mercoledì , 21 febbraio 2018
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La pirateria sul Danubio: una ferita aperta nel cuore dell’Europa

Le fredde notti lungo le infinite acque del secondo fiume più lungo d’Europa passerebbero lente e monotone, se non fosse che spesso il silenzio è rotto da piccole barche che agili s’affiancano alle grosse chiatte ormeggiate. Uomini armati s’issano a bordo tramite ganci e funi, saccheggiano il prezioso carico e poi spariscono rapidamente nel buio indulgente.

Non si tratta di un racconto di Salgari o dell’ultimo episodio della fortunata serie cinematografica “Pirati dei Caraibi”, ma la descrizione di uno dei tanti raid dei meno conosciuti pirati che imperversano sulle acque fluviali dell’Europa centro-orientale. Chi se lo sarebbe aspettato che nel terzo millennio si sarebbe ancora sentito parlare di pirateria nel Vecchio Continente? Nulla di paragonabile ai loro omologhi somali, armati fino ai denti e in grado di farsi consegnare milioni di dollari di riscatto da armatori che nel Golfo di Aden hanno interessi economici giganteschi, ma pur sempre corsari moderni, terrore delle imbarcazioni che navigano nelle acque del Sava e del Danubio.

L’ultimo attacco noto è avvenuto appunto lo scorso 19 maggio sul fiume Sava, corso d’acqua che a Belgrado confluisce nel Danubio. Vittima la nave da traino Segesta della compagnia di navigazione croata Dunavski Lloyd nei pressi della città serba di Obrenovac. Secondo il racconto del capitano, intorno alle 2 di notte un gruppo di uomini armati ha costretto l’equipaggio a consegnare denaro e combustibile. Non è la prima volta che tale compagnia subisce episodi del genere, era già accaduto tre volte nel 2011 lungo il segmento serbo del Danubio.

Tuttavia, non è questo il tratto più pericoloso. È infatti l’ultimo, quello rumeno, ad aver registrato il maggior numero di azioni corsare dal 2006 ad oggi. Decine di assalti hanno fruttato bottini consistenti in sigarette, denaro, alcolici, carburante, olio motore e merci che di volta in volta le imbarcazioni trasportavano, dal grano ai metalli. È esattamente quello che è accaduto nel gennaio 2012 quando il rimorchiatore ucraino Perm è stato assalito da pirati armati di coltelli. Oppure della Petar Beron e della Sv. Apostol Andrey battente bandiera bulgara e delle ucraine Chelyabinsk e Zorianyi. Una delle più conosciute compagnie di navigazione fluviale sul Danubio, la Ukrainian Danube Shipping Company, ha parlato di regolari atti di banditismo da parte della popolazione locale e di generale accondiscendenza delle autorità di polizia.

Dal punto di vista strettamente giuridico non si può parlare di vera e propria “pirateria”. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), aperta alla firma il 10 dicembre 1982 a Montego Bay (Giamaica), definisce la pirateria come un atto di violenza, sequestro o rapina commesso dall’equipaggio o dai passeggeri di una nave contro un’altra nave in alto mare per “fini privati” (art. 101, si escludono quindi i fini politici che caratterizzano invece le azioni terroristiche), atto che deve esser stato perpetrato in alto mare.

Danubemap
Il percorso del Danubio

Sebbene le azioni corsare lungo un fiume non rientrino in questa definizione, rimane il fatto che si tratta di crimini a cui Bruxelles dovrebbe guardare con maggiore attenzione, anche e soprattutto per i risvolti negativi sul commercio dell’area. Il problema è tanto più urgente tanto più si considera che il Danubio attraversa 10 Paesi, di cui 8 sono Stati membri dell’UE. Proprio questa caratteristica si presta bene quale esemplificazione dei problemi transfrontalieri all’interno dell’Unione. Il contrasto ai “pirati del Danubio” è appunto una di quelle questioni che vanno affrontate con la massima collaborazione tra Paesi e quindi con più integrazione a livello europeo. Ciò è ancor più importante dal momento che il fenomeno riguarda quasi esclusivamente Stati di più recente accesso nell’UE, e anzi uno – la Croazia – che si appresta a entrarvi (1° luglio prossimo). Anche solo guardando una cartina geografica, il Danubio in preda alla pirateria assomiglia molto ad una ferita alla pancia del Vecchio Continente e, come tale, il braccio o la testa non possono infischiarsene perché, si sa, presto o tardi, l’intero organismo morirà dissanguato. Prima ci si cura e prima si torna a correre integri e spediti.

In foto, il delta del Danubio. (Foto: Anna Moritz)

L' Autore - Simone Belladonna

Laureato in Scienze Internazionali-Studi Europei e alla Scuola di Studi Superiori di Torino, da sempre appassionato di politica e storia. Ho studiato in Svezia presso la Linnaeus University, faccio parte del consiglio di redazione di Rivista Europae e a marzo 2015 ho pubblicato con l'editrice Neri Pozza il mio primo saggio “Gas in Etiopia”, sui silenzi e le rimozioni del passato coloniale italiano, specialmente per quel che riguarda l'estensivo uso dei gas sulle popolazioni etiopiche. Fortemente convinto che «l'incomprensione del presente nasce inevitabilmente dall'ignoranza del passato».

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