mercoledì , 21 febbraio 2018
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Libertà dei media – Atto III: guardare al di là confini europei

Mentre l’amministrazione Obama è messa in crisi dallo scandalo Datagate, i manifestanti turchi sfruttano i social network per diffondere le proprie idee e in Italia il web assume un ruolo politico sempre più importante, l’azione del Parlamento Europeo nell’ambito della promozione della libertà e pluralità dei media diviene sempre più attuale. Dopo l’adozione della relazione Weber, è stato approvato ieri in seduta plenaria il rapporto sulla libertà di stampa e dei media nel mondo, diretto dalla liberale olandese Marietje Schaake (commissione Affari Esteri, AFET), già relatrice per il rapporto “Una strategia di libertà digitale nella politica estera dell’UE”.

La relazione, approvata in commissione AFET con un plebiscito (54 voti a favore su 56), ha riscosso un grande successo anche nell’emiciclo di Strasburgo, approfondendo il dibattito parlamentare sulla libertà dei media e delineandone un profilo non più solo europeo, ma globale. Rimarcando l’idea di una Unione Europea come “comunità di valori“, che “dimostri la massima leadership politica per assicurare la protezione dei giornalisti a livello globale […] e capofila nel garantire che i mezzi d’informazione rimangano indipendenti, pluralisti ed eterogenei”, la relazione estende infatti il dibattito sulla libertà dei media prendendo in considerazione la situazione anche al di là dei 27 Stati membri..

Nata a seguito degli eventi rivoluzionari che hanno caratterizzato il Nord Africa, in cui per la prima volta la base rivoluzionaria ha avuto a disposizione strumenti digitali senza precedenti che hanno fornito un supporto logistico eccezionale e un megafono internazionale che nessun altro mass medium era stato in grado di fornire in passato, la relazione vuole definire quale ruolo l’UE debba avere nel promuovere la libertà di espressione, senza cadere nelle facili semplificazioni e magnificazioni della rete cui ultimamente siamo abituati.  Il documento non manca infatti di sottolineare che, se da un lato “l’accesso all’informazione, sia on-line che off-line, è necessario per l’evoluzione delle opinioni e dell’espressione”, dall’altro afferma che “la digitalizzazione […] ha anche offuscato la sottile linea che separa informazione e opinione, […]sollevando questioni relative all’accesso, alla qualità, all’obiettività delle informazioni”, minacciando la professione giornalistica indipendente, seria ed informata.

Un altro elemento centrale del testo è il rapporto triangolare tra media, imprese e autorità pubbliche. Come già la relazione Weber, la commissione AFET denuncia i numerosi strumenti di pressione politica che i governi esercitano sui media, sia attraverso disposizioni legislative che criminalizzano l’espressione (ad esempio tramite la diffamazione o la blasfemia), sia attraverso ricatti che fanno leva sui finanziamenti pubblicitari e sulle ammende, perpetuando un clima di censura e autocensura da parte di giornalisti e blogger. In particolare, ci si sofferma sule pratiche di “internet chiusa“, che violano i diritti umani tramite attività di blocco e filtro, sorveglianza di massa, localizzazione dei cittadini e controllo delle loro attività. In questo panorama è altrettanto importante il ruolo degli intermediari e dei fornitori di servizi, su cui inesorabilmente gravano certe responsabilità, motivo per cui devono essere aperti e trasparenti e sottostare a forme per lo meno di co-regolamentazione tra pubblico e privato.

È da notare inoltre un particolare: nel testo non è rintracciabile alcun riferimento specifico ad uno o più Stati, una decisione non casuale: durante le discussioni della prima bozza alcuni deputati avevano lamentato tale mancanza, ma alcuni, tra cui l’italiano Fiorello Provera (Lega Nord), avevano risposto che creare dei collegi di persone altamente qualificate ed obiettive per stilare una lista di Paesi inadempienti avrebbe posto il doppio rischio di creare uno strumento di pressione poco gradito e di trasformare la relazione in uno strumento di propaganda politica. La commissione, per evitare dunque queste eventualità, ma anche per dare maggiore concretezza alla relazione, ha infine optato per l’inserimento di alcune liste stilate da ONG in difesa della libertà di espressione e di informazione come Reporter senza Frontiere e Freedom House.

Votando favorevolmente, il PE ha premiato la decisione della commissione AFET di evidenziare l’idea di un’UE potenza civile, senza però nascondere le forti dicotomie che la caratterizzano: la relazione afferma infatti che l’UE potrà essere una potenza civile a pieno titolo e svolgere una funzione di leader by example solo quando i valori che vuole promuovere saranno integralmente rispettati all’interno dei propri confini, mentre ad oggi in alcuni Stati membri i mezzi di informazione paiono talvolta essere sottoposti a controlli di natura politica e soffrire di casi di conflitto di interessi e corruzione.

 In foto, Marietje Schaake, relatrice del rapporto discusso in plenaria (Foto: European Parliament)

L' Autore - Enrico Iacovizzi

Responsabile Difesa europea e NATO - Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà Roberto Ruffilli di Forlì con una tesi sull’evoluzione delle relazioni esterne dell’UE e sul suo ruolo come potenza civile globale, vivo e lavoro a Bruxelles. Appassionato di politica internazionale ed in particolare dell'evoluzione politica ed istituzionale della difesa comune europea.

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