martedì , 14 agosto 2018
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© UNHCR - Flickr

Migranti, dal Consiglio europeo un misero compromesso ?

Il Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk lo aveva twittato ancor prima della conclusione delle difficili trattative di questi ultimi giorni sul tema immigrazione in seno al Consiglio europeo: non c’è consenso tra gli Stati sulle quote obbligatorie. E infatti i Paesi europei si sono duramente confrontati, con molte tensioni soprattutto tra il governo italiano e i Paesi dell’Est Europa, poco propensi a fare concessioni e ad assumersi una responsabilità condivisa.

È stata confermata la bozza di accordo, diffusa nei giorni precedenti al Consiglio di giovedì e venerdì: rispetto all’Agenda europea sull’immigrazione, elaborata a fine maggio dalla Commissione europea, la sensazione è che si stiano facendo dei passi indietro per quanto riguarda lo spirito di solidarietà e collaborazione tra gli Stati.

Sì alla ricollocazione dei migranti, no all’obbligatorietà

È stato raggiunto a fatica l’accordo per la ricollocazione di circa 40.000 migranti richiedenti asilo (per ora dislocati tra Italia e Grecia) nei vari Stati membri; il meccanismo per questa redistribuzione dovrebbe essere realizzato con la collaborazione di Frontex ed Europol, in modo da assicurare una migliore e più rapida identificazione dei migranti. L’Agenda europea di metà maggio prevedeva, invece, dei tempi più veloci per l’attuazione della ricollocazione e soprattutto stabiliva dei criteri certi alla base di un meccanismo obbligatorio di redistribuzione tra tutti gli Stati, come ad esempio il valore del PIL, la densità demografica, le prospettive occupazionali.

Invece al vertice europeo si è deciso di sostituire il meccanismo obbligatorio ipotizzato dalla Commissione con un sistema di redistribuzione che sarà oggetto di negoziazione tra gli Stati, i cui criteri non saranno più prestabiliti dalle istituzioni europee, bensì dagli Stati stessi che si occuperanno anche di determinare l’ammontare delle quote. Questo meccanismo, definito temporaneo ed eccezionale, dovrebbe essere attivato entro luglio. Paesi come Italia e Grecia dovranno aspettare ancora perché i governi nazionali di tutta Europa si accordino su quanti profughi sono disposti ad accettare nei loro confini.

È fallito quindi il principio dell’obbligatorietà dell’accoglienza e questo compromesso sulle quote ha un carattere ancora solamente emergenziale: l’Agenda europea della Commissione cercava un approccio sistematico al problema, soprattutto condiviso e lungimirante. Erano stati fissati tempi stretti, impegni comuni, obblighi di collaborazione che invece oggi sembrano essere attenuati: non è ad esempio chiaro se il meccanismo di distribuzione delle quote potrà dirsi vincolante oppure no.

Dublino non si tocca; più aiuti agli Stati di confine

È stata invece confermata l’intenzione di assicurare un più significativo sostegno finanziario agli Stati di confine e l’impegno per la realizzazione di “zone di frontiera” maggiormente attrezzate e dotate di servizi strutturati: si tratta dei cosiddetti hotspot, i centri in cui garantire procedure più rapide di identificazione e registrazione.

Si è affrontato anche il problema del reinsediamento negli Stati europei di 20.000 profughi, che si trovano nei campi di rifugiati presso Paesi terzi, come Giordania e Turchia: anche in questo caso cade l’idea della Commissione sul meccanismo obbligatorio di ripartizione. Infine, come emerge dalle osservazioni del Presidente Donald Tusk pubblicate nel sito del Consiglio europeo, gli Stati sono più determinati nel concentrare gli sforzi nelle operazioni di rimpatrio di immigrati irregolari, soprattutto attraverso l’avvio di negoziati con i Paesi terzi di provenienza.

Non è stata invece presa nessuna posizione sull’idea avanzata dall’Agenda Juncker in merito alla revisione del regolamento Dublino, che permette ai Paesi diversi da quelli di arrivo dei migranti di non accogliere nei loro confini i profughi e quindi di riconsegnarli allo Stato di confine, competente ad esaminare le tante domande di asilo. Si è lontani dal prevedere uno status giuridico comune in tutti i Paesi membri di asilante europeo, con pari diritti in tutta Europa.

In questi giorni di serrato confronto tra Paesi come l’Italia che incalza l’Europa ad assumersi maggiori responsabilità e Stati invece come Francia, Gran Bretagna e Ungheria, è emerso un atteggiamento deludente verso la questione immigrazione, ritenuta dai governi europei come un problema contingente e soprattutto meramente legato alla realtà dei Paesi di confine. La Commissione aveva proposto un piano ambizioso, che oggi può essere letto come un’occasione mancata per tutti gli Stati per realizzare un’Europa più solidale e più coraggiosa. Un’Europa che avrebbe potuto essere migliore.

L' Autore - Elisabetta Sartor

Studentessa all’ultimo anno di giurisprudenza all’Università di Udine. Vorrei raccontare l’impegno europeo per una maggiore tutela dei diritti, soprattutto degli ultimi. Scrivere mi dona felicità, è un modo per conoscere se stessi e la realtà multiforme e imprevedibile che ci circonda.

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