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Politiche migratorie: luci e ombre del quadro di partenariato

La collaborazione con i paesi terzi rimane un obiettivo prioritario in materia di politiche migratorie dell’Unione Europea. Lo afferma la relazione della Commissione pubblicata lo scorso 13 giugno, a poco più di un anno dall’introduzione del quadro di partenariato intrapreso nell’ambito dell’agenda europea sulla migrazione. La Commissione dichiara che i progressi compiuti finora sono incoraggianti, ma diverse organizzazioni della società civile denunciano la tendenza ad una sempre maggiore esternalizzazione delle politiche migratorie, che allontanerebbe l’UE dalle sue responsabilità in materia di diritti umani.

I progressi

La Commissione ha evidenziato come il quadro di partenariato abbia permesso di rafforzare la cooperazione tra l’UE e gli Stati membri, e di avviare relazioni bilaterali con una serie di paesi terzi partner. La relazione rileva una serie di risultati emersi nel corso dell’attuazione: la presenza di funzionari di collegamento europei nei paesi partner, il rafforzamento delle misure di lotta al traffico dei migranti, l’incremento della cooperazione regionale tra paesi d’origine e di transito. Una valutazione complessivamente positiva emerge dall’analisi del processo di cooperazione con Niger, Nigeria, Mali, Senegal ed Etiopia, i cinque paesi prioritari identificati. Non a sorpresa, un’attenzione particolare viene dedicata alla Libia, protagonista della rotta del Mediterraneo centrale.

Le difficoltà

In tutti i casi, la strategia adottata consiste nel consolidare le capacità dei paesi partner di contribuire al controllo delle frontiere e facilitare i rimpatri. Negoziati formali su un accordo di riammissione sono stati finora avviati con Nigeria, Tunisia, Giordania e Marocco. Tuttavia, la Commissione rileva anche che, nella maggior parte dei paesi partner, la cooperazione stenta a decollare.

In questi casi, viene evidenziata la necessità di avvalersi di tutti gli strumenti disponibili per superarne le resistenze, utilizzando anche i finanziamenti allo sviluppo con la funzione di incentivo per il dialogo politico. In questa prospettiva riveste un ruolo chiave il Fondo Fiduciario per l’Africa, il cui budget è stato incrementato, rispetto al 2015, da 1,8 fino a 2,8 miliardi di euro.

Le reazioni

I progressi indicati dalla Commissione sono stati accolti con molte riserve da diverse organizzazioni della società civile. In un comunicato congiunto pubblicato in vista del Consiglio europeo del 22-23 giugno, diciotto ONG, tra cui Amnesty International, Oxfam e Save the Children, hanno sollevato le loro preoccupazioni in materia di diritti umani. Le misure implementate nell’ambito del quadro di partenariato avrebbero raggiunto risultati ben più modesti di quelli presentati nella relazione, anche nel caso di paesi come il Niger, elevato a modello dalla Commissione.

A parere di queste ONG, la cooperazione in materia di controllo delle frontiere avrebbe come unico risultato quello di spingere i migranti a intraprendere rotte sempre più pericolose. Seri dubbi emergono anche riguardo alle pressioni esercitate sui paesi partner in materia di rimpatri. Questo genere di politiche corrisponde a un’accelerazione delle strategie di esternalizzazione della gestione dei flussi migratori, che già in passato aveva destato forti preoccupazioni per il rischio di violare gli obblighi internazionali, ad esempio in materia di non-refoulement, e di esporre i migranti a violazioni dei diritti umani, come detenzioni arbitrarie e torture.

L’utilizzo degli aiuti allo sviluppo è una questione particolarmente delicata. Strumenti come il Fiduciario per l’Africa sono ormai diventati un mezzo per attuare politiche di controllo nei paesi di origine e transito dei flussi migratori, con il rischio di mettere in secondo piano i principi di solidarietà ed inclusività, che sono alla base della cooperazione allo sviluppo. Il timore è che il quadro di partenariato finisca per perseguire un approccio poco coerente rispetto agli ambiziosi obiettivi prefissati nell’agenda europea sulla migrazione, tralasciando soluzioni alternative come l’apertura di vie d’accesso legali e sicure.

L' Autore - Silvia Carta

Laureata in Scienze Internazionali all'Università di Torino, mi sono trasferita a Padova per specializzarmi in Diritti Umani. Nel frattempo, ho trascorso periodi di studio in Francia e Germania, dove si è rafforzato il mio interesse per le tematiche europee. Sono appassionata di diritto internazionale, asilo e migrazioni. Attualmente, sto lavorando a una tesi di laurea sui canali di accesso legali per i rifugiati nell'Unione Europea. Quando posso faccio ritorno in Sardegna, che ho la fortuna di chiamare casa.

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