sabato , 24 febbraio 2018
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Medici italiani, per la Commissione Ue lavorano troppo

La Commissione europea ha deciso di portare l’Italia davanti alla Corte di Giustizia dell’Ue. Questa volta la querelle è rappresentata dal mancato rispetto della normativa europea sull’orario di lavoro per quanto riguarda i medici del Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Sulla carta sono 48 ore settimanali, ma spesso diventano 60 o 70. Ciò rappresenterebbe un duplice fattore di rischio, sia per i pazienti che per i medici, quest’ultimi costretti a fronteggiare situazioni delicate sotto stress, sotto l’ombra di una eventuale responsabilità medica e le sue ripercussioni deontologiche. Turni estenuanti anche per i paladini sella salute. A non aver ricevuto applicazione è la direttiva sull’orario di lavoro dei medici che lavorano nel servizio sanitario pubblico (2003/88/CE).

Tale direttiva prevede che, per motivi di salute e sicurezza, si lavori in media un massimo di 48 ore alla settimana, compresi gli straordinari. I medici del SSN hanno inoltre diritto a fruire di un minimo di 11 ore ininterrotte di riposo al giorno e di un ulteriore riposo settimanale ininterrotto di 24 ore, fatta salva la possibilità di posticipare i periodi minimi di riposo, previo giustificato motivo. La direttiva si applica a tutti i medici con un contratto di lavoro subordinato e dal 1° agosto 2009, il limite di 48 ore si applica anche ai dottori in formazione, (altro triste primato dell’Italia, dal momento che i periodi minimi di riposo erano in vigore dal 2004 in tutti gli Stati membri). Secondo la Commissione, i medici italiani sono di fatto privati di un diritto ad un ragionevole limite nell’orario di lavoro settimanale ed a un periodo minimo di risposo giornaliero e settimanale. Molto chiari in tal senso i paragrafi 6 e 7 della direttiva, che rimandano ai principi dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro in materia di orari di lavoro, in particolare di quelli notturni o sottoposti a situazione di lavoro particolarmente gravose dal punto di vista psicofisico. 

La questione era da tempo a vaglio di un team di esperti europei che aveva già segnalato la situazione all’Italia. La Commissione, dopo aver ricevuto diverse denunce, la ha inviato nel maggio 2013 all’Italia un “parere motivato” in cui le chiedeva di adottare le misure necessarie per assicurare che la legislazione nazionale ottemperasse alla direttiva.  “In Italia, diversi diritti fondamentali contenuti nella direttiva sull’orario di lavoro, come il limite di 48 ore stabilito per l’orario lavorativo settimanale medio e il diritto a periodi minimi giornalieri di riposo di 11 ore consecutive, non si applicano ai dirigenti operanti nel servizio sanitario nazionale. Invece la direttiva 2003/88/CE non consente agli Stati membri di escludere i dirigenti o le altre persone aventi potere di decisione autonomo dal godimento di tali diritti fondamentali”, ha reso noto la Commissione.

E’ stato inoltre sottolineato che i medici del SSN godono della qualifica di dirigente ma non godono, di fatto, delle prerogative o dell’autonomia che le qualifiche dirigenziali richiederebbero nell’orario di lavoro. Dopo diverse sollecitazioni fatte all’Italia e volte a richiedere l’adozione di misure necessarie per assicurare una ottemperanza della direttiva europea, la Commissione ha deciso di sottoporre il caso alla Corte di Giustizia dell’UE, secondo quanto stabilisce la procedura di infrazione.

Non resta che attendere l’esito della questione. A non dormire sonni tranquilli, a quanto pare, sarà (di nuovo) l’Italia.

(Foto: Wikimedia Commons – Gislaug Thorsteinsson) 

L' Autore - Maria Ermelinda Marino

Responsabile Balcani - Studentessa di Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Trento. Nutro un forte interesse per i Balcani ed il Caucaso e trascorro il mio tempo libero studiando la storia, le società e le problematiche di quei luoghi attraverso la lente del Diritto internazionale pubblico e del Diritto dell'Unione Europea.

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