giovedì , 16 agosto 2018
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ETER, la banca dati delle università europee

L’Unione Europea lancia un nuovo strumento per orientarsi nella babele dei sistemi educativi europei. Si tratta del Registro Europeo dell’Educazione Terziaria (ETER), un’enorme banca dati in cui trovare informazioni su 2.250 università di 36 Paesi. Oltre a quelle presenti sul territorio nazionale degli Stati membri, sono infatti contemplate nel Registro anche le università dei Paesi parte dello Spazio Economico Europeo (Norvegia, Liechtenstein e Islanda), quelle della Svizzera e di alcuni Paesi candidati all’ingresso nell’UE (Montenegro, Serbia, Turchia e la Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia).

Tra i dati disponibili – e quindi comparabili – notizie circa i vari istituti (come l’anno di fondazione o la descrizione della regione in cui si trovano), informazioni sugli studenti (come il numero degli immatricolati ogni anno, la percentuale di quanti arrivano a conseguire laurea e dottorato o di quanti prendono parte a progetti di mobilità) e sul personale (accademico e non) e, ancora, dettagli circa l’attività di ricerca. Alcuni istituti metteranno inoltre a disposizione anche dati relativi al bilancio finanziario.

Ma per chi è stato pensato principalmente questo Registro? Innanzitutto per gli studenti, in modo che possano compiere con maggior consapevolezza le scelte relative ai loro percorsi di studi e sfruttare così al meglio le opportunità che l’Europa già offre, come il programma Erasmus+. Ma questo strumento è stato ideato anche per le università stesse, affinché grazie al confronto con le concorrenti europee possano individuare e sviluppare i propri punti di forza. Infine, ETER è stato pensato anche per fornire ai policy maker uno strumento che permetta loro di definire quali scelte strategiche adottare per riformare l’istruzione superiore.

Con obiettivi simili a quelli perseguiti dall’ETER, l’Unione aveva già lanciato a maggio l’U-Multirank, un nuovo sistema di classificazione delle università di 70 Paesi (e quindi non più limitato all’area europea), la cui peculiarità consiste principalmente nel non limitarsi a stilare la classifica dei migliori istituti a livello mondiale: esso consente, al contrario, la messa a punto di valutazioni che tengano conto di più indicatori. Si può quindi osservare come l’Università di Trieste, una delle 31 università italiane già inserite nella piattaforma consultabile online, ottenga il massimo voto (una A, in una scala di giudizi dalla A, molto buono, alla E, pessimo) per i propri progetti di ricerca, per la visibilità delle pubblicazioni e per la percentuale di studenti laureati che lavorano nella regione, ma trovi nel numero di tirocini forniti a livello locale il proprio punto debole.

Se si considera poi che gli indicatori presi in considerazione per ciascuna università sono 30, raggruppati in 5 aree diverse (insegnamento e apprendimento, coinvolgimento degli organi locali, trasferimento delle conoscenze, internazionalizzazione e ricerca), è facile rendersi conto delle possibilità offerte da questo strumento che contempla per ora solo 4 principali aree di studio (fisica, ingegneria meccanica, ingegneria elettronica ed economia), ma che è destinato ad essere ulteriormente ampliato nei prossimi mesi.

La strategia Europa 2020 ha individuato proprio nell’educazione uno dei punti chiave su cui lavorare per avere una crescita intelligente, sostenibile e solidale. Gli obiettivi quantitativi fissati in questo ambito consistono in un aumento degli investimenti in ricerca e sviluppo fino al 3% del PIL dell’UE, una riduzione del tasso di abbandono scolastico precoce al di sotto del 10% e un aumento al 40% dei 30-34enni con un’istruzione universitaria. Detto ciò, non c’è dubbio che – con misure quali l’ETER e l’U-Multirank –  l’UE miri anche ad aumentare il numero delle università europee ai primi posti nei ranking mondiali.

La via che l’Europa sembra suggerire è quella di una maggiore specializzazione da parte dei poli universitari, che ad oggi tendono a competere in troppe aree, riuscendo a fatica a raggiungere livelli di eccellenza nel panorama mondiale. Quanto queste ultime due misure si dimostreranno realmente utili potrà essere valutato solo a posteriori, ma senza dubbio l’obiettivo non dichiarato al quale l’Europa tende è avere altre università europee, oltre alle università inglesi di Cambridge e Oxford e allo Swiss Federal Institute of Technology di Zurigo, tra le 20 migliori al mondo.

Foto © Uniinnsbruck / Flickr 2008

L' Autore - Giulia Ferrero

Responsabile Istruzione e Politiche giovanili - Iscritta al corso di laurea magistrale in Letteratura, Filologia e Linguistica Italiana presso l’Università degli Studi di Torino, frequento allo stesso tempo la Scuola di Studi Superiori di Torino, ricoprendo all’interno del Comitato Scientifico di quest’ultima il ruolo di rappresentante degli studenti. Quest’incarico, un semestre di studi nel cuore dell’Europa presso l’Université Catholique de Louvain (Belgio) e la collaborazione ad alcune attività dell’EUCA (European University College Association) mi hanno portato ad interessarmi di politiche europee a sostegno della cultura e dell’istruzione, certa che la vera integrazione europea debba passare innanzitutto per i banchi di scuola.

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One comment

  1. Direi che una delle notizie principali è l’entrata in classifica dell’università Marconi, privata romana con più di 15.600 studenti che eroga anche lezioni telematicamente. Strano che l’Europa si renda conto di questo tipo di didattica e che l’Italia lo ignori, d’altronde nel nostro paese ci sono fin troppi interessi in ballo e i progetti rivoluzionari non vengono nemmeno considerati. Fortunatamente gli stessi studenti danno ragione a queste nuove realtà.

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