mercoledì , 15 agosto 2018
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Il Piano europeo per l’acciaio e il futuro delle politiche attive del lavoro

L’industria siderurgica in Europa ha da tempo accusato, colpo dopo colpo, un calo di rendimento significativo, tanto da far suonare le sirene di allarme a Bruxelles. Dal 2007, anno in cui gli ordinativi del settore hanno raggiunto il picco, al 2011 il calo inesorabile è stato del 27% , un dato molto significativo, indice di una situazione critica che da tempo richiama l’attenzione da più versanti. La crisi economica che ha colpito globalmente l’economia europea non ha certo risparmiato il settore dell’acciaio, che anzi ha subito una dura reazione a catena le cui principali vittime sono stati i lavoratori, a fronte di un calo occupazionale del 10%.

In uno scenario che resta cupo, non ci sono però solamente brutte notizie. L’Unione Europea sta infatti riscoprendo un “vecchio amore” per l’acciaio, scendendo in campo per favorire gli investimenti nel settore. In questo momento storico l’Europa sembra in un certo senso tornare alla CECA, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio degli anni Cinquanta, autentica pietra miliare per l’unificazione del continente.

Entrando nel merito, la Commissione Europea ha messo sul piatto un piano per riportare l’industria siderurgica al vertice della competitività su scala mondiale. La manovra in questione va sotto il nome di “Piano Europeo per l’Acciaio”, un programma studiato per ridare certezze ad un settore che non vedeva una riforma dal Piano Davignon risalente al 1977. Nel dettaglio, il piano tocca diversi punti strategici, innanzitutto incentivando le aziende siderurgiche a ricercare un maggiore accesso ai mercati dei Paesi terzi.

In secondo luogo è previsto un rilassamento normativo comunitario sulle restrizioni previste dalle normative vigenti, che consenta di ridare fiato al settore. Su questo punto, però, diversi esperti si sono espressi in maniera negativa in quanto ritengono che questa scelta potrebbe consentire il ritorno di alcuni prodotti chimici banditi e restrizioni al trasporto di materiali pericolosi.

Il Commissario europeo all’industria Antonio Tajani assicura che le aziende usufruiranno di sgravi energetici fino al 40% dei costi attuali. Si tratta di parole audaci che, per ora, non hanno trovato l’approvazione degli analisti. Il nodo centrale spesso evitato resta infatti il problema occupazionale, sul quale non sono previste altrettante stime ottimistiche. La Commissione Europea propone di utilizzare parte dei fondi a disposizione per aiutare i lavoratori che sono stati lasciati a casa chiusura degli impianti, una misura che gli industriali chiedono ormai da anni.

Quest’ultima decisione potrebbe far ritornare l’UE sui suoi passi: le politiche attive non hanno infatti dato i frutti sperati, anzi hanno finito per causare distorsioni sul mercato del lavoro. Per politiche attive del lavoro si intendono quelle iniziative attuate dalle istituzioni al fine di promuovere l’occupazione e l’inserimento lavorativo. Le politiche attive si distinguono dalle passive in quanto, mentre le seconde mirano a ridurre il disagio sociale derivante dalla disoccupazione attraverso misure di sostegno al reddito, le prime cercano di inserire o reinserire i disoccupati nel mercato del lavoro.

Attraverso l’applicazione di politiche attive, non solo il mercato non è riuscito a favorire l’incontro di offerta e domanda, ma ha finito per danneggiare anche le imprese, che non sanno a chi rivolgersi per ridare fiato a un’economia in ginocchio. Questo insieme di problemi alimenta la spirale di eventi negativi che ancora oggi non conosce fine. Probabilmente passeranno ancora anni perché avvenga l’inversione di tendenza. Finalmente, però, l’UE sembra aver toccato il tasto giusto per rianimare il mercato.

Che sia finita l’era delle politiche attive del lavoro? Difficile a dirsi. C’è ancora un’intera strategia, ormai quasi decennale, che ancora spera di dare visibilità a queste politiche. In un non lontano futuro ci si potrebbe accorgere che ritornare a un modello del passato non è un’idea così sbagliata. In momenti come questi, di riscoperta di quello che sembra un tesoro perduto, è utile riflettere su ciò che sta accadendo con altri occhi. In questo caso, due filosofi, Horkheimer e Adorno, possono venire in aiuto. È vero infatti che, come hanno scritto, per salvare il settore siderurgico europeo “non si tratta di conservare il passato, ma di realizzare le sue speranze”.

In foto il Commissario all’industria Antonio Tajani accanto a Wolfgang Eder, presidente della Confederazione Europea delle industrie del ferro e dell’acciaio (Foto: European Commission). 

L' Autore - Luca Cuccato

Laureato magistrale in Scienze Politiche - Politiche dell'Unione Europea presso l'Università degli Studi di Padova. Pronto a iniziare questa avventura europea con tutto il mio entusiasmo!

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