martedì , 20 febbraio 2018
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Unione a gas o a carbone? La discreta apertura del Parlamento agli shale gas

Da anni alcuni studi della Commissione Europea nel settore dell’energia esaminano i combustibili fossili non convenzionali e, nello specifico, gli shale gas (gas di scisto), estratti da rocce sedimentarie, dette scistose poiché si sfaldano secondo piani paralleli.

Il loro sfruttamento è iniziato una decina di anni fa, quando gli Stati Uniti inventarono una tecnica di trivellazione orizzontale del sottosuolo, in seguito alla quale si procede al c.d. fracking idraulico (fratturazione), che consiste nell’iniettare nei pozzi un misto di acqua, sabbia e reagenti chimici ad elevatissima pressione. Gli shale gas costituiscono l’ultima frontiera dei gas naturali adatti a soddisfare il fabbisogno energetico nel periodo di transizione verso una low carbon economy. Il loro impiego comporta un’emissione di gas serra molto ridotta: basti pensare che nel 2012 gli Stati Uniti hanno raggiunto il loro più basso livello di emissioni di CO2 degli ultimi 20 anni.

L’interesse per i gas di scisto non è solo ambientale, ma anche geopolitico dato che il loro uso comporterebbe un calo delle importazioni di petrolio e una conseguente riduzione del potere internazionale degli Stati che lo producono. Inoltre, il fatto che ogni anno siano più i giacimenti scoperti di quelli consumati, senza effetti di diminuzione dei prezzi, instilla negli analisti il timore per lo spettro della scarsità malthusiana. Perciò dal 2007 gli Stati Uniti hanno cominciato la loro metamorfosi da importatori a produttori di gas e gli stessi terminali di gasdotti che vennero ultimati in quel periodo sono ora in disuso, in attesa di un’ormai probabile conversione a reti di esportazione. Nel campo degli shale gas a destare le maggiori preoccupazioni per la tutela dell’ambiente e della salute umana sono i rischi correlati al processo di fracking: la dispersione di agenti chimici nel sottosuolo, l’inquinamento di falde acquifere e lo sviluppo di fenomeni sismici.

Per tali ragioni il 22 febbraio la Cancelliera Merkel, in un’intervista per lo Straubinger Tagblatt, si era dichiarata contraria all’uso degli shale gas. Nell’arco di pochi giorni, tuttavia, ha ceduto alle pressioni della lobby energetica tedesca, già malcontenta in seguito all’uscita dal nucleare, autorizzando le trivellazioni. Il pretesto politico utilizzato è stato l’aumento vertiginoso delle bollette elettriche delle famiglie. I Grünen (ambientalisti tedeschi) hanno però ottenuto l’assicurazione da parte dei ministri dell’Ambiente Altmaier (Cdu) e dell’Economia Rösler (Fdp) che la fratturazione sarà vietata tanto nelle zone protette quanto in quelle prossime a grandi falde acquifere.

Nella primavera del 2011 invece, durante le prime esplorazioni nel Regno Unito, l’immissione dei reagenti chimici ad alta pressione nel sottosuolo provocò due terremoti nella località di Blackpool, nel Lancashire. La compagnia energetica responsabile, la Cuadrilla Resources, difese il suo operato sostenendo che il giacimento avrebbe potuto soddisfare il 10% di fabbisogno di gas del Paese. Le ricerche erano così state sospese fino al dicembre del 2012, quando Downing Street ha eliminato le restrizioni all’uso della fratturazione nell’ottica del risparmio di “miliardi di sterline”, come ha sottolineato il ministro delle finanze Osborne.

Da Parigi il blocco di qualunque ricerca è stato fulmineo rispetto all’insediamento del Presidente Hollande, che ha soddisfatto le richieste degli ambientalisti e frenato le ambizioni della lobby energetica. La Polonia, da parte sua, ha rinunciato alle esplorazioni in breve tempo, dati gli scarsi risultati ottenuti nel tentativo di emanciparsi dall’importazione dalla Russia. Tra i Paesi extra-UE Norvegia e Ucraina sono gli unici dotati di riserve e di infrastrutture idonee alla produzione; a tal proposito il Presidente ucraino Janukovyč non ha eccessivamente dissimulato l’ambizione di competere con la Russia in questo campo.

Recenti studi dello Shale Gas Europe (centro di ricerca supportato da alcune compagnie energetiche) hanno dimostrato come il costo di produzione dei gas di scisto in Europa sia superiore a quello negli Stati Uniti. I fattori discriminanti sono l’assenza di infrastrutture adeguate, la difficoltà di accesso alle aree di trivellazione e, soprattutto, gli obiettivi ambientali fissati dalla Commissione Europa per il 2020 (ridurre le emissioni di CO2 del 20% rispetto al 1990 e ottenere il 20% dell’energia utilizzata da fonti rinnovabili).

Tuttavia, una riduzione dei costi di vendita del gas nell’UE non è impossibile ed è connessa alla parziale liberalizzazione del mercato, che ha consentito la creazione di spot markets come il Title Transfer Facility (TTF) nei Paesi Bassi e il National Balancing Point (NBP) nel Regno Unito. In queste zone i colossi dell’industria energetica si sono imposti – e hanno raggiunto – standards molto più elevati di quelli previsti dai contratti di lunga durata esistenti con Algeria e Norvegia.

Lo spot market è un mercato di scambio pubblico nel quale vengono trattati prodotti che prevedono una consegna immediata previo accordo tra due privati. Tipici esempi sono quelli delle valute Forex nel settore finanziario o i TTF e NBP in quello dei gas naturali

Il 21 novembre il Parlamento Europeo ha emanato due risoluzioni intitolate “Environmental impacts of shale gas and shale oil extraction activities” e “Industrial, energy and other aspects of shale gas and oil”. I testi evidenziano l’esigenza di “regimi e regolamenti solidi” alla base delle future esplorazioni e della prudenza degli Stati membri nelle loro libere scelte riguardo allo sfruttamento delle risorse. Rilevante è la scelta di far carico alle industrie dell’adeguamento delle infrastrutture, equivalente al divieto di contributi pubblici.

Il pericolo per l’UE è quindi di rimanere un fanalino di coda nella corsa allo sfruttamento di risorse che le consentirebbero di affrancarsi, almeno in parte, dalla schiavitù delle importazioni di gas. Se lo scenario geopolitico mutasse e gli Stati Uniti divenissero nei prossimi decenni esportatori a tutti gli effetti, lasciando in secondo piano Russia e Iran, allora l’inibizione dei governi europei in questo settore potrebbe costare caro allo sviluppo di una low carbon economy europea.

L' Autore - Tullia Penna

Dottoranda in Bioetica (Visiting à Sciences Po Paris; Giurisprudenza UniTo; presso la stessa: Laura Magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza e Certificato di Alta Qualificazione della Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi - SSST). Ex tutor e rappresentante degli studenti della SSST. Mi occupo di principalmente di questioni relative all’inizio e gravidanza surrogata. Appassionata di tematiche trasversali, mi interesso di diritti civili ed evoluzione delle istituzioni democratiche. Nel tempo libero sviluppo le mie abilità di fotografa e viaggiatrice.

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