martedì , 14 agosto 2018
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Il Commissario agli Affari Socialio Thyssen con Jean-Claude Juncker © European Commission, 2015

Italia buco nero del welfare. Il monito della Commissione

Un nuovo campanello d’allarme sta suonando per il welfare italiano. Si tratta del report Social Investment in Europe, commissionato all’European Social Policy Network dalla Commissione Europea e pubblicato il 23 aprile scorso. L’esito complessivo della ricerca dipinge un quadro a tinte fosche, nel quale solo pochi Stati membri hanno saputo implementare efficaci riforme di rafforzamento dei sistemi di protezione sociale. L’Italia, ça va sans dire, non risulta tra questi.

Assistenza a famiglie e disoccupati: è allarme rosso

L’Italia risulta affetta da “serie mancanze” in riferimento alla maggior parte degli istituti di welfare che l’UE assume come basilari, quali un effettivo reddito minimo garantito. Benché il nostro Paese sia stato in grado di incrementare i benefici per i soggetti disoccupati, il rapporto riferisce di una vera e propria lacuna in fatto di protezione dei diritti delle persone che versino in stato di povertà e siano vittime dell’esclusione sociale. Gli esperti hanno descritto il sistema di welfare come retaggio di una cultura normativa tendenzialmente frammentaria e corporativista. Una definizione che nasce dall’evidente carattere scarsamente inclusivo (eccezion fatta per il sistema sanitario), nonché dalla limitata redistribuzione verticale, dalla complessità e frammentarietà della legislazione fiscale e, infine, dalla insormontabile difficoltà di raggiungere realmente le persone più bisognose con efficaci politiche di supporto.

Inoltre, lo Stato italiano ha via via ridotto le risorse finanziare destinate ai servizi pubblici, inclusi quelli forniti per interposizione delle Regioni e degli enti locali, vale a dire la maggior parte dei servizi stessi. Infatti, tra il 2008 e il 2012 le local authorities hanno diminuito del 23,5% i propri investimenti in servizi pubblici di natura assistenziale.

Non meno grave è lo scenario che si apre trattando di infanzia, area anch’essa colpita dalla scarsa coordinazione tra autorità nazionali e locali e da un’elevata disorganicità delle normative di settore. In Italia, infatti, il numero di bambini al di sotto dei 3 anni che si avvalgono di servizi di Early childhood education and care (ECEC) è drasticamente crollato, richiamando necessariamente all’ordine quel valido sostegno costituito dalla rete familiare. Proprio il “compulsory familiarism” verso anziani e bambini costituisce forse il vulnus più grave del nostro welfare, scaturente da servizi assolutamente non a portata (specialmente economica) dei cittadini. Il dato per cui la spesa nazionale per benefits familiari sia cresciuto del 53% dal 2010 al 2014 non può comunque rincuorare, non costituendo un investimento sociale tout-court, bensì un bonus economico localizzato. Infatti, la spesa nazionale per il miglioramento dei servizi di assistenza familiare è diminuito dell’88% tra il 2008 e il 2014.

Dati sconfortanti, ricetta debole

Il team di esperti autore del rapporto suggerisce dunque una ricetta riconducibile in numerosi punti a semplicistici criteri di buon senso. Basti pensare alla teoria di reciproco supporto delle singole politiche sociali: un genitore al quale sia garantito un efficiente servizio di assistenza all’infanzia troverà indubbiamente facilitata la ricerca di una nuova occupazione, per esempio. Se il lato risolutivo risulta debole, specialmente considerato il prestigio intellettuale degli autori, lo stesso non si può sostenere per quanto concerne i dati raccolti.

Complessivamente, dal 2008 il Fondo nazionale per le politiche sociali italiano è stato ridotto del 58%, lasciando Regioni ed enti locali privi di fondamentali risorse e facendo sì che gli esperti in materia a livello europei si dichiarino profondamente preoccupati dal futuro dell’Italia. Un futuro nel quale gli autori del report non vedono come prossima e sicura la creazione di uno schema di reddito minimo garantito e di un efficiente network di assistenza familiare. Note dolenti sulle quali il governo italiano appare riluttante e, a tratti, anche poco consapevole di quel rapporto di interrelazione tra singole politiche sociali.

A tenerci compagnia in questo tetro panorama vi sono anche Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Grecia, Croazia, Lettonia, Lituania, Malta, Romania e Slovacchia. La Spagna e il Portogallo vengono invece promossi per i propri tentativi di “svecchiamento” del sistema di welfare, indirizzandosi verso gli ideali modelli scandinavi di supporto alla genitorialità e all’occupazione. In definitiva, l’agognata coesione sociale indispensabile all’UE appare ancora distante.

L' Autore - Tullia Penna

Dottoranda in Bioetica (Visiting à Sciences Po Paris; Giurisprudenza UniTo; presso la stessa: Laura Magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza e Certificato di Alta Qualificazione della Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi - SSST). Ex tutor e rappresentante degli studenti della SSST. Mi occupo di principalmente di questioni relative all’inizio e gravidanza surrogata. Appassionata di tematiche trasversali, mi interesso di diritti civili ed evoluzione delle istituzioni democratiche. Nel tempo libero sviluppo le mie abilità di fotografa e viaggiatrice.

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One comment

  1. armando mattioli

    Quindi le politiche di austerità che ci ha imposto l’Europa dell’ordoliberismo ed del mercantilismo tedesco non c’entrano niente con il massacro sociale del nostro paese? Si occupi di bioetica e lasci stare cose di cui con tutta evidenza non capisce il senso. Armando Mattioli

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