martedì , 14 agosto 2018
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Parità di genere, il Parlamento UE boccia il rapporto Zuber

Respinta. Questo l’esito della votazione con la quale il Parlamento, con 399 voti contrari a fronte di 230 a favore, ha bocciato nella seduta di martedì 11 marzo la Relazione sulla parità di genere nell’Unione Europea nel 2012, presentata dall’europarlamentare portoghese Inês Cristina Zuber (GUE).

Il rischio di un tale esito per il rapporto Zuber si era in realtà già palesato durante la discussione in plenaria il giorno precedente, quando diversi deputati, in particolare del PPE, avevano bollato il documento come troppo ideologico, un’accusa da imputare con buona probabilità a due principali fattori. Innanzitutto, l’esplicito riferimento all’interno della relazione alle responsabilità della Troika nel peggioramento delle condizioni di vita delle donne; nei Paesi in cui FMI, BCE e Commissione hanno imposto i loro programmi infatti, in particolare alle donne – a detta della Zuber – sarebbe stato “rubato il diritto all’emancipazione e all’autonomia”. In secondo luogo, anche il cenno esplicito all’aborto come uno dei diritti femminili messi a rischio dalla crisi, con evidente riferimento alla situazione spagnola, ha spinto parte del Parlamento a votare contro.

Al di là di questi punti su cui, a seconda delle proprie convinzioni, è possibile dissentire o meno, non si può al contrario che essere concordi sul fatto che molto resti ancora da fare per arrivare a una vera parità fra i sessi. I dati citati nelle Relazione fotografano una situazione attuale in cui la vera uguaglianza è ancora lontana; a 104 anni dall’istituzione dell’8 marzo come festa della donna, nonostante innegabili conquiste, molte sono le disparità che perdurano, a partire da quella retributiva.

Le donne guadagnano in media il 16,4 % in meno rispetto agli uomini e quindi, per dirla in altri termini, una donna dovrebbe lavorare 59 giorni in più all’anno per avere la stessa paga di un suo collega uomo. Disparità salariali sono inoltre evidenti tra le donne stesse, a seconda degli Stati di appartenenza. Allarmante il dato sottolineato dall’europarlamentare slovacco Jaroslav Paška (Gruppo Europa della Libertà e della Democrazia), secondo il quale donne che lavorano per la medesima multinazionale hanno in media nell’est europeo una retribuzione inferiore del 20% rispetto alle loro colleghe di Belgio, Germania e Paesi Bassi, in assenza di un’altrettanto evidente differenza nel costo dei beni di prima necessità.

A parità di livello di istruzione, inoltre, le donne lavorano solitamente in settori meno privilegiati e sono poco rappresentate nelle posizioni di leadership. Come ricordato dalla parlamentare croata Dubravka Šuica (PPE), questo dato è quanto mai evidente nel mondo della politica, se si considera che in tutto il mondo le donne occupano in totale solo il 21% dei posti nei parlamenti.

Continuano poi a restare principalmente a carico delle donne le responsabilità nei confronti della famiglia, dalla cura dei bambini a quella degli anziani, con la conseguente e ovvia difficoltà per loro nel conciliare la vita lavorativa con quella familiare, un fattore che può almeno in parte spiegare come ben un terzo delle donne europee abbia contratti di lavoro part-time. Infine, la Relazione ricorda come il segno più evidente del persistere di molti pregiudizi e della non piena parità di diritti sia rappresentato dai dati allarmanti relativi alla violenza sulle donne.

Il fatto che il rapporto Zuber sia stato bocciato non esclude che altre misure siano state e saranno adottate dall’Unione Europea. Tra gli spunti emersi nella discussione in plenaria sul documento, spiccano due necessità da cui i provvedimenti futuri dovranno ripartire: la prima, che si inizi a considerare la parità di genere come un investimento in grado di dare frutti, anche in termini economici; la seconda, che in materia di diritti delle donne l’Europa abbia il coraggio di non limitarsi solamente a delle raccomandazioni, per loro natura non vincolanti per gli Stati membri.

Nel frattempo, la speranza è che qualche segnale concreto e forte arrivi già dalle prossime elezioni, con almeno una donna a rivestire una delle posizioni chiave dell’Unione.

In foto, europarlamentari che celebrano le festa della donna nel 2011 (© European Union 2011 PE-EP/Pietro Naj-Oleari)

L' Autore - Giulia Ferrero

Responsabile Istruzione e Politiche giovanili - Iscritta al corso di laurea magistrale in Letteratura, Filologia e Linguistica Italiana presso l’Università degli Studi di Torino, frequento allo stesso tempo la Scuola di Studi Superiori di Torino, ricoprendo all’interno del Comitato Scientifico di quest’ultima il ruolo di rappresentante degli studenti. Quest’incarico, un semestre di studi nel cuore dell’Europa presso l’Université Catholique de Louvain (Belgio) e la collaborazione ad alcune attività dell’EUCA (European University College Association) mi hanno portato ad interessarmi di politiche europee a sostegno della cultura e dell’istruzione, certa che la vera integrazione europea debba passare innanzitutto per i banchi di scuola.

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