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Il Centro di Accoglienza e Identificazione di Manduria nel 2011 © paride de carlo - www.flickr.com, 2011

Costi del permesso di soggiorno: Italia condannata

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea il 2 settembre ha pronunciato una sentenza di condanna contro l’Italia in merito alla disciplina prevista per i contributi da versare per la richiesta o il rinnovo del permesso di soggiorno.

I costi per ottenere il permesso di soggiorno

Il TAR del Lazio, a seguito del ricorso di CGIL e INCA (Istituto nazionale confederale assistenza), aveva chiesto alla Corte se le previsioni relative ai contributi per il permesso di soggiorno fossero compatibili con il diritto europeo. In base al d.lgs. 286/1998 (Testo unico sull’immigrazione) uno straniero che voglia ottenere o rinnovare il permesso di soggiorno deve pagare una cifra che varia tra gli 80 e i 200 euro (80 euro per permessi di soggiorno di durata superiore a 3 mesi o inferiori o pari ad 1 anno; 100 euro per quelli di durata superiore a 1 anno e inferiore o pari a 2; 200 euro per permessi CE per soggiornanti di lungo periodo dirigenti o personale altamente qualificato di società aventi sede o filiali in Italia). Considerando che il costo per il rilascio della carta di identità nazionale si aggira intorno ai 10 euro, gli stranieri sono quindi tenuti a pagare una cifra 8 o 20 volte superiore.

La sentenza della Corte di Giustizia

L’UE ha ritenuto tale disciplina incompatibile con la direttiva n. 109 del 2003: il valore dei contributi previsto è infatti sproporzionato rispetto alla finalità perseguita dalla direttiva, e cioè quella di promuovere l’integrazione dei cittadini stranieri che si stabiliscano in un Paese membro. Infatti, se da un lato l’Europa lascia liberi gli Stati di stabilire l’entità dei contributi da versare, tale discrezionalità deve comunque rispettare il principio di proporzionalità. La misura predisposta dall’Italia invece rappresenta un vero e proprio ostacolo al conseguimento di uno status di soggiornante di lungo periodo.

Inoltre, come sottolinea la Corte, l’incidenza economica del contributo è ancora più gravosa se si considera che tali permessi hanno durata breve (1-2 anni a seconda della natura del contratto di lavoro, alla stipula del quale è subordinato il rilascio) e quindi devono essere rinnovati spesso. Infine, a nulla è valso l’argomento sostenuto dall’Italia in sua difesa e cioè che il gettito ottenuto dai contributi versati era utilizzato per finanziare le spese per la verifica dei requisiti dei richiedenti: infatti, oltre la metà dell’ammontare dei contributi è invece utilizzato dal nostro Paese per le procedure di rimpatrio degli extracomunitari irregolari.

La Corte di Giustizia fa infine riferimento anche ad una sentenza pronunciata in una causa intercorsa tra la Commissione e l’Olanda nel 2012, secondo la quale uno Stato membro rispetta i principi espressi nella direttiva 2003/109 sullo status di cittadini terzi soggiornanti di lungo periodo solo se gli importi dei contributi richiesti non sono sproporzionati rispetto all’importo dovuto dai cittadini di quel medesimo Stato per ottenere un titolo analogo, come la carta d’identità nazionale: l’Olanda prevedeva invece un importo pari a 7 volte circa la cifra richiesta per ottenere la carta d’identità!

I precedenti

Non è la prima volta che l’Italia viene condannata dai giudici europei per la sua normativa in tema di immigrazione: nel 2011 la previsione della pena detentiva di 1 anno per chi non avesse ottemperato al decreto di espulsione dal territorio dello Stato, era stata ritenuta incompatibile con la direttiva 2008/115 perché sproporzionata e inefficace in relazione agli obiettivi di effettività delle procedure di rimpatrio previste dalla normativa europea. Quest’ultima infatti indica un meccanismo di rimpatrio graduale, rispettoso dei diritti fondamentali, e solo in extremis consente il trattenimento del cittadino extracomunitario irregolare, peraltro non in strutture carcerarie, ma in centri di permanenza temporanea, in caso di pericolo di fuga e per un massimo di 6 mesi (il Testo unico modificato prevede quindi oggi solo una multa nel caso di inadempimento dell’obbligo di allontanamento).

Si dovrebbe riflettere inoltre anche sul fatto che il controverso Testo unico sull’immigrazione risale al 1998 e ad oggi è ritenuto uno strumento ormai “vecchio” e superato, insufficiente e inadatto a fronteggiare la questione dell’immigrazione come oggi si presenta, ossia come un fenomeno che negli ultimi anni si è trasformato in una vera e propria emergenza e che necessiterebbe pertanto di essere regolato da disposizioni più coerenti con i principi europei e soprattutto più efficaci.

L' Autore - Elisabetta Sartor

Studentessa all’ultimo anno di giurisprudenza all’Università di Udine. Vorrei raccontare l’impegno europeo per una maggiore tutela dei diritti, soprattutto degli ultimi. Scrivere mi dona felicità, è un modo per conoscere se stessi e la realtà multiforme e imprevedibile che ci circonda.

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