giovedì , 16 agosto 2018
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Serbia e Croazia all’Aja, sul banco degli imputati: l’accusa è di genocidio.

È iniziato dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja il processo che vede come parti in causa non una persona, autorità civile o militare di turno, committente di efferati massacri, bensì due Stati, che si accusano vicendevolmente di genocidio: Serbia e Croazia. La riunione inaugurale è stata aperta il 3 marzo dal giudice slovacco Peter Tomka, attuale presidente della Corte.

La disputa si riferisce al conflitto armato che oppose i due Paesi fra il 1991 e il 1995, nel pieno della disgregazione della ex-Jugoslavia, che finì con un bilancio di oltre 20.000 morti. A presentare per prima la denuncia di genocidio fu Zagabria, il 2 luglio 1999. L’ accusa contro Belgrado conteneva esplicite richieste: un risarcimento finanziario, la punizione dei criminali di guerra, la raccolta di informazioni sulle persone ancora disperse e la restituzione del patrimonio storico e culturale depredato dai serbi.

La Serbia, contestando tali accuse, rispose con una analoga imputazione il 4 gennaio 2010 accusando, a sua volta, la Croazia di genocidio e pulizia etnica ai danni di 230.000 serbi costretti a fuggire ed a trovare rifugio al di fuori dei confini nazionali. Il conflitto armato, come noto, fece seguito alla proclamazione di indipendenza di Zagabria dalla Federazione jugoslava nel 1991, ed alla reazione delle forze di Belgrado.

Di recente i rapporti tra Serbia e Croazia sono nettamente migliorati, soprattutto dopo l’ingresso nell’Unione Europea di quest’ultima, che malgrado i turbolenti rapporti passati e le dispute ancora in atto (questioni di confine e soprattutto legate al rientro dei profughi serbi in Slavonia e Krajina) potrebbe diventare il punto di appiglio per quell’adesione a cui anche Belgrado aspira. Emblema di questi rapporti meno tesi è stata la presenza del presidente serbo Tomislav Nikolić ai festeggiamenti croati per l’adesione all’UE e la visita del presidente croato Ivo Josipović a Belgrado, pochi mesi dopo.

Incontri durante i quali Nikolić ha chiesto alla Croazia, senza successo, di ritirare l’accusa. La richiesta è stata reiterata anche pochi giorni fa, durante l’incontro a Belgrado tra il ministro degli Esteri croato Vesna Pusić ed il vicepremier serbo Aleksandar Vučić, in un ultimo tentativo di risolvere la questione attraverso la diplomazia. In realtà nessuna delle due parti sembra seriamente interessata a risolverla. Le cause davanti al Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja fanno infatti comodo, per motivi politici, ad entrambi i Paesi (la Serbia andrà a breve alle urne). “Bisogna far chiarezza sulla storia, sarebbe peggio se questo compito spettasse alla politica di oggi”, ha commentato Vučić.

A fare da eco è un docente di diritto internazionale, Tibor Varadi, il quale ha precisato che non vi è alcun concreto vantaggio in questo processo dibattimentale, ma vede invece un pericolo concreto nella temuta retorica delle parti. Ha appunto commentato dicendo che: “Se la retorica dovesse diventare incandescente ed esaltata, potrebbe avere effetti negativi sulle reciproche buone relazioni tra i due Paesi”.

Intanto le udienze sono cominciate e si susseguiranno fino al prossimo 1° aprile. A prender per prima la parola durante l’inizio del processo è stata la croata Vesna Crnić-Grotić, nota professoressa di diritto internazionale dell’università di Zagabria, capo del team legale che sostiene le accuse mosse dalla Croazia. La prossima settimana sarà il turno del team di avvocati che difendono la Serbia. È prevista, inoltre, l’audizione di testimoni da entrambe le parti, le cui testimonianze non saranno rese pubbliche.

Tra i testimoni presentati dalla Croazia ci sarà anche la serba Sonja Biserko, attivista e direttrice, per la Serbia, di Helsinki Committee for Human Rights. Il verdetto, atteso per il 2015, verrà emesso da un collegio giudicante di 17 giudici (di cui 15 fissi e due ad hoc, provenienti da Croazia e Serbia) e sarà definitivo, non potendo essere impugnato con ricorsi e appelli. Aleggia nell’aria il rischio di una strumentalizzazione politica, in entrambi i Paesi. Sarebbe un’ennesima conferma di come le esigenze politiche finiscono sempre per risultare prioritarie, non solo rispetto a quelle penali ma, in generale, anche rispetto a quelle morali ed etiche.

Nell’immagine, il monumento alla prima vittima croata della guerra, Josip Jović, poliziotto morto nell’incidente dei laghi di Plitvice (© Modzzak, Wikimedia Commons)

L' Autore - Maria Ermelinda Marino

Responsabile Balcani - Studentessa di Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Trento. Nutro un forte interesse per i Balcani ed il Caucaso e trascorro il mio tempo libero studiando la storia, le società e le problematiche di quei luoghi attraverso la lente del Diritto internazionale pubblico e del Diritto dell'Unione Europea.

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One comment

  1. Mi meraviglio della giustizia umana quando noto che sono più i morti in tempo di pace che in tempo di guerra e quando il principio di eguaglianza sovrana degli stati e dei popoli non si applica dentro gli stessi elementi essenziali e costitutivi dello stato…rappresentanti e rappresentati amministrati e amministratori non avrebbero la parità ,l.eguaglianza,la pari opportunità dunque la sovranità del popolo non è considerata importante quanto la sovranità stessa…una contraddizione che se non venisse sanata non potremmo mai parlare di una vera pace e di una vera sicurezza .

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