sabato , 24 febbraio 2018
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Industria, la strada per la competitività è ancora lunga

Per tutta la durata della crisi, le imprese europee si sono battute con le unghie e con i denti per mantenere la propria competitività. E il sudato sforzo ha dato i suoi frutti: anche se un po’ ammaccata, l’industria manifatturiera dell’UE è stata capace di mantenere intatti i suoi punti di forza competitivi. Tuttavia, senza un’azione mirata a livello di UE e di singoli Stati membri, imprese e PMI europee sono destinate a rimanere impantanate nella palude della recessione. Queste sono le principali conclusioni che emergono dalle due relazioni sulla competitività industriale pubblicate giovedì scorso dalla Commissione Europea.

Durante la crisi, l’UE ha preservato la sua capacità concorrenziale grazie a numerosi punti di forza. In primis, gli esportatori europei godono di vantaggi comparativi nei settori caratterizzati da un contenuto tecnologico alto e medio-alto. In più, i beni europei destinati all’esportazione godono di un contenuto nazionale molto elevato, pari all’85% del valore aggiunto. Ancora, un altro punto di forza del manifatturiero europeo è l’alto grado di sofisticazione dei prodotti esportati. Infine, l’industria dell’UE può contare su una forza lavoro altamente qualificata.

Tuttavia, è necessario che l’UE e gli Stati membri intervengano con azioni mirate per far sì che i punti di forza dell’industria europea si traducano in una robusta crescita economica. Diverse sono le aree critiche. Come ha rimarcato Ferdinando Nelli Feroci, Commissario per l’industria e l’imprenditoria (ancora per poco, visto che è già stato nominato il suo successore: la polacca Elžbieta Bieńkowska) “Affrontare la mancanza di investimenti, l’accesso limitato ai finanziamenti, gli elevati prezzi dell’energia e l’inefficienza della pubblica amministrazione metterà le nostre società e le PMI in una posizione più forte per competere sul mercato mondiale.”

L’accesso ai finanziamenti esterni è linfa vitale per il settore manifatturiero europee. Le imprese piccole e giovani fanno molta più fatica ad ottenere prestiti bancari rispetto a imprese di maggiori dimensioni, pur riportando risultati finanziari analoghi. Per far fronte a questa imperfezione del mercato del credito, dovuta in gran parte alla presenza di asimmetrie informative, sarebbe auspicabile la creazione di agenzie di rating del credito a livello UE.

Un altro capitolo importantissimo è quello del sostegno all’internazionalizzazione delle Piccole e Medie Imprese (PMI), che rappresentano il 99% delle imprese e il 60% della produzione totale in Europa. Oltre all’internazionalizzazione, anche l’efficienza della pubblica amministrazione (PA) contribuisce in maniera significativa alla competitività dell’industria europea. Infine, ad influenzare negativamente la competitività sono i prezzi dell’elettricità e del gas, più alti nell’UE rispetto ai suoi competitors internazionali. Per le imprese dell’UE è fondamentale poter disporre di mercati dell’energia efficienti e fonti energetiche diversificate – anche alla luce del mutato contesto geopolitico.

Fatto salvo questo quadro complessivo, la competitività varia molto fra gli Stati membri. Si va dai Paesi con competitività elevata e in miglioramento (come Paesi Bassi e Germania) a quelli con competitività modesta e in ristagno o in diminuzione (come Slovenia, Bulgaria e Croazia). L’Italia si colloca in una posizione intermedia, tra i Paesi “con competitività elevata, ma in ristagno o in calo” (insieme a Regno Unito, Francia, Belgio e altri).

La crisi ha segnato profondamente il paesaggio industriale italiano: la produzione è inferiore del 25% rispetto ai livelli pre-crisi. Come se non bastasse, l’erogazione di prestiti all’industria ha continuato a contrarsi, diminuendo del 6,1% nel 2013. I lacci e lacciuoli amministrativi e burocratici sono invece la causa principale dei pessimi risultati dell’Italia nell’attrazione di capitali esteri, che hanno toccato la misera cifra di 12,4 miliardi di euro nel 2013. Per non parlare dei ritardi nei pagamenti della PA, che continua a impiegare 180 giorni in media per pagare le proprie fatture.

L’industria italiana però resiste: il manifatturiero rappresenta ancora una percentuale di valore aggiunto lordo sul PIL (15,5%) superiore alla media UE (15,1%). In più, costituisce il 70% della spesa privata per ricerca e sviluppo e quasi l’80% delle esportazioni. Le potenzialità ci sono eccome, quello che manca è un contesto imprenditoriale competitivo. Matteo Renzi farà bene a rimboccarsi le maniche.

In foto, Ferdinando Nelli Feroci (© European Commission – 2014)

L' Autore - Stefania Bonacini

Responsabile politiche regionali e industriali - Ho conseguito la laurea magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna, con una tesi in inglese dal titolo: "Dynamics of Transition in Egypt: the Role of the EU". Dopo aver lavorato un anno a Bruxelles, mi sono trasferita di nuovo in Italia. Mi occupo principalmente di comunicazione.

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