martedì , 21 agosto 2018
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Immigrazione: le “zone cuscinetto” per migranti

di Stefania Carbone

“Siamo tolleranti, [noi Europei], nei confronti di tutti i diversi[…] Specie quando si trovano lontano […]” (I. Montanelli)

Non è difficile comprendere la proposta del Ministro degli Interni italiano, Angelino Alfano, presentata questa estate: “dirottare” i migranti raccolti in mare verso i Paesi di origine e transito, consentendo solo a chi abbia già avviato le procedure per la richiesta di protezione internazionale di arrivare in Europa. Ne deriverebbe l’esigenza, rappresentata più volte, di rafforzare la cooperazione con i Paesi del partenariato Mediterraneo, con il rilancio degli accordi di riammissione.

L’esternalizzazione delle politiche di asilo non è il frutto delle numerose emergenze registrate nel Mediterraneo negli ultimi anni. Ha caratterizzato l’approccio dell’UE fin dagli anni ’90. Alla base c’è l’idea di creare una zona “cuscinetto” tra l’Europea e l’Africa Sub Sahariana, uno spazio dove i richiedenti asilo possano avviare le pratiche per il riconoscimento dello status di rifugiato. In pratica una sorta di “stanza di attesa” verso l’Europa. La ratio è che non importa “dove l’asilo venga concesso, purché venga concesso”. Ciò ridurrebbe l’immigrazione illegale e le tragedie in mare. Forse.

In realtà non è così. Le condizioni per inoltrare le richieste di asilo politico nei Paesi di origine e transito non sussistono. L’UNHCR ha criticato molto quest’approccio, poiché la maggior parte dei Paesi del Maghreb ha un significativo deficit normativo in materia di asilo. In moltissimi casi, l’UNHCR è il principale responsabile dell’esame delle procedure. La posizione dell’UNHCR è condivisa anche dallo European Council of Refugees and Exiles (ECRE), il quale ha considerato l’eventuale trasferimento della responsabilità di determinare lo status di rifugiato al di fuori dell’Unione Europea come una potenziale violazione dell’art. 14 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo sul diritto a “cercare e godere in altri Paesi asilo da persecuzioni” e dell’art. 18 Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE. L’ECRE ha espresso, inoltre, forti dubbi riguardo la capacità degli Stati terzi di essere “perfetti sostituti” in materia di protezione internazionale, senza pregiudicare l’applicazione del principio di non-refoulement.

L’esternalizzazione dell’asilo si è concretizzata nel concetto di Safe Third Country: il ruolo del Paese nel quale un migrante è transitato, prima di arrivare in Europa, dove non c’erano rischi di persecuzione o minacce alla vita. Apparentemente, non ci sarebbe alcun impedimento nel “dirottare” i migranti nel Nord Africa. Ci potrebbe però essere il rischio di compromettere l’applicazione e il rispetto del principio di non-refoulement. Gli accordi di riammissione invece recepiscono pienamente il concetto di Safe Third Country, in quanto facilitano la riammissione dei migranti nei loro Paesi di origine e/o transito.

La Commissione Europea ha interpretato la necessità di concludere gli accordi di riammissione come un mezzo per combattere l’immigrazione illegale ed evitare le numerose tragedie nel Mediterraneo. Il problema nasce quando un potenziale richiedente asilo viene riammesso in un Paese terzo, considerato sicuro, nel quale però non avrebbe le possibilità giuridica di inoltrare la richiesta per il riconoscimento del suo status. L’UNCHR acconsente al trasferimento solo nel caso in cui il Paese Terzo in questione possa garantire tutte le misure necessarie alla protezione del soggetto vulnerabile, conformemente agli obblighi internazionali.

In base a questi obblighi il Marocco, ad esempio, uno dei partner principali dell’UE, non può essere considerato tale. Il Paese infatti, pur essendo parte della Convenzione di Ginevra del ’51, non si è dotato di misure legislative sufficienti alla protezione dei richiedenti asilo. Lo status, tra l’altro, viene conferito dall’agenzia delle Nazioni Unite, senza però trovare alcun riconoscimento legale nella giurisdizione del Paese. Risultato: i rifugiati sono considerati migranti illegali. La conclusione è che, come sostenuto nel 2006 dal Parlamento Europeo, trasferendo la gestione dei migranti e dei richiedenti asilo ad un Paese terzo senza verificare le eventuali lacune normative presenti in materia di protezione dei richiedenti asilo, “l’UE potrebbe rischiare di esporre i migranti rinviati nel Paese a trattamenti che violerebbero i diritti umani”.

L' Autore - Redazione Europae

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