mercoledì , 15 agosto 2018
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Photo © Adam Jones, 2014, www.flickr.com

Kosovo, crimini UÇK: verso un Tribunale Speciale

Nei giorni scorsi la Corte Costituzionale del Kosovo ha respinto l’istanza del maggior partito di opposizione, Vetëvendosje, che riteneva il progetto di legge sulla creazione di un Tribunale Speciale per il Kosovo una violazione alla legge del Paese, in quanto si andrebbe a costituire un organo giudiziario parallelo a quello nazionale. Il via libera della Corte Costituzionale spiana la strada alla creazione del tribunale speciale, incaricato di giudicare i colpevoli dei crimini di guerra commessi dai combattenti UÇK (Ushtria Çlirimtare e Kosovës, Esercito di Liberazione del Kosovo) durante e dopo il conflitto con la Serbia tra il 1998 ed il 1999.

I motivi della sentenza

I giudici hanno ritenuto legittimo l’emendamento ai capitoli II e III della Costituzione kosovara, in quanto non intacca o limita i diritti umani e le libertà fondamentali. Lo stesso emendamento dovrà ora essere approvato dal Parlamento di Pristina tra fine aprile ed inizio maggio, unitamente ad una nuova legge che istituisca il Tribunale. Per l’approvazione della legge è richiesta la maggioranza dei due terzi, 81 deputati sui 120 che siedono al parlamento kosovaro. Nel progetto si legge che una “Chamber” avrà sede in Kosovo, un’altra in un Paese ospitante. L’ufficio del Procuratore, invece, avrà quasi sicuramente sede all’Aja.

Samuel Zbogar, Rappresentante Speciale dell’UE in Kosovo, che da tempo auspicava la creazione di un tal organo giudiziario, ha dichiarato in un comunicato che “il Tribunale speciale non riscriverà la storia, né esprimerà giudizi su di essa, ma cercherà di stabilire la giustizia e le responsabilità per ogni crimine commesso”.

La pressione internazionale

Le pressioni delle comunità internazionale non sono mancate: se il Parlamento non dovesse approvare la legge, potrebbe essere il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad istituire il Tribunale. Secondo l’avvocato Kujtim Kerveshi “delegare la creazione del Tribunale al Consiglio di Sicurezza sarebbe deleterio soprattutto per il prosieguo del processo di state-bulding. Inoltre la situazione si complicherebbe ulteriormente, dal momento che l’ONU riunisce sia Paesi che riconoscono ed appoggiano l’indipendenza del Kosovo che altri che invece vi si oppongono apertamente”.

Dal 1999 ad oggi, i presunti crimini di guerra commessi in Kosovo sono stati oggetto di trattazione, su diversi livelli, sia dell’ICTY (International Criminal Tribunal for the Former Yugoslavia) che dalla missione UNMIK, istituita con la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza, ma anche dalla missione EULEX, sotto l’egida dell’UE. Il risultato è stato però poco soddisfacente: pochi colpevoli hanno ricevuto una condanna.

Le resistenze

Se poi si aggiunge che nel 2010 il senatore svizzero Dick Marty ha pubblicato un rapporto in cui sono emerse indicazioni forti, credibili e convergenti in merito al traffico d’organi posto in essere dall’UÇK, si evince quale sarà la mole di lavoro che il non ancora nato Tribunale dovrà svolgere. Tra l’altro i combattenti citati nel rapporto occupano oggi alte cariche politiche ed istituzionali kosovare: in cima alla lista figura l’ex premier ed attuale Ministro degli Esteri Hashim Thaçi.

L’opinione pubblica non solo kosovara, ma internazionale, sembra essere spaccata: c’è chi vede positivamente la creazione del Tribunale e chi invece ne sottolinea la connotazione meramente politica. Sempre secondo Kujtim Kerveshi “in Kosovo sono presenti da anni sia la missione UNMIK che quella EULEX. L’istituzione di tale tribunale è un fallimento per l’ONU (ICTY compreso) e per l’UE nel perseguire i presunti crimini”.

E pur volendo pensare in modo ottimistico, non si può non tener conto che sono trascorsi quasi 16 anni dalla fine del conflitto e che i processi, per non concludersi con sole assoluzioni o prescrizioni, necessitano non solo di testimonianze – che nel contesto kosovaro sono carenti e spesso prive di veridicità – ma anche di prove documentali, che a quanto pare scarseggiano.

In ultima battuta, mutatis mutandis, si potrebbe muovere la stessa critica che di fatto, in passato, è stata fatta in primis ai Tribunali militari di Norimberga e di Tokyo, e poi al Tribunale speciale per il Rwanda e a quello per la Ex-Jugoslavia (o ad altri tribunali internazionalmente assistiti): i tribunali ad hoc non sono, dal punto di vista giuridico, una soluzione ottimale per garantire la punizione di fatti di rilevanza penale, perché si tratta di una giustizia “ex post facto”. Volendo citare Andrea Lorenzo Capussela, già direttore dell’”International Civilian Office” in Kosovo, un Tribunale istituito “ex post” e “ad hoc” è poco credibile già in partenza.

L' Autore - Maria Ermelinda Marino

Responsabile Balcani - Studentessa di Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Trento. Nutro un forte interesse per i Balcani ed il Caucaso e trascorro il mio tempo libero studiando la storia, le società e le problematiche di quei luoghi attraverso la lente del Diritto internazionale pubblico e del Diritto dell'Unione Europea.

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