martedì , 14 agosto 2018
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Photo © Alexandre Dulaunoy, 2010, www.flickr.com

Migranti: l’idea d’Europa e la rotta dei Balcani

Nel 2015 la rotta del Mediterraneo centrale che dalle coste nordafricane porta in Italia attraverso il Canale di Sicilia ha smesso di essere la tratta più utilizzata dai migranti. Dall’inizio dell’anno si stima che circa 130.000 abbiano percorso la rotta balcanica con l’intenzione di proseguire verso l’Europa centrale e settentrionale. Questa rotta ha inizio con lo sbarco nelle isole greche, su barconi salpati della Turchia. La maggior parte dei migrant arriva dal Medio Oriente, in particolare dalla Siria e dall’Afghanistan, oppure dall’Africa orientale (Somalia e dall’Eritrea), e si muove poi verso il confine tra la Grecia e l’ex Repubblica Jugoslava di Macedonia. Da qui, tramite treni o passaggi di fortuna, i migranti raggiungono la Serbia e infine l’Ungheria, primo Paese UE una volta lasciata la Grecia.

L’Ungheria

L’Ungheria di Orban li “accoglie” con filo spinato, muri di rete metallica, poliziotti con manganelli, cani e lacrimogeni. Così si presenta il confine con la Serbia, malgrado la Convenzione di Ginevra sullo status dei Rifugiati del ’51 accordi ai profughi la possibilità di chiedere asilo o, qualora non vi siano i requisiti per lo status di rifugiato, protezione sussidiaria (codificata dalla Direttiva europea 83/2004/CE) o umanitaria. La maggior parte di coloro che scappano attraverso i Balcani, infatti, proviene dalla Siria e fugge dalla guerra civile e dall’avanzata dell’ISIS.

Il Governo di Orban sembra però intransigente: dal 15 settembre sono in vigore le nuove leggi sulla messa in sicurezza del confine con la Serbia. Tra i compiti affidati ai militari vi è anche la registrazione dei rifugiati. La nuova legislazione prevede che l’ingresso illegale in Ungheria sia punibile con 3 anni di reclusione. Vita piu’ dura anche per chi intende chiedere asilo in modo regolare: Budapest ha annunciato che le richieste potranno essere inoltrate soltanto dalla Serbia. Semplificati, invece, i rimpatri, anche verso la Siria.

Il non-refoulement

I centri di registrazione però non sono ancora stati allestiti. Al contrario Budapest ha già modificato il codice penale. In caso di processo i migranti non avranno diritto a un interprete né a un traduttore. E nessuna procedura speciale è stata prevista per i minori. Evidente il contrasto tra queste disposizioni ed il diritto internazionale in materia di diritti umani. In particolar modo con la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati ed i più importanti trattati regionali in materia di diritti umani, prima fra tutte la CEDU.

I rimpatri semplificati verso la Siria violano ad esempio l’art. 33 della Convenzione ed il principio di “non-refoulement”, che vieta di espellere o respingere, in qualsiasi modo, “un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche”.

Il divieto è applicabile a ogni forma di trasferimento forzato, compresi deportazione, espulsione, estradizione, trasferimento informale e non ammissione alla frontiera. È possibile derogare solo in caso il rifugiato, per seri motivi, venga considerato un pericolo per la sicurezza del Paese o della collettività. Il principio costituisce parte integrante del diritto internazionale dei diritti umani e rientra nella categoria dello “jus cogens”. Pertanto anche uno stato di emergenza non costituirebbe un motivo legittimo per prevedere delle deroghe.

La sentenza della CEDU

Per quanto riguarda la violazione della CEDU, si può fare riferimento alla giurisprudenza in materia della Corte Europea dei diritti dell’uomo. Rilevante è la sentenza “Arret A.C. e altri vs. Spagna” del 2014 che, “mutatis mutandis”, è un precedente applicabile all’attuale situazione ungherese. Il caso riguardava il possibile rimpatrio di alcuni richiedenti protezione internazionale dalla Spagna al Marocco, dove avrebbero rischiato trattamenti inumani e degradanti (art. 3 CEDU). La Corte aveva ritenuto che la procedura di rimpatrio non avesse permesso ai ricorrenti di spiegare i rischi che avrebbero corso in caso di rimpatrio. L’espulsione di migranti deve pertanto essere sospesa finché non si sia concluso l’esame rigoroso delle richieste di asilo.

Al di là delle considerazioni giuridiche sembra si stiano negando (o rendendo più difficoltoso il godimento) di diritti (i diritti umani) inalienabili, faticosamente conquistati e cristallizzati in Dichiarazioni e Convenzioni di sorta. L’Europa, per tutti coloro che fuggono dalla guerra, è la patria della libertà e dello stato di diritto. Un immagine che il muro di cavalli di frisia al confine tra Serbia ed Ungheria non rispecchia. In gioco, sulle frontiere della rotta balcanica, sembra essere anche l’idea di libertà, di diritti umani, di Europa.

L' Autore - Maria Ermelinda Marino

Responsabile Balcani - Studentessa di Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Trento. Nutro un forte interesse per i Balcani ed il Caucaso e trascorro il mio tempo libero studiando la storia, le società e le problematiche di quei luoghi attraverso la lente del Diritto internazionale pubblico e del Diritto dell'Unione Europea.

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