mercoledì , 21 febbraio 2018
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Guardia di frontiera al confine tra Grecia e Turchia (Foto: Frontex, 2012)

Terrorismo: i rischi alle frontiere e su internet

La scorsa settimana l’Alto Rappresentante UE per la Politica Estera, Federica Mogherini, ha rilasciato dichiarazioni importanti in merito al tema centrale della sicurezza e delle strategie di risposta al terrorismo che l’Europa si sta impegnando a mettere a punto. In particolare, ha nuovamente ricordato la necessità della cooperazione tra le forze di intelligence degli Stati membri per lo scambio di dati e informazioni sensibili di cui troppo spesso i governi sono “gelosi”.

Schengen: un rischio per la sicurezza europea?

In questi giorni alcuni governi degli Stati membri (come quello francese e spagnolo) hanno parlato dell’Europa senza frontiere interne come di una minaccia, un luogo in cui si lasciano circolare senza controlli le cellule terroristiche a causa della libera circolazione vigente tra i Paesi membri. Gli Accordi di Schengen sono ancora sotto attacco: chi, come Marine Le Pen, è favorevole alla sospensione pensa infatti che ci sia un collegamento diretto tra la diffusione dell’estremismo islamico in Europa e la mancanza di controlli alle frontiere tra Stati europei.

Sembra quindi il caso di riflettere sul concetto, sottolineato nei giorni scorsi da Mogherini, dell’impossibilità di distinguere oggi tra minacce interne e minacce esterne. Il Direttore dell’Europol, Rob Wainwright, parla di circa 3.000 – 5.000 foreign fighters, persone di cittadinanza europea che si sono arruolate nell’ISIS. Anche volendo alzare barriere tra gli Stati (ipotesi che oggi appare inutile e controproducente) il pericolo resterebbe, proprio perché il nemico è un cittadino degli UE. Questa forma di terrorismo è stata definita “liquida”, endemica agli stessi Stati. Invece di pensare ad innalzare i muri tra gli Stati, sarebbe meglio unire le forze per fermare il fenomeno dilagante del reclutamento di cittadini europei nelle schiere dell’ISIS e rafforzare in quest’ottica i controlli alle frontiere esterne.

Il terrorismo sui social network

Lo sforzo non deve riguardare solo le “frontiere materiali”. Ci sono anche barriere virtuali da proteggere: il terrorismo jihadista è definito infatti un terrorismo globalizzato, che si muove in spazi virtuali e sfrutta per la sua propaganda siti web e social network. Gli Stati membri hanno avvertito la necessità di definire linee comuni per fermare questo metodo di addestramento. Si tratta di una sfida nuova per tutta l’UE.

David Cameron alcuni giorni fa ha parlato della necessità di un maggiore controllo di internet e della collaborazione con i giganti del web, come Facebook, Twitter e Whatsapp, per individuare e ostacolare la trasmissione del messaggio terrorista in rete. Ancora una volta però non sono mancate le obiezioni da parte di chi ritiene che la lotta al terrorismo non possa comportare controlli informatici tali da sacrificare il diritto alla privacy degli utenti. Inoltre, l’obbiettivo di oscurare i siti web più pericolosi va bilanciato con l’opportunità da parte dei sistemi di polizia di ricavare delle informazioni importanti da questi profili informatici. Gli interessi in gioco sono molti e talvolta contrastanti ed è auspicabile l’adozione di una strategia comune e condivisa.

Contro la jihad digitale si è schierato anche il popolo degli ‘hacktivisti’ (gli hacker che impegnano le loro conoscenze per diffondere o contrastare messaggi politici), che all’indomani degli attacchi a Charlie Hebdo si sono ribellati contro qualsiasi forma di limitazione della libertà di espressione: negli ultimi giorni sono stati colpiti e messi offline 73 siti jihadisti e sono stati sospesi circa 200 account Twitter, in seguito all’operazione #opCharlieHebdo attribuita ad Anonymous, il gruppo di hacker che in passato ha attaccato numerosi siti istituzionali e commerciali.

Antiterrorismo: il compito dell’UE

L’Europa deve ora elaborare un piano per rafforzare la sicurezza interna e non può farlo senza la collaborazione di tutti gli Stati membri: la sfida è contro un nemico difficilmente identificabile e che per questo rende le nostre frontiere ancora più fragili e vulnerabili.  Nel primo Consiglio dei Ministri degli Esteri dopo l’attacco a Charlie Hebdo, il Ministro degli esteri italiano Paolo Gentiloni è stato categorico nell’escludere sospensioni alla libertà di circolazione, sottolineando come sia invece importante confrontarsi sulle modalità di monitoraggio dei foreign fighters rientrati in Europa.

L' Autore - Elisabetta Sartor

Studentessa all’ultimo anno di giurisprudenza all’Università di Udine. Vorrei raccontare l’impegno europeo per una maggiore tutela dei diritti, soprattutto degli ultimi. Scrivere mi dona felicità, è un modo per conoscere se stessi e la realtà multiforme e imprevedibile che ci circonda.

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