mercoledì , 21 febbraio 2018
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Violenza sulle donne: gli sforzi non sono ancora abbastanza

Orange your Neighbourhood ” è la nuova campagna di sensibilizzazione lanciata dall’ONU per contrastare la violenza di genere: in occasione del 25 novembre, Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne, istituita dalle Nazioni Unite nel 1999, sono iniziati i 16 giorni di attivismo per rompere il silenzio e parlare di questo tema, oggi drammaticamente attuale. La direttrice dell’esecutivo di UN WOMEN, Phumzile Mlambo Ngcuka, la scorsa settimana ha invitato i media ad una specie di “tam tam colorato”, ad usare cioè in qualsiasi modo il colore arancione nei vestiti, nei social, nei siti, nei blog, in televisione. Molte città del mondo hanno così colorato di arancione i loro monumenti più importanti: emblematico il caso dell’Empire State Building di New York. Significativa la scelta dell’arancione: non il rosso del sangue o il classico rosa, ma un colore che sappia comunicare la grinta, la forza, il coraggio di tutte le donne.

La violenza sulle donne non è solo quella fisica o sessuale. Esiste infatti la violenza psicologica, che si insinua lentamente e che porta alla distruzione della propria identità, a causa di continui insulti e denigrazioni. Ci sono poi le intimidazioni sui luoghi di lavoro, gli atti persecutori (stalking) che causano nelle donne la paura di relazionarsi con l’esterno, le paralizza. Le pratiche del matrimonio forzato poi, delle mutilazioni genitali femminili, dell’aborto forzato, delle sterilizzazioni imposte e del traffico di prostituzione. Le tipologie di violenza sono molte e spesso non è possibile catalogarle in schemi fissi, tanto sono multiformi e purtroppo in certi casi subdole.

Come ha detto in questi giorni il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-Moon, si tratta di un fenomeno che non ha confini geografici e che sembra diffondersi sempre più, come un’emorragia che ancora non i sa come fermare. I dati dell’ONU sono allarmanti: 1 donna su 3 in tutto il mondo ha subito nella sua vita una violenza sessuale o psicologica. Quali sono le risposte a livello internazionale? L’ultima Conferenza mondiale sul tema si è tenuta a New York nel 2000, la cosiddetta “Pechino + 5”, indetta per verificare lo stato di attuazione della Piattaforma di Pechino adottata nel 1995. Il lavoro da completare è ancora molto, dato che molti degli obiettivi ambiziosi della Piattaforma non sono stati realizzati.  Anche la Convenzione di Instanbul, il primo strumento giuridicamente vincolante adottato dal Consiglio d’Europa nel 2011 e ratificato dall’Italia nel 2013, non è ancora stata firmata da molti Stati europei.

Considerando i dati 2014 dell’Agenzia dell’UE per i diritti fondamentali, sono 62 milioni (il 33% della popolazione femminile europea) le donne ad aver subito delle violenze. L’UE da anni si impegna in tale settore: dalle direttive per promuovere le pari opportunità, soprattutto negli ambienti lavorativi e nell’economia, ai piani di più vasto intervento, come la Strategia europea per la parità di genere, che, adottata nel 2010, scadrà tra poco, all’inizio del 2015. Per questo lo scorso mese la commissione parlamentare per i diritti della donna ha tenuto un’audizione con un gruppo di esperti per l’elaborazione di nuove proposte da presentare alla Commissione Europea.

In Italia, secondo i dati Eures 2014, muore una donna ogni due giorni. I tanti centri antiviolenza attivi in prima linea denunciano l’insufficienza dei fondi e la mancanza di un intervento legislativo strutturale. Molti i decreti legge, da ultimo quello convertito nella legge 119/2013 in materia di sicurezza e contrasto della violenza di genere, che, se nell’immediato vogliono lanciare un messaggio chiaro e consapevole, a lungo andare si sono dimostrati poco incisivi.

Il problema è che si tratta il fenomeno come se fosse una situazione temporanea, che “tanto prima o poi passerà”. La stessa frase che devono ripetersi molte donne vittime di un’escalation di violenza, che alla fine le travolge, le porta a pagare il loro silenzio con il prezzo più alto. Ecco perché di questo fenomeno occorre parlare alle donne, ma soprattutto agli uomini, per educarli ad una nuova mentalità, e alle istituzioni, per incentivare i loro sforzi. Si tratta di un impegno civile a fermare questa strage attraverso una rivoluzione educativa, che insegni il rispetto dei generi e che deve partire in primo luogo dalla famiglia, per essere coltivata poi nella scuola, nell’ambiente di lavoro, nella società e nella politica.

L' Autore - Elisabetta Sartor

Studentessa all’ultimo anno di giurisprudenza all’Università di Udine. Vorrei raccontare l’impegno europeo per una maggiore tutela dei diritti, soprattutto degli ultimi. Scrivere mi dona felicità, è un modo per conoscere se stessi e la realtà multiforme e imprevedibile che ci circonda.

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