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© Royal Navy Media Archive

Migranti: se lasciata sola, l’Italia non esclude soluzioni unilaterali

La notizia di una possibile chiusura dei porti italiani alle navi straniere che effettuano operazioni di salvataggio in mare è stata ripresa dai media di tutto il mondo. Al di là di quella che potrebbe essere letta come una provocazione, è chiara la volontà del Governo italiano di uscire dall’impasse in cui si trova a fronte dell’elevato numero di sbarchi. In una lettera del 30 giugno scorso, il ministro dell’Interno Marco Minniti ha richiamato in maniera formale l’attenzione di Bruxelles su una situazione divenuta “insostenibile”.

Alla radice del problema

Nel contesto attuale, dove i porti italiani sono gli unici ad accogliere le navi che effettuano operazioni di soccorso in mare, è infatti impensabile continuare ad applicare il regolamento di Dublino, secondo il quale l’esame delle domande di protezione e l’accoglienza dei rifugiati spetta al paese di primo arrivo dei richiedenti asilo.

Se l’Italia alza la voce, è perché i tentativi messi in atto sinora per redistribuire le responsabilità in maniera più equa non hanno dato i risultati sperati. La maggior parte dei paesi europei ha dimostrato scarso impegno davanti al meccanismo di quote per la ricollocazione dei richiedenti asilo sbarcati in Italia e Grecia, adottato dal Consiglio nel settembre 2015. Due anni dopo, si è ben lontani dal raggiungere gli obiettivi stabiliti. Secondo gli ultimi dati, al 3 luglio 2017 sono stati ricollocati poco più 7 mila richiedenti asilo, un quinto appena dei 35mila inizialmente previsti.

Le richieste dell’Italia

Di fronte ai pesanti squilibri nella ripartizione dei richiedenti asilo in Europa, l’unica speranza dell’Italia sembra essere quella di risolvere il problema alla radice. Non tanto con la limitazione all’attracco di navi straniere, quanto con la pretesa che gli altri paesi con sbocco sul mare condividano l’onere degli sbarchi. La vera partita per l’Italia si gioca dunque sul controllo delle frontiere del Mediterraneo e su un’evoluzione dell’operazione Triton di Frontex, concepita nel 2014 e ormai quasi arrivata alla scadenza del suo mandato.

Nel concreto, per superare le clausole che prevedono lo sbarco automatico nei porti italiani dei migranti raccolti dalle navi di Frontex, sarebbe necessario creare delle nuove zone di ricerca e salvataggio (SAR) nel Mediterraneo a diretta responsabilità di altri Stati membri. La proposta di Roma è dunque di intraprendere una vera e propria “regionalizzazione” di Triton.

Il vertice di Tallinn

Le possibili risposte alla pressione migratoria in Italia sono state vagliate nel corso del consiglio informale Giustizia e Affari Interni svoltosi a Tallinn il 6 e il 7 luglio. Ad aprire il vertice, una relazione del ministro Minniti, che ha posto l’accento sulla necessità di un impegno diretto da parte dei singoli Stati membri.

Nel corso della riunione è stata ribadita la necessità di accelerare la ricollocazione dei richiedenti asilo dall’Italia e di stabilizzare la situazione in Libia, rafforzando il supporto alla guardia costiera e il controllo delle frontiere meridionali del paese. È stato anche espresso sostegno unanime all’introduzione del codice di condotta per le Ong operanti in mare, precedentemente delineato dai ministri dell’Interno di Italia, Francia e Germania, con l’appoggio della Commissione europea. Sulla scia delle polemiche che vorrebbero le organizzazioni non governative responsabili di attrarre i migranti in Europa e di collusione con i trafficanti, si è proposto di introdurre una serie di regole di trasparenza, ma anche l’obbligo per le navi umanitarie di non entrare in acque libiche.

Soccorso migranti in mare, rinviata discussione su Triton

Nonostante il tema non fosse in agenda, i rappresentanti dei governi riuniti a Tallinn non hanno mancato di comunicare alla stampa il loro parere avverso rispetto alla regionalizzazione delle operazioni di soccorso in mare. Dopo Francia e Spagna, i cui porti potrebbero essere direttamente interessati dagli sbarchi, si sono detti nettamente contrari all’ipotesi il ministro degli Interni tedesco e i suoi omologhi di Belgio e Olanda. Lo stesso commissario Avramopoulos ha affermato che il mandato di Triton è già “ben definito”.

Il dibattito ufficiale su Triton è rimandato all’incontro fissato per oggi, 11 luglio, presso la sede di Frontex a Varsavia. Con queste premesse, tuttavia, l’Italia rischia ancora una volta di essere lasciata sola sui temi che più le stanno a cuore. In tal caso, come ha ricordato il Ministro Minniti, non si esclude la possibilità di intraprendere “decisioni unilaterali”. Intanto le Ong ribadiscono che “salvare vite umane resti la priorità”.

L' Autore - Silvia Carta

Laureata in Scienze Internazionali all'Università di Torino, mi sono trasferita a Padova per specializzarmi in Diritti Umani. Nel frattempo, ho trascorso periodi di studio in Francia e Germania, dove si è rafforzato il mio interesse per le tematiche europee. Sono appassionata di diritto internazionale, asilo e migrazioni. Attualmente, sto lavorando a una tesi di laurea sui canali di accesso legali per i rifugiati nell'Unione Europea. Quando posso faccio ritorno in Sardegna, che ho la fortuna di chiamare casa.

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One comment

  1. La Libia è diventata come la Somalia, con la differenza che, per nostra disgrazia, le siamo vicino come territorio. Hanno voluto destabilizzarla, hanno voluto impegnare flotte internazionali per recuperare migranti clandestini economici arrivati da ogni dove dall’Africa e la conseguenza finale è un grande affare per chi detiene il potere economico a discapito della nostra sovranità nazionale, cittadini italiani compresi.

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