venerdì , 17 agosto 2018
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Photo © Dave Conner, 2010, www.flickr.com

Scozia, autonomia ed “eccessi di culture”

Tolte le aree di Glasgow ad ovest, di Dundee ad est e poche altre ancora, il risultato del referendum scozzese non lascia alibi ai perdenti. Porta invece, inevitabilmente, le riflessioni su un altro livello. È vero che secondo alcuni la Scozia avrebbe vinto anche perdendo, in quanto la promessa di una “super devolution” da parte di Londra, di fatto, garantisce un’autonomia se non migliore sicuramente molto interessante rispetto a quella che l’indipendentista Salmond sarebbe stato in grado di concedere ai suoi nuovi “sudditi”.

È anche vero che se avessero prevalso gli “YES”, si sarebbe assistito in Europa ad un ritorno di fiamma delle richieste di autonomia, specie quelle più arrugginite, dal Veneto alla Padania, dalla Sardegna alla Corsica, dai Paesi Baschi alla Catalogna. In pratica da parte di chi più o meno rivendica identità, culture e tradizioni secolari. Poco importa se, come scrive Hugh Trevor-Roper nel famoso libro “L’invenzione della tradizione” (a cura di Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger), “la creazione di una tradizione autonoma per le Higlands, e l’imposizione della nuova tradizione, con i suoi contrassegni esteriori, all’intera nazione scozzese, fu un prodotto del tardo Settecento e del primo Ottocento. Si verificò in più fasi: prima l’usurpazione della cultura irlandese e la rielaborazione della storia scozzese antica, che culminò con l’insolente pretesa che fosse la Scozia – la Scozia celtica – la «nazione madre», e l’Irlanda la sua propaggine culturale. Poi l’artificiosa creazione di nuove tradizioni per le Highlands, presentate come se fossero state antiche, originali e qualificanti”.

Importa invece alle Isole Shetland, ultima propaggine del Regno Unito, ad oltre 100 miglia dalla terraferma scozzese, che con i suoi poco più di 20.000 abitanti e le fondamenta sopra uno dei più grandi bacini petroliferi dell’Occidente, aveva già pronte le carte per un contro-referendum pro Londra, tradizione o no. Così mentre la sterlina vola e la borsa di Londra, insieme alle altre principali piazze d’affari, brinda al mancato ennesimo tentativo di spezzatino europeo, ancora ci si interroga da cosa nasca realmente questo bisogno di frammentazione.

L’antropologo italiano Marco Aime nel suo libro “Eccessi di culture” dice come “i richiami alle origini e alla purezza siano in realtà proiezioni all’indietro di aspirazioni quanto mai attuali (richieste di autonomia, interessi locali, ambizioni di certi leader). Lo stesso autore mette in guardia sulla distinzione fra “tradizione” e “tradizionalismo”, cioè dalla “rappresentazione cosciente di un’eredità culturale più o meno autentica”. Conclude poi con le parole del filosofo tedesco Eric Weil “non tanto come la teoria di un modo di vita in perfetta armonia con quello dei nostri padri, ma come uno strumento utile a influenzare le decisioni politiche concernenti l’avvenire”.

Il prossimo appuntamento sarà in Spagna, anche se il referendum sull’indipendenza della Catalogna partirà già azzoppato dal tribunale costituzionale spagnolo che lo ha dichiarato di fatto illegittimo. Deve far riflettere invece il caso della Valle d’Aosta. Questa, tra un’autonomia speciale consolidata e più lingue ufficiali riconosciute, alla fine deve far i conti con una grossa fetta di abitanti che parlano altri dialetti e portano forza lavoro dal Veneto alla Calabria e non solo. Pertanto, parafrasando sempre il testo di Aime, il ritorno alla tradizione può risultare un mito che nessun popolo ha realmente vissuto. La ricerca dell’identità deve esser fatta sempre guardando davanti, non certo dietro.

L' Autore - Luca De Poli

classe '70, Laurea in Scienze Politiche a Padova e Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali Comparate presso l'Universita' Ca' Foscari di Venezia. Master SDA Bocconi (2003-05) e Master Ipsoa (Pianificazione Patrimoniale). Autore del libro "78 giorni di bombardamento NATO: la Guerra del Kosovo vista dai principali media italiani" (Primo Premio al Concorso Internazionale 2015 Mario Pannunzio, Istituto Italiano di Cultura fondato da Arrigo Olivetti e Mario Soldati, Torino - Sez D). 100% del ricavato viene donato ad Amnesty International. E del libro "Ibrahim Rugova. Viaggio nella memoria tra il Kosovo e l'Italia" (Primo Premio Rive Gauche 2016 Firenze, patrocinato dal Ministero Beni Culturali). Dopo aver seguito per anni progetti nel settore bancario rivolti anche al mondo del Non Profit, dal 2015 si occupa di Wealth Management.

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2 comments

  1. Buongiorno Sig. Andrea, grazie per il tempo e l`attenzione dedicata all`articolo.
    Certamente, come dice Lei, e` stato un referendum prettamente legato a questioni economiche e proprio per questo stonano le storpiature finalizzate a creare un`immagine distintiva dell`identita` del popolo scozzese. Oggi sappiamo che le identita` sono un prodotto culturale, costruito a tavolino ma proprio per questo dato di fatto non dobbiamo abbassare la guardia o criminalizzarle indistintamente. Invece quello che potrebbe preoccupare e che aleggia sopra a queste richieste di indipendenza, e` che i diritti dell`uomo possano passare in secondo piano rispetto a quelli di appartenenza ad una ben definita realta` dotata di sovranita`.

  2. Gran bell’articolo con tanti riferimenti interessanti, il taglio accademico da molti spunti di riflessione e ci stanno tutti bene. Solo un po’ troppo idealista, visto che e’ stato un referendum prettamente legato a questioni economiche!

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