lunedì , 19 febbraio 2018
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Radovan Karadžić (a sinistra), qui con Željko Ražnatović, meglio noto come Arkan (photo © cvrcak, 2009, www.flickr.com)

ICTY, Tieger: Karadžić fu la “mente” della pulizia etnica

L’ex capo politico dei serbi di Bosnia, Radovan Karadžić, è stato l’“elemento motore” della pulizia etnica in Bosnia, rendendosi responsabile delle peggiori atrocità commesse in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Questo il fulcro delle affermazioni e delle 800 pagine di requisitoria del procuratore Alan Tieger, nel processo nei confronti di Karadžić presso il Tribunale penale internazionale per la ex-Jugoslavia (ICTY), cominciato nel 2009 e arrivato ormai agli sgoccioli.

Nel maggio 1992 Karadžić proclamò la nascita della Repubblica serba di Bosnia-Erzegovina, di cui divenne Presidente. Nel 1995 fu incriminato dall’allora procuratrice dell’ICTY, Carla Del Ponte, e fu arrestato a Belgrado nel 2008, dopo quasi tredici anni di latitanza, resa possibile anche dalla connivenza dei nazionalisti serbi. Durante la latitanza aveva lavorato in una clinica per la medicina alternativa sotto il falso nome di Dragan David Dabic. A suo carico pendono ben undici capi d’imputazione per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio commessi durante la guerra in Bosnia (1992-1995), in particolare nel massacro di Srebrenica, durante il quale persero la vita circa 8.000 bosniaci musulmani, e nell’assedio di Sarajevo, dove a perdere la vita furono circa 10.000 persone. A queste si aggiunge la presa in ostaggio di peacekeepers dell’ONU. Riassumendo i tre anni di conflitto in termini di vite umane, si stimano circa 100.000 morti, circa 2,2 milioni di rifugiati ed un numero non ben definito di donne vittime di stupri di guerra.

Il procuratore Tieger, dopo 5 anni di processo, in cui sono stati ascoltati centinaia di testimoni, analizzati numerosi resoconti d’udienza e vagliate oltre duemila prove a suo carico, ha chiesto una condanna all’ergastolo per l’ex leader serbo-bosniaco, sostenendo che è stato lui la vera “mente” della pulizia etnica e che pertanto, pur non essendo stato l’autore materiale delle efferatezze commesse, dovrebbe ricevere tale condanna per favoreggiamento di coloro che hanno agito in nome di una Serbia “etnicamente pura”.

Dal canto suo, Karadžić non smette di rifiutare le accuse che gli vengono mosse, giustificando i crimini commessi dai suoi uomini come “autodifesa” da parte della Repubblica serba di Bosnia. Sua figlia, Sonja Karadžić, dopo la requisitoria del 27 settembre nei confronti di suo padre, ha affermato: “durante questi anni di processo mio padre ha dimostrato talmente tante cose che se davvero esistesse una giustizia, se il Tribunale dell’Aja la rispettasse anche per chi non è agente della NATO, verrebbe rilasciato”.

Munira Subasic, Presidente dell’organizzazione “Madri di Srebrenica”, ha espresso il suo punto di vista, dicendo che “mi aspetto una decisione che ci renda giustizia. Un minimo di giustizia. Per aiutare le vittime del genocidio, specialmente “le madri di Srebrenica”. Altrimenti questo tribunale non avrebbe senso. Se Karadžić non venisse condannato all’ergastolo significherebbe che il mondo e l’Europa hanno voluto che tutto ciò accadesse, perché siamo musulmani”. A Sarajevo i cittadini sperano che la condanna all’ergastolo vada in porto, sottolineando però una triste verità: nessuno potrà mai riportare indietro i morti, a molti dei quali non è possibile dare nemmeno una degna sepoltura, dal momento che si trovano ancora in fosse comuni non ancora rinvenute.

Karadžić avrà modo di esprimersi mercoledì e giovedì, poi sia l’accusa che la difesa avranno un’ultima occasione di prendere la parola il 7 ottobre, prima della sentenza ufficiale di condanna, che non è attesa prima di ottobre 2015. Resta però ancora aperto il processo del suo braccio destro, il generale Ratko Mladić, uno degli esecutori materiali della pulizia etnica in Bosnia, che lo scorso gennaio si è rifiutato di testimoniare al processo del suo alter ego politico Karadžić affermando di non riconoscere “questa Corte dell’odio. È un Tribunale satanico”.

L' Autore - Maria Ermelinda Marino

Responsabile Balcani - Studentessa di Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Trento. Nutro un forte interesse per i Balcani ed il Caucaso e trascorro il mio tempo libero studiando la storia, le società e le problematiche di quei luoghi attraverso la lente del Diritto internazionale pubblico e del Diritto dell'Unione Europea.

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