sabato , 24 febbraio 2018
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(Photo: Flickr)

La crisi dello spazio Schengen

Il 6 gennaio scorso si è tenuto a Bruxelles un vertice straordinario tra il Commissario UE all’immigrazione Dimitri Avramopoulos, il Ministro svedese all’immigrazione Morgan Johansson, la Ministra danese all’immigrazione e all’integrazione Inger Stojberg e il Segretario di Stato per gli Affari Interni del governo tedesco Ole Schroder: al centro del dibattito le misure adottate all’inizio del mese di gennaio da Svezia e Danimarca che hanno ripristinato i controlli alle frontiere interne, sospendendo così le regole di Schengen.

Nonostante le parti abbiano voluto sottolineare il carattere temporaneo ed eccezionale dei provvedimenti adottati dai Paesi scandinavi, la sensazione diffusa è che il principio di libera circolazione delle persone e delle merci sia sempre più sotto attacco. I governi di Svezia e Danimarca hanno giustificato la loro decisione di usufruire della clausola del trattato di Schengen, che consente la sospensione temporanea della libera circolazione per casi eccezionali, visto che negli ultimi mesi sono stati costretti a gestire un flusso molto intenso di migranti richiedenti asilo. La Svezia ad esempio negli ultimi tre mesi del 2015 ha accolto più di 115.000 profughi e ha denunciato l’insofferenza verso una situazione a suo dire incontrollabile e, soprattutto, non adeguatamente gestita dall’Unione.

Critiche a Bruxelles e agli Stati di frontiera

I Paesi europei, sia quelli del Nord verso cui sono diretti i migranti, sia quelli di primo approdo dei profughi al Sud, avvertono la necessità di soluzioni condivise a livello europeo. Nel merito, tuttavia, non si può oggi che prendere atto del sostanziale fallimento del programma di Bruxelles per una gestione comune dell’immigrazione e una responsabilità generalizzata degli Stati membri.

Il piano delle quote obbligatorie di redistribuzione dei migranti proposto dal Presidente dell’esecutivo comunitario Juncker è da tempo naufragato. Dei 160.000 migranti (soprattutto siriani, eritrei e iracheni) che avrebbero dovuto essere smistati nei Paesi membri secondo quote da loro stessi approvate, solo 272 ad oggi sono stati ricollocati (190 in Italia e 82 in Grecia).

I Paesi scandinavi hanno anche puntato il dito contro gli Stati di frontiera, denunciando in particolare la carenza di controlli sistematici sull’identificazione dei migranti transitanti attraverso il confine greco. Un’accusa legittima se si pensa che in Italia sono attivi solo due (quello di Trapani e Lampedusa) dei sei hotspot (centri di identificazione dei migranti) che avrebbero dovuto essere costituiti in base al programma della Commissione, mentre in Grecia dei cinque previsti ne risulta al momento solo uno operativo.

Merci e mercato unico

Come non ha mancato di far osservare la Cancelliera tedesca Angela Merkel, la crisi di Schengen potrebbe avere anche pesanti conseguenze economiche, se si pensa che la libera circolazione rappresenta il pilastro del mercato unico europeo. Nell’ambito dell’Unione vige infatti la libera circolazione delle merci.

Anche in questo settore, è posta oggi all’attenzione della Commissione un provvedimento legislativo varato a dicembre dalla Svezia con cui lo Stato scandinavo ha ripristinato per tre anni i controlli dell’identità delle società di trasporto. La Commissione dovrà verificarne la compatibilità con il diritto europeo. Il giudizio di Bruxelles, se positivo, potrebbe costituire un pericoloso precedente per l’intero sistema della libera circolazione delle merci nell’Unione.

Schengen patrimonio comune e la Guardia di frontiera UE

Oggi Schengen è sospeso in diversi Paesi dell’area coperta dal Trattato a partire dal 1992: in Norvegia, Svezia, Danimarca, Austria, in Germania a settembre, in Francia a partire dagli attentati del 13 novembre. Davanti a questi cedimenti, lenti ma pericolosamente in aumento, il Presidente Juncker richiama gli Stati ad una presa di coscienza, ricordando che Schengen è patrimonio comune dell’Unione e che pertanto è “dovere collettivo” difenderlo.

La sua proposta più pragmatica è quella, già menzionata da tempo nei suoi progetti, della creazione di una Guardia di Frontiera Europea, un corpo di polizia comune europeo in grado di intervenire nei vari Stati membri per sostenere il loro impegno nell’identificazione dei migranti, nella messa in sicurezza delle frontiere esterne e nelle procedure di richiesta di asilo. In ogni caso, come ha detto lo stesso Juncker, la realizzazione di tale corpo non sarebbe possibile prima di giugno, senza contare le riserve degli Stati membri, timorosi di perdere il controllo della propria sovranità nazionale.

L' Autore - Elisabetta Sartor

Studentessa all’ultimo anno di giurisprudenza all’Università di Udine. Vorrei raccontare l’impegno europeo per una maggiore tutela dei diritti, soprattutto degli ultimi. Scrivere mi dona felicità, è un modo per conoscere se stessi e la realtà multiforme e imprevedibile che ci circonda.

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