martedì , 20 febbraio 2018
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Gli scontri in Svezia riaccendono il dibattito europeo sulle politiche d’integrazione

Roghi ovunque, auto in fiamme, ragazzi che rabbiosamente scagliano pietre contro la polizia. Se state pensando alle scene di guerriglia urbana della “Primavera araba” o ai violenti scontri avvenuti nel 2005 nelle banlieues parigine siete fuori strada. Questi episodi si riferiscono a quanto accaduto nell’ultima settimana nei sobborghi della pacifica e benestante Svezia. Gli scontri si sono scatenati lo scorso 19 maggio, dopo che un sessantanovenne armato di coltello è stato ucciso dalla polizia svedese. Questo episodio ha rappresentato l’innesco per l’esplosione di una rabbia che covava ormai da anni nelle periferie di Stoccolma.

In particolare, la protesta ha avuto come epicentro Husby, un quartiere a nord della capitale svedese le cui caratteristiche aiutano a comprendere la genesi delle violenze. Husby è sorto negli anni Settanta nell’ambito del Programma Milione (Miljonprogrammet), un ambizioso progetto sviluppato tra il 1965 ed il 1974 su iniziativa del Partito Socialdemocratico Svedese con l’obiettivo di garantire a tutti il diritto ad avere un tetto a un prezzo accessibile. Dal punto di vista dei risultati materiali è stato un successo, perché in un decennio sono state costruite più di un milione di abitazioni con tanto di servizi pubblici quali scuole, luoghi di ritrovo, chiese e biblioteche.

L’obiettivo di mescolare ed integrare i diversi gruppi etnici non può invece dirsi raggiunto. Husby ne è l’esempio: si tratta infatti un quartiere di 12.000 residenti di cui più del 80% è nato fuori dai confini svedesi o da genitori immigrati, nel quale il tasso di disoccupazione giovanile più alto della media nazionale si combina con un considerevole numero di persone assistite dallo stato sociale. Come molte periferie delle più grandi città della Svezia, Husby è diventato negli anni luogo di profondo disagio sociale, nel quale non meno di 114 diverse nazionalità convivono accumunate da un clima sempre più palpabile di esclusione.

Quello che a prima vista è più sconcertante è che simili eventi si siano verificati in Svezia, uno dei Paesi europei che più si è speso per attuare politiche d’integrazione, oltre che da sempre considerato uno dei più accoglienti. Oggi gli immigrati residenti nel Paese scandinavo rappresentano il 14% della popolazione e arrivano principalmente da Turchia, Libano, Somalia e, soprattutto negli ultimi anni, da Iraq, Afghanistan e Siria. La Svezia, inoltre, è seconda solo alla Germania in quanto a richieste d’asilo accettate: secondo dati Eurostat, nel 2012 sono state 43.865 le richieste pervenute (il 13% di tutta l’UE) di cui 12.400 hanno ricevuto decisione positiva. Se si considera che nello Stato scandinavo abitano circa 9,6 milioni di persone il rapporto tra popolazione totale e richieste d’asilo è secondo solo a quello di Malta. Per fare un paragone, l’Italia, con una popolazione sei volte superiore, nello stesso anno ha accettato 8.260 richieste d’asilo. Inoltre, chi mette piede nel Paese nordico sa di poter contare su corsi di lingua e storia gratuiti.

Se i paragoni con gli scontri nelle banlieues parigine del 2005 o con quelli di Londra del 2011 si sprecano è innanzitutto perché i ragazzi coinvolti sono giovanissimi. Si tratta inoltre di reazioni a una condizione di evidente marginalizzazione, anche se, va detto, quelle che il primo ministro svedese Fredrik Reinfeldt ha esitato a definire “rivolte” causate da “hooligans” si sono presentate su scala nettamente minore di quelle in Francia e Inghilterra. Infine, si prende atto che il modello d’integrazione proposto negli anni ha sostanzialmente fallito.

Quello delle politiche d’integrazione è oggi tra i temi più dibattuti in Europa. Certamente la congiuntura economica sfavorevole, che in Svezia si combina con un mercato del lavoro piuttosto rigido, alta pressione fiscale e generosi trasferimenti pubblici ha notevolmente rimpinguato le fila dei giovani immigrati disoccupati. Non solo. Dal punto di vista delle disuguaglianze, sebbene la Svezia sia da sempre trai Paesi più virtuosi, gli ultimi dati dell’OCSE inseriscono il Paese a pieno titolo nel trend occidentale di un costante aumento della forbice tra la quota di popolazione più ricca e quella più povera.

Vi sono poi tratti che attengono maggiormente al fronte interno, alla storia e alla cultura della nazione. Un Paese storicamente isolato, poco avvezzo al multiculturalismo, e che in pochi anni si apre all’immigrazione deve superare non pochi scogli cognitivi: il professor Andreas J. Heinö della Göteborg University riporta che i 4/5 degli svedesi ritiene che gli immigrati debbano adattarsi “alle loro abitudini” e che sono 2 su 3 quelli che sostengono l’incapacità di alcune categorie di immigrati di farlo. Se a tale orientamento di fondo si aggiunge l’allarmante spettro del sentimento neo-nazista ben descritto dalle pubblicazioni di Stieg Larsson, si capisce come l’integrazione vada sostenuta non solo dal lato di chi arriva, ma anche con campagne rivolte a chi già vive nel Paese di destinazione.

Sembrava impossibile assistere a certe scene in Svezia. Eppure, nemmeno un modello che privilegia la carota al bastone è di per sé sufficiente a garantire una pacifica e soprattutto proficua convivenza tra immigrati e autoctoni. Forse non basta costruire un milione di abitazioni se poi chi arriva si trova costretto a vivere ai margini delle città e a dover combattere con una latente ma palpabile diffidenza. Dai fatti di questi giorni l’Europa intera dovrebbe capire che le politiche d’integrazione sono complesse, devono essere intese in modo olistico e soprattutto con un impegno di gran lunga superiore a quello dimostrato finora.

In foto roghi di auto nella seconda notte di violenze nel sobborgo di Husby, Stoccolma. (Foto: Creative Commons/Telefonkiosk)

L' Autore - Simone Belladonna

Laureato in Scienze Internazionali-Studi Europei e alla Scuola di Studi Superiori di Torino, da sempre appassionato di politica e storia. Ho studiato in Svezia presso la Linnaeus University, faccio parte del consiglio di redazione di Rivista Europae e a marzo 2015 ho pubblicato con l'editrice Neri Pozza il mio primo saggio “Gas in Etiopia”, sui silenzi e le rimozioni del passato coloniale italiano, specialmente per quel che riguarda l'estensivo uso dei gas sulle popolazioni etiopiche. Fortemente convinto che «l'incomprensione del presente nasce inevitabilmente dall'ignoranza del passato».

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