martedì , 14 agosto 2018
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Storia di due giornali. Il caso Snowden sui media

Quando Edward Snowden ha deciso di rendere pubblici i documenti sulle attività di raccolta dati e intercettazioni portati avanti dalla NSA e dal corrispettivo inglese GCHQ (Government Communications Headquarters), poteva scegliere tra tutti i giornali e i giornalisti del mondo. La sua unica necessità era di passare la storia a più di un giornale e più di un giornalista in Paesi diversi, così da ridurre il rischio che non fosse pubblicata per pressioni governative o per decisione del giornale stesso.

La sua scelta è stata molto oculata. Anzitutto il Guardian, noto per essere molto indipendente e poco tenero nei confronti del potere. Poi un giornalista, Glenn Greenwald, che collaborava con il Guardian da esterno e viveva a Rio De Janeiro, fuori dalla portata delle autorità inglesi. Infine, Snowden coinvolse la filmaker di Berlino Laura Poitras e Barton Gellman, giornalista del Washington Post, il quotidiano di ‘Gola profonda’ e dello scandalo Watergate.

C’è un grande assente, in tutto questo: il New York Times. Secondo Alan Rusbridger, direttore del Guardian, la decisione di escludere il più diffuso quotidiano in lingua inglese (dunque il più letto quotidiano del mondo) è stata presa da Snodwen consapevolmente. Così, mentre la storia di PRISM travolgeva l’Europa, determinando reazioni e attriti tra le due sponde dell’Atlantico, sulla stampa anglosassone è iniziato un dibattito sul ruolo degli informatori e sul rapporto che i giornali dovrebbero avere con il governo e le agenzie di sicurezza.

Soprattutto, è stato un dibattito su due diverse concezioni di giornalismo. Da un lato il NYT e in generale il modello americano, per cui il primo compito del giornalista è informare, comunicare i fatti: l’opinione sarà poi maturata dal pubblico. Un giornalismo non schierato, super partes. Mainstream, come l’ha definito – non certo per fargli un complimento – l’opinionista di Reuters Jack Shauer, che questa estate lo ha contrapposto al giornalismo partigiano del Guardian. Da una parte i fatti, senza dire al pubblico cosa deve pensarne; dall’altra l’interpretazione e la scelta di schierarsi. Questa contrapposizione è stata oggetto di uno scambio di lettere tra Greenwald, autore dello scoop sul Guardian, e Bill Keller, ex redattore capo al New York Times. Lo scambio, pubblicato sul NYT, è avvenuto subito dopo l’annuncio che Greenwald avrebbe fondato un sito di giornalismo investigativo insieme a Pierre Omidyar, fondatore e amministratore di eBay.

Keller e Greenwald sono due giornalisti appassionati al loro lavoro, di cui hanno però concezioni diverse. Il primo ha rivendicato per il Times un grande ruolo nel portare alla luce scandali e rivelazioni, ciò che lo stesso Greenwald ha riconosciuto, attribuendogli però anche “un sacco di giornalismo atroce e di abitudini tossiche”. Per Greenwald le opinioni sono importanti quanto i fatti e devono essere riportate per correttezza nei confronti del lettore, che conoscendo le idee di chi scrive può valutare meglio le informazioni ricevute. Il giornalismo non dovrebbe limitarsi a riportare le dichiarazioni di funzionari e politici: “Noi [Greenwald e Omidyar, ndr] intendiamo trattare le affermazioni dei gruppi più potenti con scetticismo, non con reverenza”. Keller ritiene invece l’imparzialità un’ambizione importante del giornalismo, e ha chiesto al collega se nella sua nuova avventura giornalistica ci sarà spazio per persone che la pensano diversamente da lui o di fede politica opposta.

Molte riviste americane sono intervenute: il New Yorker ha pubblicato un articolo di 16 pagine per raccontare Alan Rusbridger e il suo lavoro al Guardian, difendendone lo stile aggressivo e indipendente. La New York Review of Books ha ospitato un saggio di Rusbridger stesso, in cui il direttore racconta le pressioni subite dal governo inglese e il giorno di luglio in cui si è trovato a dover comprare una macchina tritatutto, per ordini governativi, allo scopo di distruggere i computer su cui erano stati scaricati i documenti di Snowden.

Il 1 gennaio 2014, sul New York Times è comparso un editoriale non firmato, rappresentativo dell’intera testata e del suo comitato editoriale, in cui si invita il governo americano a permettere il rientro in patria di Snowden, lasciando cadere le pesanti accuse di spionaggio che su di lui gravano. L’editoriale riconosce il grande valore delle rivelazioni di Snowden ed elenca le azioni illegali commesse dall’NSA per spiare cittadini americani e non solo. Con l’inizio del nuovo anno, sembra che il giornalismo mainstream si sia infine schierato.

In foto il giornalista Glenn Greenwald, in teleconferenza (Foto: Wikimedia Commons)

L' Autore - Andrea Sorbello

Iscritto alla Magistrale in Relazioni Internazionali - Studi Europei a Torino. Appassionato/morbosamente interessato a questioni di politica economica, relazioni internazionali, politica italiana (sic) e auto sportive. Lieto di contribuire a Rivista Europae!

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