giovedì , 22 febbraio 2018
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Soma: l’incidente minerario risveglia le proteste in Turchia

Con la conta delle vittime arrivata attorno a 300, l’incidente avvenuto nella miniera di carbone di Soma (nella Turchia occidentale, a circa 450 km da Istanbul) è il più grave nella storia del Paese. Sono stati proclamati tre giorni di lutto nazionale ma, tra le bandiere a mezz’asta e i locali che hanno deciso di restare chiusi, sono anche ricominciate le proteste e gli scontri tra polizia e manifestanti. Sebbene nelle maggiori città della Turchia siano ormai parte della vita quotidiana, da qualche tempo scontri e proteste non raggiungevano questa intensità.

Qual è però la responsabilità del governo in questa vicenda? Sono due i profili da considerare: la possibilità di evitare l’incidente e, una volta verificatosi, la possibilità di gestire la situazione in maniera migliore. Per quanto riguarda il primo punto, bisogna innanzitutto tenere a mente che il governo di Ankara negli ultimi anni ha investito pesantemente nel carbone, come parte di una strategia per rendersi meno dipendente dalle importazioni di gas e petrolio provenienti da Iran e Azerbaijan. Oggi, circa il 40% della produzione di elettricità in Turchia deriva dal carbone (in linea con la media mondiale, un po’ superiore alla media UE che si attesta al 33%).

Il punto è che, secondo molti, il boom industriale ha reso sempre più precari i diritti e la sicurezza dei lavoratori. In particolare molti insinuano che, da quando la miniera è stata privatizzata nel 2005, il passaggio dal settore pubblico al settore privato – ci sono state anche accuse di legami non molto trasparenti tra politica e businessmen – abbia portato a sacrificare ancora di più la sicurezza a favore del profitto. Secondo le statistiche della Worker Health and Safety Assembly, i morti sul lavoro in Turchia sono stati 1235 nel 2013 e 396 nei primi quattro mesi del 2014. Inoltre, una delle accuse principali rivolte al governo riguarda l’aver rigettato, solo venti giorni prima dell’incidente, una mozione parlamentare presentata sei mesi prima dall’opposizione (CHP), volta a chiedere l’apertura di un’inchiesta sui frequenti incidenti nelle cave. In risposta, il governo ha dichiarato che la cava di Soma è stata comunque sottoposta ai regolari controlli, l’ultima volta nel mese di marzo.

Per quanto riguarda invece il modo in cui la tragedia è stata gestita, sono stati tre i principali oggetti di critica. Primo, l’iniziale confusione sul numero delle persone intrappolate nella miniera e in generale la scarsa e non trasparente copertura mediatica all’interno del Paese. Secondo, le dichiarazioni di Erdoğan, che sono sembrate prive di empatia e volte a sostenere più o meno che “sono cose che capitano”. In particolare, è stato trovato un po’ inopportuno il paragone proposto con incidenti verificatasi in Inghilterra e in Francia più di un secolo fa. Terzo, una volta avviate le prime manifestazioni, la consueta brutale repressione da parte delle forze di polizia. Si sta inoltre parlando molto delle immagini che mostrano chiaramente Yusuf Yerkel, uno dei più stretti consiglieri di Erdoğan, prendere a calci un manifestante che si trova già a terra.

Ciò che il primo ministro sicuramente non può sottovalutare, è che questa volta le proteste potrebbero coinvolgere non solo l’opposizione, ma anche una parte significativa del suo bacino elettorale, e in particolare la classe operaia e i gruppi più conservatori. Infatti, se il dibattito sul blocco di Twitter e di YouTube può non toccare minimamente questa fascia della popolazione, lo stesso non si potrebbe dire di una rinnovata attenzione sulle condizioni dei lavoratori.

Photo: © Yenal Küçüker, Wikimedia Commons.

L' Autore - Chiara Franco

Laureanda magistrale in International and European Studies presso l’Università di Trento ed allieva della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Nel frattempo, sono passata da Parigi, Londra ed Istanbul per periodi di studio e ricerca. Scrivo di relazioni esterne dell’UE, con un occhio di riguardo a Turchia e Medioriente.

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