carta del terzo pacchetto energetico, in cui si afferma che il produttore di gas non può esserne anche il distributore. Con questa motivazione la Commissione Europea ha intimato quest’estate al Primo Ministro bulgaro Bojko Borisov di interrompere le trattative con Mosca per il passaggio di South Stream sul proprio territorio.

Perché è saltato l’accordo? Secondo Putin, la colpa sarebbe da attribuire all’UE, che avrebbe ripetutamente preso tempo, rallentando così la fase preliminare del progetto, ovvero quella riguardante le firme con i Paesi interessati e la concessione degli appalti. Indubbiamente Bruxelles non si è mai mostrata particolarmente entusiasta di South Stream e la crisi ucraina non ha fatto altro che incrementare lo scetticismo dell’UE verso il progetto, in evidente conflitto con l’obiettivo di diversificare i propri fornitori di gas al fine di garantire una maggiore sicurezza energetica europea.

Tuttavia, la fine di South Stream non sarebbe solamente da imputare agli europei. Abbandonare un progetto così costoso potrebbe essere stata un’esigenza di Mosca. L’economia russa è infatti in grande difficoltà. È, al momento, il Paese più danneggiato dal bassissimo costo del petrolio, che ha sempre garantito linfa vitale per le casse di Mosca. Inoltre, un inverno particolarmente mite sul Vecchio Continente non sta garantendo gli introiti che Mosca si aspettava attraverso la vendita di gas.

Insomma, la recessione economica in Russia prevista per il 2015 e annunciata in questi giorni potrebbe spiegare la scelta di tempo con cui Putin ha voluto comunicare l’abbandono del progetto. Come si spiega però la decisione del Presidente russo di comunicarlo proprio da Ankara? Probabilmente una mossa politica. Se l’UE è riuscita a portare sotto la sua influenza buona parte dell’Ucraina, Mosca ora vorrebbe fare altrettanto con la Turchia. Lo dimostra il nuovo accordo commerciale con Ankara che prevede un incremento del 20 % delle forniture di gas tramite Blue Stream, con uno sconto del 6%.

Ma non è tutto. Durante la conferenza stampa Putin ha annunciato che tra Russia e Turchia verrà costruito un nuovo gasdotto, sostanzialmente l’equivalente di South Stream per capacità di trasporto e profitti per Mosca. Un annuncio importante, che potrebbe però rivelarsi un’arma a doppio taglio. Se il gasdotto turco non verrà infatti realizzato nei tempi dichiarati, sarà evidente come queste dichiarazioni siano state un mero bluff e, conseguentemente, che  Mosca abbia dovuto rinunciare a South Stream non solo per colpa di Bruxelles, ma soprattutto a causa delle proprie ristrettezze economiche.

L' Autore - Nicola Costanzo

Responsabile Energia - Laureato magistrale in Scienze Internazionali all’Università di Torino con una tesi sul ruolo che Aldo Moro ebbe nella politica mediorientale italiana e nei relativi rapporti con gli Stati Uniti. Appassionato di relazioni internazionali, geopolitica e politica energetica, nutro un forte interesse verso le relazioni che l’Europa intesse con il resto del mondo. Orgoglioso di fare parte di questa rivista.

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