martedì , 20 febbraio 2018
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Corte di Giustizia UE © Gwenael Piaser - Flickr

Integrazione nell’UE, dalla Corte un freno ai test di cittadinanza ?

Il 28 gennaio scorso l’avvocato generale Maciej Szpunar ha presentato alla Corte di giustizia le sue conclusioni in merito alla causa sollevata dalla Corte Suprema amministrativa dei Paesi Bassi sul tema degli obblighi di integrazione dei cittadini stranieri: la soluzione giuridica proposta non vincola la Corte, ma le può offrire dei criteri utili per la decisione.

In base ad una direttiva del 2003, gli Stati europei devono riconoscere lo status di soggiornante di lungo periodo ai cittadini stranieri che risultano soggiornanti legalmente e senza interruzioni in uno Stato membro da almeno cinque anni, hanno un reddito minimo e un’assicurazione contro le malattie. Tuttavia ciascun Paese può esigere ulteriori condizioni di integrazione, come il superamento di test di lingua o di conoscenza dei principi fondamentali delle società di inserimento.

La causa pendente riguarda una cittadina statunitense e una neozelandese, residenti nei Paesi Bassi rispettivamente dal 2002 e dal 2000, che, ottenuto lo status di soggiornanti di lungo periodo, sono state avvertite della necessità di superare l’esame di lingua entro un termine stabilito. Non ritenendo di essere soggette a tale obbligo di integrazione, in quanto già titolari dello status di soggiornanti di lungo periodo, si sono rivolte alla Corte Suprema olandese che ha proposto alla Corte di giustizia la seguente questione pregiudiziale: è legittimo imporre un obbligo di integrazione civica a cittadini stranieri già titolari dello status di soggiornante di lungo periodo e punire l’inadempimento con un’ammenda?

L’avvocato generale, pur riconoscendo che la direttiva consente agli Stati membri di dettare requisiti ulteriori, ritiene che questi debbano essere rivolti solo ad agevolare l’integrazione e non a precludere il mantenimento di questo permesso di soggiorno europeo e dei diritti che ne derivano. L’obbligo di integrazione non deve ostacolare in modo eccessivo i diritti connessi alla condizione di soggiornante di lungo periodo.

L’esame obbligatorio di lingua o di conoscenze di base sui principi civili dello Stato è quindi conforme al diritto europeo, a patto però che abbia come obiettivo solo quello di agevolare l’inserimento sociale, che sia parametrato alle caratteristiche individuali del richiedente (tipo di lavoro, legami sociali, standard economici), non eccessivamente preclusivo all’ottenimento del titolo e non vincolante per il mantenimento dello stesso. L’avvocato generale ha così ritenuto sproporzionata la sanzione dell’ammenda prevista dai Paesi Bassi da applicare in caso di inosservanza dell’obbligo di integrazione.

La direttiva sullo status di soggiornante di lungo periodo rappresenta una tappa fondamentale per l’integrazione europea anche verso cittadini di Paesi extracomunitari. Tale strumento garantisce infatti loro un trattamento paritario su tutto il territorio europeo, indipendentemente dal Paese europeo di residenza, in molti ambiti, dall’accesso alle attività lavorative alle agevolazioni fiscali e sociali. Inoltre il residente di lungo periodo può esercitare il diritto di soggiorno anche in un altro Paese dell’UE, per un periodo non superiore a tre mesi per motivi lavorativi o esigenze di studio.

Tuttavia quasi tutti gli Stati membri prevedono dei requisiti ulteriori a quelli previsti dalla direttiva: i test di inserimento, quando non sono già stati superati per ottenere il permesso di soggiorno, diventano vere e proprie condizioni per acquisire il titolo di soggiornanti di lungo periodo e a volte si rivelano particolarmente difficili, anche per gli stessi cittadini degli Stati ospitanti. Per imporre tali “prove” bisognerebbe poi prevedere corsi e altri strumenti di integrazione: servono risorse, materiali e umane, ma non sempre gli Stati riescono a trovare i finanziamenti per concretizzare, seppur gradualmente, l’inserimento nelle società.

La strada per un’idea comune di integrazione è ancora lunga: i provvedimenti europei sono spesso vaghi e lasciano ampi margini di discrezionalità agli Stati, a volte in grado di vanificare l’effetto utile delle misure adottate. La sentenza offrirà dei criteri utili a tutti gli Stati membri per interrogarsi sulla legittimità ed efficienza in termini di costi e risorse dei loro sistemi di integrazione: quali sono le condizioni davvero utili per migliorare l’integrazione e quali invece sono solo forme mascherate di assimilazione forzata ?

L' Autore - Elisabetta Sartor

Studentessa all’ultimo anno di giurisprudenza all’Università di Udine. Vorrei raccontare l’impegno europeo per una maggiore tutela dei diritti, soprattutto degli ultimi. Scrivere mi dona felicità, è un modo per conoscere se stessi e la realtà multiforme e imprevedibile che ci circonda.

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