domenica , 25 febbraio 2018
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Un progetto davvero europeo: l’Erasmus

“L’Europa non potrà farsi una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Così affermava Robert Schuman nel 1950 a Parigi nella Dichiarazione considerata il fondamento del processo d’integrazione europea.

Il programma Erasmus è probabilmente una delle “realizzazioni concrete” meglio riuscite e vincenti di tale ambizioso piano per il Vecchio Continente. Per molti cittadini comunitari, soprattutto giovani, non c’è nulla di più europeo dell’Erasmus. È impossibile dar loro torto, dato che si tratta di un progetto di grande successo che più di ogni altro contribuisce a rimarginare il celeberrimo “deficit democratico” ed a definire l’identità di ognuno quale cittadino europeo. E non è solo questo: il progetto costituisce anche un’opportunità preziosa di arricchimento personale, oltre che professionale; una piazza sulla quale si affacciano i ragazzi provenienti da ogni angolo del continente per conoscersi, divertirsi e apprezzare le differenze reciproche. Esiste forse qualcosa di più aderente al motto dell’Unione “uniti nella diversità”?

Sono infatti oltre 3 milioni gli studenti che ne hanno beneficiato nell’ultimo quarto di secolo, in 33 Paesi (i 28 UE più Islanda, Liechtenstein, Norvegia, Svizzera e Turchia). Questa è la cifra riportata lunedì scorso da Androulla Vassiliou, Commissario europeo responsabile per l’Istruzione, la Cultura, il Multilinguismo e la Gioventù. Le statistiche dell’anno accademico 2011-2012 segnano un record, con 252.827 ragazzi in giro per il Vecchio Continente di cui l’80% con una borsa di studio Erasmus lunga, in media, un semestre. Non solo gli studenti, anche 46.527 docenti e membri del personale accademico hanno usufruito del sostegno del programma europeo per insegnare o completare la propria formazione all’estero. In generale, il 10% della popolazione universitaria europea ha svolto un periodo di studio grazie o alla borsa Erasmus o ad altri contributi pubblici o privati nazionali. L’obiettivo per il 2020 dell’Unione è di portare questa quota al 20%.

Dei 33 Paesi disponibili, nell’anno 2011-2012 quelli che hanno registrato il maggior numero di studenti in entrata e in uscita sono stati Spagna, Francia e Germania. La Spagna è prima in classifica sia in quanto a studenti partenti che per quelli accolti, rispettivamente 39.545 e 39.300. Germania e Francia – notate, i due Paesi per la pacificazione dei quali è stata avviata l’integrazione europea – si scambiano invece il secondo gradino del podio a seconda che si parli di studenti mandati all’estero o accolti dalle proprie università. Quella che potremmo definire la “bilancia della mobilità studentesca” – parafrasando il concetto di “bilancia commerciale” di uno Stato – è sostanzialmente in pareggio per tutti i maggiori Paesi europei, tranne che per il Regno Unito, che ospita il doppio degli studenti (25.760) che dall’isola di Elisabetta II s’avventurano oltremanica. Complessivamente 3.189 università hanno istituito programmi di scambio Erasmus.

I dati presentati dal commissario Vassiliou in merito all’entità delle borse erogate riportano una media di 252 euro al mese a studente nell’anno passato, con notevoli differenze da Paese a Paese. Si va infatti dai 123 euro ricevuti dagli spagnoli ai 641 euro dei lettoni. Si noti che l’importo complessivo della borsa è dato dai fondi europei, il cui tetto è fissato dalla Commissione in base al costo della vita del Paese di destinazione, ma anche da un’integrazione proveniente da finanziamenti nazionali, regionali o delle università stesse.

Il numero degli studenti è cresciuto sempre più rapidamente dal 1987, anno di nascita del progetto, quando si contarono appena 3.244 scambi, per poi arrivare ad un milione nel 2002, raddoppiati appena 7 anni più tardi. In pratica ci son voluti 15 anni per giungere al milione, ma solo 7 per i 2 milioni e addirittura 3 anni solamente per avvicinare la quota odierna di 3 milioni.

Un trend in grande ascesa, ma sul quale aleggiano alcune inquietanti ombre. Come noto a tutti, l’Europa si trova nel mezzo di una crisi economica senza precedenti e le reazioni parsimoniose dei Paesi membri al momento della rinegoziazione del budget sono ben conosciute. Tagliare i fondi al programma Erasmus, fiore all’occhiello dell’Unione Europea, sarebbe perlomeno miope. Il primo segnale era stato lanciato lo scorso inverno dal presidente della Commissione Bilancio del Parlamento Europeo Alain Lamassoure, il quale amaramente denunciava l’esaurimento del Fondo Sociale Europeo.

L’allarme sembra rientrato anche perché dal gennaio prossimo prenderà il via Erasmus+, il nuovo programma che intende portare a 4 milioni gli studenti Erasmus entro il 2020, disponendo di un bilancio di circa 14,5 miliardi di euro per l’intero quinquennio. Si tratta di un incremento del 40% dei fondi, un’ottima notizia, non solo per gli studenti che ne beneficeranno, ma per l’Europa intera.

Immaginiamo un’Europa nella quale la maggior parte degli studenti viaggia da uno Stato all’altro potendo liberamente scegliere il percorso universitario migliore. Le istituzioni universitarie farebbero a gara per assicurarsi i ragazzi migliori migliorando l’offerta: avremmo studenti più istruiti, che parlano più lingue, più “open-minded” e, chissà, che si sentono anche più cittadini europei.

In foto, il Commissario all’Educazione e Cultura Androulla Vassiliou alla presentazione delle statistiche Erasmus 2011/2012 (©European Commission)

 

 

L' Autore - Simone Belladonna

Laureato in Scienze Internazionali-Studi Europei e alla Scuola di Studi Superiori di Torino, da sempre appassionato di politica e storia. Ho studiato in Svezia presso la Linnaeus University, faccio parte del consiglio di redazione di Rivista Europae e a marzo 2015 ho pubblicato con l'editrice Neri Pozza il mio primo saggio “Gas in Etiopia”, sui silenzi e le rimozioni del passato coloniale italiano, specialmente per quel che riguarda l'estensivo uso dei gas sulle popolazioni etiopiche. Fortemente convinto che «l'incomprensione del presente nasce inevitabilmente dall'ignoranza del passato».

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