martedì , 14 agosto 2018
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turismo del welfare
Offerte di lavoro in Germania © Tax Credits - www.flickr.com, 2012

Turismo del welfare al vaglio della Corte di Giustizia

A distanza di pochi mesi dalla sentenza Dano, la Corte di Giustizia dell’UE (CGUE)  torna a dirimere una questione preliminare in materia di turismo del welfare.

Nel novembre scorso, infatti, la CGUE aveva dichiarato la legittimità dell’esclusione dal beneficio di prestazioni di assistenza sociale dei cittadini europei da parte dello Stato dove essi arrivino senza l’intenzione di cercare lavoro. Nella causa attualmente al vaglio della Corte, l’avvocato generale Melchior Wathelet sostiene tuttavia che tale esclusione possa avvenire solo a fronte di un’analisi individuale e che mai possa realizzarsi in modo automatico. Inoltre, il Bundessozialgericht (Corte federale tedesca del contenzioso sociale) ha richiesto alla CGUE se sia o meno possibile negare le prestazioni in questione quando il cittadino europeo sia alla ricerca di un impiego, ma abbia lavorato in precedenza per un certo periodo nello Stato ospitante.

La causa

Per chiarire il contesto entro cui l’avvocato generale si è pronunciato, serve riferirsi ai fatti. La causa vede coinvolta una donna (Nazifa Alimanovic) con cittadinanza svedese e i suoi tre figli, nati in Germania e lì ritornati dopo diversi anni di residenza all’estero. Al ritorno nel Paese natale, dal 2010 e per un anno, la figlia maggiorenne ha svolto insieme alla madre impieghi di breve durata e ha fruito di misure di promozione dell’occupazione. Al termine di questi, dopo sei mesi senza esercitare alcuna attività, entrambe hanno percepito per ulteriori sei mesi degli specifici contributi di sussistenza per disoccupati di lungo periodo, ma abili al lavoro (Arbeitslosengeld II).

Nel medesimo periodo i figli più piccoli hanno anche loro ricevuto specifiche prestazioni sociali rivolte, data la minore età, agli inabili al lavoro. Trascorso questo periodo, l’autorità competente (il Jobcenter Berlin Neukölln) ha sospeso i versamenti, in quanto la legislazione tedesca vieta che siano destinati a stranieri e loro familiari con diritto di soggiorno giustificato solo dalla ricerca di un’occupazione.

Il parere dell’avvocato generale

Il Bundessozialgericht ha così richiesto alla CGUE se tale impostazione collida o meno con il diritto comunitario. L’avvocato generale ha riconosciuto innanzitutto la natura di assistenza sociale delle prestazioni in oggetto, riconducendole perciò alla direttiva 2004/38/CE riguardante il diritto di libera circolazione e soggiorno dei cittadini europei. Pur ritenendo legittimo che lo Stato ospitante neghi automaticamente le prestazioni sociali al cittadino europeo che vi soggiorni da meno di tre mesi, così non può avvenire quando il soggiorno si protragga per un periodo superiore ed egli abbia svolto un’attività lavorativa nel territorio dello Stato.

In altre parole, secondo l’avvocato generale, anche quando l’impiego sia durato meno di un anno e il periodo di disoccupazione involontaria più di sei mesi, in nome dei principio di uguaglianza al cittadino di altro Stato membro, va riconosciuta la possibilità di dimostrare il proprio collegamento reale con lo Stato ospitante.

Punto risolutivo dell’ipotesi avanzata da Melchior Wathelet è però un altro. Infatti, se il Bundessozialgericht rileverà che i figli minorenni della parte in causa risultano regolarmente iscritti in un istituto tedesco, allora essi risulteranno titolari di un diritto di soggiorno in virtù del diritto di accesso all’istruzione. Nondimeno, la signora Alimanovic, detenendo l’effettivo affidamento dei figli, risulterà titolare di un conseguente diritto di soggiorno.

Un nuova interpretazione del ‘turismo del welfare’?

A differenza del caso Dano, dunque, si intrecciano sul tavolo giuridico aspetti di natura assai differente. Qualora l’impostazione dell’avvocato generale venisse accolta dalla Corte e il tribunale tedesco accertasse la scolarizzazione dei figli della parte, il concetto di “turismo del welfare” potrebbe assumere una nuova intrigante sfaccettatura. In tal caso le possibilità di contrastare tale fenomeno per garantire l’equilibrio del mercato unico del lavoro, benché nei fatti ben al di là da risultare fattivo, si ridurrebbero drasticamente. La direttiva 2004/38/CE diverrebbe infatti un’arma spuntata e la CGUE si troverebbe al centro di un pericoloso crocevia politico, cercando la strada migliore tra indebite prestazioni sociali a fronte di (presunti) abusi del diritto all’istruzione o, viceversa, restringimento dell’accesso all’istruzione in nome della garanzia delle casse degli Stati membri.

L' Autore - Tullia Penna

Dottoranda in Bioetica (Visiting à Sciences Po Paris; Giurisprudenza UniTo; presso la stessa: Laura Magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza e Certificato di Alta Qualificazione della Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi - SSST). Ex tutor e rappresentante degli studenti della SSST. Mi occupo di principalmente di questioni relative all’inizio e gravidanza surrogata. Appassionata di tematiche trasversali, mi interesso di diritti civili ed evoluzione delle istituzioni democratiche. Nel tempo libero sviluppo le mie abilità di fotografa e viaggiatrice.

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