mercoledì , 15 agosto 2018
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Francia: laicità valore a rischio?

L’articolo primo della Costituzione Francese del 1958 dice molto sullo spirito di questo Paese : “… La Francia é una Repubblica indivisibile, laica, democratica e sociale. Essa assicura l’uguaglianza davanti alla legge di tutti i cittadini senza distinzione di origine, di razza o di religione…”. È proprio sulla base di questo articolo, che non fa altro che mettere per iscritto un vero e proprio credo nella separazione tra Stato e religione, che è stato fatto affondare il progetto di un Trattato che adottava una Costituzione per l’Europa nel 2005. Frase non gradita al popolo dei Gaulois era il richiamo alle radici cristiane dell’Europa.

Capire il perché è abbastanza semplice: basta parlare con i ragazzi che ancora studiano in un sistema scolastico francese incentrato sulla Révolution come causa prima dei “Temps Modernes”, in cui il Paese è ancora immerso, e su Napoleone, come creatore dell’Europa moderna, progressista e illuminata. Rimane il fatto che questa é solo l’immagine che la Francia vuole dare di sé e che nasconde molte contraddizioni causate, in primis, dall’immigrazione che continua a essere sostenuta, nonostante l’apice sia stato raggiunto durante il periodo della decolonizzazione.

In particolare, la minoranza musulmana si ribella a partire dagli anni Novanta alla totale espulsione della sfera pubblica della spiritualità. Il velo, che può essere di varie fogge e dimensioni a seconda che sia un hijab, uno tchador o un burka, è stato stigmatizzato dai “Républicains” (sia di destra che di sinistra) come simbolo di una mancata assimilazione e non integrazione, già avvenuta sotto molti aspetti, delle giovani musulmane.

Con la legge “salomonica” del 15 marzo 2004, elaborata sugli esiti del lavoro della commissione Stasi, è stato vietato di portare segni di appartenenza religiosa troppo visibili. Sono ammesse dunque piccole croci, manine di Fatima, stelle di David, medagliette votive. Sono escluse invece la kippa ebraica e il velo islamico. Nel 2013 é stata poi emanata una Carta della Laicità, che deve essere affissa in tutti i luoghi dell’Educazione nazionale e che riprende all’articolo 14 il contenuto della proibizione della legge precitata.

E’ indubbio che il velo abbia un significato polisemico: può essere sì un’imposizione, ma anche l’unico strumento della donna per uscire di casa e andare all’università, oppure una libera scelta di esibizione della propria fede. L’identità dei migranti é un fenomeno complesso e le tesi di Seyla Benhabib, professoressa a Yale, sui confini porosi sono state confermate dall’esperienza di chi scrive grazie alla frequentazione di un’università in periferia a Parigi, dove le francesi musulmane di seconda o terza generazione sono la stragrande maggioranza. Queste ragazze molto spesso sono identificabili come appartenenti al movimento “mipsterz” (musulmani hipster), in base al quale non rinunciano alle loro radici ( il velo), ma nemmeno alla moda dei Paesi occidentali in cui sono cresciute.

Ma il velo può diventare una discriminazione sul luogo di lavoro? Secondo Fatima Afif, vicedirettrice aggiunta dell’asilo privato Baby-Loup, sì. La signora è stata licenziata nel 2008 per faute grave (colpa grave), perché, nonostante un provvedimento sanzionatorio preventivo della direzione che le aveva imposto di stare a casa, si è presentata lo stesso a lavorare con il velo, atto che aveva già ripetuto in passato. Una palese violazione del regolamento dell’istituto, che é volto alla promozione di un ambiente laico, in cui i bambini di una zona socialmente difficile possano crescere serenamente, senza condizionamenti. La Corte di Cassazione, in assemblea plenaria, il 25 giugno 2014, ha stabilito che, secondo gli articoli L.1121-1 e L. 1321-3 del codice del lavoro, la limitazione della manifestazione delle convinzioni religiose del lavoratore, nel caso concreto, è giustificata dalla natura del compito da svolgere e proporzionata allo scopo ricercato e che quindi il licenziamento è valido.

Questo caso è stato largamente nel mirino dei media, anche se negli ultimi tempi il tema era passato in secondo piano. Tuttavia il grande dibattito ideologico, politico e giuridico sull’argomento non cessa ed è dimostrato anche dalla lunghissima motivazione della sentenza (in Francia di solito sono di una pagina scarsa), che tradisce come l’Alta Corte sia cosciente dell’importanza degli interessi in gioco.

(Foto: Ranoush – www.flickr.com)

 

L' Autore - Francesca Gennari

Emiliana, Europeista, Entusiasta. Appartengo alla specie libris famelica, amo viaggiare e nel tempo "libero" frequento il Collegio di merito Bernard Clesio, il secondo anno presso la facoltà di Giurisprudenza di Trento e il terzo presso Université Paris 13 nell'ambito del programma doppia laurea. Sogno una Costituzione per l'Europa e credo che fare parte della Redazione della Rivista Europae sia fondamentale per arrivare a questo traguardo.

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