giovedì , 16 agosto 2018
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Mais OGM: il mezzo “Si” dell’UE al Pioneer 1507

In Europa si discute di organismi geneticamente modificati (OGM) da decenni. L’ultimo scontro in ordine temporale risale a circa un mese fa, quando la Commissione Europea ha dato il via libera alla proposta di coltivazione del mais transgenico “Pioneer 1507”. Si tratta di un OGM sviluppato daPioneer Hi Breed and Mycogen Seeds che con l’introduzione del Bacillus thurigiensis Cry1F (una tossina), dovrebbe non essere attaccabile dalla piralide del mais europea ed essere tollerante all’erbicida glufosinato-ammonio.

La questione è annosa: la prima richiesta della Pioneer Hi-Bred International, in associazione con la Mycogen Seeds, risale al 2001, quando fece richiesta di immissione nel mercato UE di sementi di granturco OGM “Zea mais L., linea 1507”, ai sensi della direttiva 2001/18/CE (la normativa UE di riferimento per gli OGM). Dopo l’autorizzazione all’importazione del mais per uso alimentare ricevuta nel 2005 ed uno stallo durato sino al 2009, Pioneer Hi-Bred ha citato l’UE in giudizio.

Il 6 novembre 2013, dopo i solleciti della Corte di Giustizia Europea, la Commissione ha presentato una proposta con rilevanti lacune giuridiche, chiedendo ai ministri nazionali di decidere direttamente in merito alla coltivazione del mais. La Commissione ha consultato più volte l’EFSA (Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare) di Parma, che già il 18 ottobre 2012 aveva formulato il sesto parere favorevole all’uso del prodotto della Pioneer.

L’Agenzia aveva ribadito infatti che la modificazione genetica del mais 1507 non costituiva un rischio né per la salute umana, né per quella alimentare, né tanto meno per la biodiversità. L’EFSA è però un’agenzia indipendente che non dispone di laboratori autonomi. Le sue valutazioni scientifiche vengono pertanto fornite sulla base di ‘peer-reviews’ spesso redatte dalle stesse multinazionali che producono e commercializzano i prodotti oggetto della ricerca. Si tratta quindi evidentemente di una contraddizione.

Lo scorso 16 gennaio il Parlamento Europeo si è pronunciato contro la coltivazione del mais transgenico sul territorio dell’Unione, con una risoluzione approvata con 385 voti favorevoli, 201 contrari e 30 astensioni. La decisione finale è però spettata ai ministri dei 28 che l’11 febbraio scorso, in sede di Consiglio, hanno “contraddetto” il PE. 19 i “NO”, 4 gli astenuti e solo 5 i favorevoli: Estonia, Finlandia, Spagna, Svezia e Gran Bretagna. La maggioranza qualificata, necessaria affinché l’autorizzazione alla coltivazione venisse definitivamente respinta, non è stata però raggiunta.

Secondo il sistema complesso che pesa gli Stati Membri in base ad una maggioranza calcolata sui 500 milioni abitanti dell’Unione, l’opposizione di 19 nazioni è corrisposta solo a 210 dei 260 voti richiesti per bloccare il provvedimento. Le astensioni hanno pertanto pesato negativamente sull’esito finale e la Commissione si è detta “legalmente obbligata” all’approvazione della proposta, senza tuttavia fornire data e tempi del suo ingresso in vigore.

Il Commissario alla salute Tonio Borg ha dichiarato che l’autorizzazione alla coltivazione non sarà immediata. Potrebbe infatti sospenderla fino a che gli Stati non approveranno le modifiche alla direttiva UE in materia di OGM (sempre la 2001/18/CE), in stallo dal 2010. Questa situazione consentirebbe a ciascuno Stato la possibilità di vietare o limitare sul territorio nazionale la coltivazione di un OGM, anche se autorizzato a livello comunitario, per motivi socio-economici, diversi da quelli sanitari e ambientali contemplati nella procedura di autorizzazione europea attualmente in vigore. In tal modo, anche qualora il Pioneer 1507 venisse approvato a livello comunitario, ciascuno Stato potrà proibirne la coltivazione sul suo territorio nazionale.

Pioneer 1507” sarebbe il secondo mais geneticamente modificato ammesso alla coltivazione sul territorio dell’Unione (il primo fu il “MON810” della Monsanto). Sempre che non si faccia ricorso alla Corte di Giustizia Europea, che potrebbe sancire l’annullamento dell’autorizzazione alla coltivazione del mais OGM, così come avvenne in passato con la patata OGM Amflora.

Nonostante l’assenza di un parere scientifico condiviso sulla pericolosità degli OGM, le implicazioni di carattere socio-economico legate all’impatto dei prodotti brevettati da multinazionali statunitensi sul tessuto delle PMI locali, fanno della questione una questione politica, oltre che strettamente sanitaria. Considerazioni di carattere politico ancor più legittime in vista del negoziato per il TTIP, l’accordo commerciale di cui UE e Stati Uniti tuttora discutono. 

Nell’immagine, una protesta, in Canada, contro gli OGM Monsanto (© John Novotny, www.flickr.com)

L' Autore - Silvia Cardascia

Laureata magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli di Roma, con specializzazione in Diritto Internazionale dell’Economia e dell’Ambiente. Dalla mia tesi di ricerca sul trattamento degli investimenti diretti esteri in Turchia e le mie successive esperienze sia nel settore del commercio estero che nel non profit nasce il mio interesse per la regolamentazione internazionale in materia di commercio, IDE e azione esterna dell'UE. Scrivo per il blog www.failcaffe.it e sono un’appassionata di geopolitica e Medio Oriente.

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