domenica , 18 febbraio 2018
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Quote rosa nel top management: la direttiva sul gender balance all’esame del Parlamento

Continua l’iter legislativo della discussa proposta di direttiva presentata dalla Commissione Europea lo scorso 14 novembre, volta ad incentivare la presenza di donne nelle posizioni decisionali. Nello specifico, tale bozza si rivolge alle società quotate in borsa e vorrebbe che nei loro consigli di amministrazione almeno il 40% degli amministratori senza incarichi esecutivi venga assegnato al sesso meno rappresentato. A tal proposito, vale la pena ricordare che attualmente la percentuale di donne presenti nei c.d.a è pari al 15,8% (dal 4% di Malta al 29% della Finlandia), mentre il 60% dei laureati è di sesso femminile.

Di fronte a certi numeri, è chiaro che il problema non può essere la preparazione delle donne a rivestire ruoli manageriali, ma vi sono in campo questioni culturali e politiche. Indubbiamente incide una sub-cultura che considera il sesso femminile non adatto a compiti di responsabilità, nonché una politica che non è in grado di mettere in campo strumenti che consentano alle donne di proseguire la loro carriera fino a posizioni di alto livello. Come avevamo già ricordato in occasione della giornata internazionale della donna, il 64,7% delle donne con bambini non lavora e alla nascita di un figlio le madri tendenzialmente diminuiscono le loro ore di lavoro, smettendo di lavorare o scegliendo il part-time.

Ieri la proposta di direttiva è stata analizzata da una riunione congiunta tra la Commissione FEMM e la Commissione JURI del Parlamento Europeo, cui hanno partecipato anche esponenti dei Parlamenti nazionali, per avere così uno scambio di vedute più ampio. I dubbi a riguardo sono ancora tanti, il che risulta ovvio se si pensa che all’interno della Commissione stessa vi erano stati ripensamenti ed opposizioni sull’adeguatezza di stabilire delle quote all’interno dei c.d.a di società quotate.

Se da un lato tutti fanno la fila per dichiararsi a favore di incentivi per una presenza delle donne nei ruoli decisionali e celebrano il valore aggiunto che esse potrebbero dare, dall’altro non tutti sono pronti ad accogliere il metodo avanzato dalla Commissione. Innanzitutto viene evocato il problema della sussidiarietà: nonostante il 15 gennaio la proposta di direttiva abbia superato il controllo di sussidiarietà da parte dei Parlamenti nazionali con 43 voti a favore e 11 contrari (ogni Stato membro ha due voti), le perplessità riguardo all’opportunità di un’azione da parte dell’Unione Europea rimangono. La Svezia sotto il governo di centro destra, ad esempio, è contraria a tale direttiva poiché ritiene non tenga conto delle specificità nazionali e che, dal punto di vista legislativo svedese, si tratterebbe di consentire un’eccessiva ingerenza del diritto del lavoro a discapito della libertà che deve essere data alle società per azioni. Le stesse perplessità sono state avanzate dalla cittadinanza europea. Secondo i dati Eurostat pubblicati nel marzo 2012, mentre l’88% degli intervistati ritiene che le donne debbano essere ugualmente rappresentante nelle posizioni di leadership, l’opinione si divideva sui metodi per raggiungere tale risultato: il 31%, la maggioranza, preferisce che siano le società stesse ad autoregolarsi, il 26% che vengano creati vincoli obbligatori e il 20% che siano stabilite misure non vincolanti come codici di condotta.

Ma la Commissione e i rappresentanti del Parlamento Europeo hanno ribadito innanzitutto che la proposta è stata il più possibile flessibile: esclude infatti le società non quotate e le piccole e medie imprese, toccando all’incirca solo 5000 aziende; distingue tra consigli di amministrazione e comitati di vigilanza o tra ruoli esecutivi e non, garantendo una non ingerenza nel diritti societario da parte dell’Unione Europea; mantiene la definizione delle sanzioni a livello degli Stati membri; promuove l’autoregolamentazione lasciando liberi gli Stati membri che hanno già adottato misure in tal senso di continuare il loro percorso, purché questo garantisca il raggiungimento degli obiettivi. In secondo luogo, la direttiva è vista come necessaria dal momento che gli Stati membri fino ad ora non hanno mostrato significativi progressi. Infine, la proposta è letta anche come coerente rispetto a tutto il lavoro che si sta attuando per migliorare il funzionamento del mercato interno, nonché rispetto ai principi di difesa dei diritti umani, e quindi della pari opportunità, che fanno parte del modello europeo che si cerca di esportare, come ha ricordato, il parlamentare europeo spagnolo Masip Hidalgo.

La strada della direttiva rimane ancora lunga: solo il 14 ottobre vi sarà la votazione del testo emendato da parte delle commissioni e l’entrante presidenza lituana nel suo intervento, pur se a favore della misura, ha ammesso che la direttiva non vedrà l’approvazione durante il suo semestre.

In foto, uno scatto dal workshop ‘Gender balance in corporate boards and top-management’, tenuto a marzo dalla Commissione JURI. (Foto: Parlamento Europeo)

L' Autore - Valentina Ferrara

Vice-direttore - Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche con una tesi in Storia dell'Integrazione Europea dal titolo "Unione Europea e discriminazioni". Ho sempre avuto la passione per il giornalismo, per il mondo della comunicazione e per l'Unione Europea, per questo non ho avuto alcun dubbio a partecipare alla creazione di Europae, la fonte d'informazione che sono sempre andata cercando.

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