martedì , 20 febbraio 2018
18comix
Photo © National Assembly for Wales, 2005, www.flickr.com

Slovacchia: non passa il referendum anti-LGBT

Il 7 febbraio si è tenuto in Slovacchia un referendum promosso dall’Alleanza per la famiglia (AZR), movimento popolare che riunisce diverse associazioni religiose e gruppi a tutela “dei valori familiari”. I tre quesiti referendari riguardavano il divieto di adozione dei bambini per le persone omosessuali, la definizione di famiglia fondata esclusivamente sul matrimonio eterosessuale e la possibilità per i genitori di approvare o meno la libertà di insegnare, nelle scuole, educazione sessuale (e temi legati all’eutanasia). Originariamente ci sarebbe dovuta essere anche una quarta domanda, sulle unioni civili, respinta però dalla Corte Costituzionale.

La particolarità consisteva nel volere introdurre nella Costituzione, “a scopo preventivo”, il divieto di concedere alla comunità LGBT alcuni diritti, comunque non riconosciuti loro nemmeno in precedenza. Nel 2014 socialdemocratici e conservatori avevano introdotto un divieto costituzionale riguardante i matrimoni gay, definendo il matrimonio come vincolo esclusivo tra un uomo e una donna. Per l’Alleanza per la famiglia non era però sufficiente a tutelare la famiglia e i bambini.

La questione ha suscitato un grande dibattito in Slovacchia, Paese cattolico e conservatore. I promotori del referendum hanno raccolto circa 400 mila firme (in soli cinque mesi). L’eco è stata amplificata dalla partecipazione al dibattito della Chiesa Cattolica e dal sostegno diretto di Papa Francesco, che si è detto vicino alla chiesa slovacca nella difesa della famiglia. Anton Chromik, un portavoce di AZR, ha detto: “il referendum non è contro le coppie di persone dello stesso sesso, è per i bambini. Siamo preoccupati che i genitori perdano la libertà di crescere i figli secondo le proprie idee”. Del resto, i partiti più conservatori in Slovacchia e in altri Paesi dell’Est Europa sono preoccupati per le politiche in tema di diritti civili, considerate troppo liberali, adottate dall’UE (e in particolare dalle vicine Austria e Repubblica Ceca).

Da parte sua, il fronte laico ha scelto la via dell’astensione, facendo campagna per il boicottaggio e sottraendosi al dibattito pubblico con i referendari. Una portavoce del movimento LGBT Iniciativa Inakosti (Iniziativa per la diversità) ha dichiarato che “il referendum non cambierà nulla”, proprio per via dello stato attuale dei diritti civili nel Paese. Hanno preso invece posizione contro le ingerenze della Chiesa Cattolica in questioni di politica interna. Secondo alcuni attivisti il referendum era un tentativo di imporre la religione a tutti i cittadini. Barbora Cernusakova, ricercatrice di Amnesty International in Slovacchia, ha detto: “può portare a un significativo passo indietro della Slovacchia. Potrebbe rafforzare la discriminazione omofoba e indebolire l’educazione sessuale”.

L’Europa ha espresso la propria contrarietà verso il voto. Il gruppo S&D ha invitato i cittadini slovacchi ad “ergersi a difesa della democrazia e dei diritti umani”. Molte ONG temevano che un eventuale successo del referendum potesse sdoganare l’omofobia nella società slovacca. La principale sfida dei promotori del referendum era il raggiungimento del quorum (50% degli aventi diritto). Il Paese è caratterizzato infatti da un tasso di partecipazione elettorale tipicamente basso: raramente i referendum da soli hanno attirato alle urne più di un quarto dell’elettorato, e alle elezioni europee del 2014 ha votato il 13% degli abitanti.

Ed il referendum, infatti, non ha raggiunto il quorum: dei 4,4 milioni di aventi diritto al voto se ne è recato alle urne soltanto il 21,4%, invalidandolo. A poco vale il fatto che la stragrande maggioranza (94,5%) si sia espressa per il “SI”. Hana Fabry, attivista slovacca che si è battuta a lungo contro il referendum, ha detto: “sono felice. Il referendum serviva a limitare i diritti di una minoranza, non avrebbe neanche dovuto svolgersi”. “La discussione che ha portato al referendum di sabato”, ha dichiarato il Presidente della Repubblica Andrej Kiska, “ha mostrato come molti in Slovacchia non sappiano cosa vuole e come vive la comunità LGBT”. La società, ha sottolineato Kiska, ha ora un debito di comprensione verso la comunità.

Da più parti il referendum è stato visto come un ponte di lancio per trasformare l’Alleanza per la famiglia in un partito politico conservatore. Malgrado il voto sia fallito, sia gli organizzatori che la comunità LGBT hanno intenzione di continuare la discussione. L’associazione Inakost ritiene ad esempio che il prossimo passo sia cercare l’adozione di una legge per le unioni di fatto registrate, dato che l’emendamento costituzionale approvato lo scorso anno impedisce di intraprendere una battaglia per il matrimonio gay.

L' Autore - Federica Dadone

Lureata magistrale in Scienze Internazionali - China, India & Middle East presso l'Università degli Studi di Torino. Sono stata vicepresidente della ONLUS Nema Frontiera, che lavorava in Bosnia nel settore del sostegno all'istruzione ed all'attivismo giovanile. Il mio percorso di studi si è concentrato sui Balcani, sul ruolo dei media e degli organismi internazionali nelle guerre degli anni '90. Ho vissuto per un anno a New York dove ho lavorato per una Fondazione culturale.

Check Also

Fake news: la Commissione Europea prova a reagire

La Commissione Europea si attiva contro la diffusione delle fake news. Dopo l’avvio della consultazione …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *