mercoledì , 21 febbraio 2018
18comix

Bini Smaghi: “Renzi e l’Italia, prima le riforme, poi la riduzione del debito”

Membro del comitato esecutivo della Banca Centrale Europea dal 2005 al 2011, Lorenzo Bini Smaghi è oggi Presidente di SNAM e membro permanente del board della banca Morgan Stanley. A seguito della nomina a governatore della BCE di Mario Draghi, nel 2011, ha abbandonato con due anni di anticipo il suo incarico europeo. Il suo nuovo libro si intitola “33 false verità sull’Europa”, una difesa dell’UE, e soprattutto dell’euro e della BCE, contro le decine di luoghi comuni che fanno dell’Europa una matrigna crudele: prima “vincolo esterno” – dice Antonio Polito nel corso della presentazione romana del libro – per permettere al governo italiano di prendere misure impopolari, ora “alibi esterno” cui addossare le colpe degli insuccessi della politica nazionale.

“33 False verità sull’Europa” – photo: © Livia Satullo

Presentazione che si è concentrata, come ogni discorso italiano sull’Europa, sulle questioni nazionali lasciando un messaggio fondamentale, una parolina magica che potrebbe risolvere i problemi europei: fiducia. Fiducia tra gli Stati membri. “Nel 2003 la Germania per prima ha sforato il limite del 3%”, dice Bini Smaghi nel suo breve intervento a conclusione della presentazione “è stato possibile perché gli altri Paesi si fidavano di Schroeder”.

A margine della presentazione di “33 false verità sull’Europa”, mercoledì 10 aprile a Roma, Bini Smaghi ha risposto alle domande di Europae, spaziando dalle strategie BCE ai problemi del Bel Paese.

Presidente, L’UE è precipitata se non nella deflazione in un’assenza di inflazione da cui sembra difficile venire fuori e neanche l’azione così incisiva di Mario Draghi ha arginato il calo dell’indice dei prezzi. L’ultimo consiglio della BCE sembra aver raggiunto una svolta, esprimendosi all’unanimità per un prossimo utilizzo del quantitative easing. Cos’è cambiato negli equilibri dell’Eurotower ? La Bundesbank ha riconosciuto un “pericolo deflazione?

«Nell’ultima riunione, il Comitato direttivo della BCE ha concordato di prendere in considerazioni alcuni strumenti non-convenzionali, come il cosiddetto quantitative easing, ma non è stata ancora presa alcuna decisione specifica. Evidentemente manca ancora il consenso sul tipo di strumento da usare. Ma con una inflazione sotto all’1% c’è il rischio di mancare l’obiettivo della stabilità dei prezzi, che viene definito come una inflazione inferiore ma prossima al 2%. Se i dati rimangono immutati o addirittura l’inflazione si ridurrà ulteriormente nei prossimi mesi, non sarà più possibile rinviare un’azione monetaria più incisiva».

Eppure, Draghi ha prorogato il lancio del QE, prevedendo un rialzo dei prezzi per aprile. Ritiene questa ipotesi plausibile? Sarà una vera e propria inversione di tendenza o un evento estemporaneo? Lo stesso Presidente Draghi ha ricordato che il QE ha funzionato negli Stati Uniti grazie al legame dell’economia reale con il mercato dei capitali. In Europa, molto legata al credito bancario, potrebbe non avere gli stessi risultati: è d’accordo?

«Riguardo al meccanismo di trasmissione, non vi è una grande differenza tra Stati Uniti e Europa. Se le banche vendono titoli alla BCE in cambio di liquidità, dovranno poi impiegare in qualche modo tale liquidità. La possono prestare al settore reale o acquistare titoli più rischiosi, il che tenderebbe a ridurre i tassi d’interesse a lungo termine e dovrebbe dunque agevolare la posizione delle imprese, oppure comprare titoli esteri, facendo deprezzare il cambio dell’euro, che anche in questo caso aiuta l’economia europea».

Gli ultimi giorni sembrano comunque prevedere un ulteriore ricorso da parte della BCE a misure non convenzionali: è il preludio ad una reinterpretazione del ruolo della BCE, a supporto dell’occupazione oltre che della stabilità dei prezzi ?

«Credo che la disponibilità ad intervenire si basi proprio sul fatto che con una inflazione sotto all’1% la BCE rischia di non raggiungere il suo obiettivo prioritario, che è la stabilità dei prezzi. Nelle attuali circostanze, avere un obiettivo preciso aiuta a prendere decisioni».

Ammettendo che con “operazioni non convenzionali” la BCE riesca a portare il tasso di inflazione intorno al 2%, potrebbe bastare questo per riequilibrare gli squilibri macroeconomici dell’eurozona?

«Sicuramente più di quanto succeda con inflazione all’1%. Alzare l’inflazione aiuta i Paesi che hanno perso competitività a riacquistarla».

Proprio per questo, per permettere davvero a questi Paesi di riacquistarla, non sarebbe dunque necessario un tasso superiore al 2%? Il 2% è quindi un limite politico ancor prima che economico?

«Superiore al 2%? Già è difficile, ora, salire. Se poi si sale troppo, al 3-4%, si perde l’ancora esistente. I mercati hanno bisogno di stabilità, di un ancoraggio chiave. Il 2% potrebbe bastare».

Riforme e crescita. Il governo Renzi ha inaugurato una serie di provvedimenti a sostegno di lavoratori e imprese, oltre che di taglio alla spesa: qual è il suo giudizio? Sono sufficienti a generare crescita?

«I provvedimenti andranno valutati nel loro insieme. Il problema dell’Italia è la mancanza di competitività accumulata da anni, sia in termini di costi relativi sia su base strutturale, che riguarda in particolare la rigidità del mercato del lavoro, la mancanza di competizione nei servizi, la lentezza della giustizia, l’eccesso di burocrazia. Tutte cose che ben conosciamo e che richiedono riforme profonde per rendere il Paese più attraente agli investimenti».

Come valuta la dichiarata volontà del governo di innalzare il rapporto deficit/PIL, entro il limite del 3%, per permettere le spese necessarie alle riforme? E’ verosimile che queste possano essere scorporate dal computo del rapporto deficit/PIL ? E come potranno conciliarsi con il rispetto del Fiscal Compact in termini di riduzione del debito pubblico ?

«I giudizi andranno dati sui fatti. Il debito pubblico italiano è troppo alto, frena la crescita e dunque va ridotto. Per ridurlo non ci si può basare solo sul contenimento del debito, ma sull’aumento del potenziale di crescita dell’economia italiana, che può essere realizzato solo attraverso riforme profonde. Tali riforme producono i loro effetti solo nel medio periodo. Tuttavia, se queste riforme verranno fatte, il percorso di rientro del deficit e del debito potrà essere più graduale, e allo stesso tempo più credibile. E’ tuttavia essenziale la sequenza degli eventi: prima le riforme e poi la gradualità del rientro del debito».

L’integrazione economica in Europa è stata caratterizzata da paradossi e squilibri: molto si è detto delle procedure di deficit eccessivo, meno degli altri squilibri macroeconomici, uno su tutti il surplus commerciale tedesco: cosa potrebbe portare la Germania a ri-orientare l’economia verso i consumi interni e il sostegno alla domanda in Europa ?

«La Germania, e altri Paesi del Nord Europa, come il Belgio o i Paesi Bassi, hanno surplus esterni da anni, perché sono risparmiatori netti. E’ difficile forzarli a risparmiare di meno. Bisogna semmai spingerli a riformare i loro mercati, nell’ambito di un sistema europeo più integrato, per aprirsi maggiormente alla concorrenza. Ciò dovrebbe tuttavia essere fatto da tutti i Paesi europei».

L’UE può comunque vantare un importante progresso nella riforma di governance economica: l’unione bancaria. Giustamente dipinta come un successo, la sua approvazione ha generato un forte dibattito riguardo lo stabilimento di un fondo di risoluzione sovranazionale: ritiene sufficiente l’attuale struttura per ridurre il rischio sistemico delle crisi bancarie ?

«E’ un passo avanti molto importante, che cambierà lo scenario del mercato finanziario europeo. Se l’area dell’euro avesse avuto un sistema di vigilanza unica prima della crisi, l’avrebbe superata più facilmente. C’è voluta la crisi per far capire agli Stati membri che una unione monetaria senza unione bancaria non era possibile. Purtroppo l’Europa progredisce talvolta solo per l’effetto delle crisi, che fanno capire che c’è bisogno di maggiore integrazione. E’ il risultato del principio di sussidiarietà, secondo il quale i poteri vengono devoluti al centro quando non sono esercitati in modo efficiente al livello nazionale».

Quale potrebbe essere dopo l’unione bancaria la prossima tappa dell’integrazione economica europea?

«Dei pezzetti di integrazione fiscale. Le prospettive di realizzazione sono però a lungo termine».

Nell’immagine, Lorenzo Bini Smaghi (International Monetary Fund, www.flickr.com)

L' Autore - Livia Satullo

Responsabile UE-Russia - Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche (“R.Ruffilli” di Forlì), ho da sempre nutrito una tripla passione per il giornalismo, l’Unione Europea e la diplomazia. Ex stagista preso la Rappresentanza Italiana all’UE e giornalista pubblicista dal 2011, ho fatto diverse esperienze all’estero tra cui un semestre di studio a Mosca che mi ha suscitato un’incredibile curiosità per la cultura e la lingua russa. Preparo il concorso diplomatico e nel tempo libro faccio atletica e scrivo racconti.

Check Also

Lara Comi: “Il mio impegno per il Made in Italy”

Nei giorni scorsi, l’On. Lara Comi, europarlamentare e membro della Commissione per il mercato interno …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *