martedì , 20 febbraio 2018
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Bresso: Barroso è stato il “tappetino” del Consiglio

Europae ha intervistato Mercedes Bresso, esponente del Partito Democratico e candidata nella circoscrizione nord-ovest alle elezioni europee del 25 maggio. Dal 2005 al 2010 è stata Presidente della Regione Piemonte e il 10 2010 è stata eletta presidente del Comitato delle Regioni dell’Unione Europea.

Il pericolo dei movimenti populisti, in Italia e in Europa, è quanto mai reale. Che argomenti deve usare il Partito Democratico per proporsi in maniera alternativa?

Quando sono state fatte le scelte nefaste di sola austerità, questo è accaduto anche perché c’era una maggioranza di governi conservatori, quindi un Consiglio Europeo conservatore, dominato dalla Germania conservatrice. Questo ha comportato un certo tipo di scelte. Allora la posizione del PD è: questa è una battaglia prima di tutto politica, cambiare l’Europa non significa uscirne, e nemmeno abbandonare la moneta unica, ma cambiare profondamente le posizioni politiche di Bruxelles. Tale è la posizione di tutto il PSE, che vuol dire no all’austerità, sì a delle politiche che, pur mantenendo il rigore, consentano sviluppo e futuro per i nostri figli. 

Pensa che assisteremo ad un patto forte con il PPE e che ciò darà nuovo impulso al processo d’integrazione europea?

Oggi è difficile dirlo. È molto probabile, anzi quasi certo, che sarà un accordo di coalizione. Bisogna ovviamente vedere chi arriva primo e, quindi, chi tiene il pallino di questa trattativa. Poi, se sarà con il PPE o con l’ALDE, dipenderà dalla composizione del prossimo Parlamento, ma anche dalle trattative che si faranno. Basti osservare che in Germania, dopo le prime impressioni per cui nulla sarebbe cambiato con un governo di coalizione, le cose sono evolute (salario minimo per i lavoratori tedeschi e una serie di politiche di alleggerimento dell’austerità). Quindi, se nelle trattative ci saranno dei veri margini per il cambiamento, si potrà continuare con l’accordo PSE-PPE, altrimenti potremmo fare accordi diversi.

Ha citato nelle due risposte precedenti la Germania. Abbiamo vissuto negli ultimi anni in un’Europa “germano-centrica”?

Diciamo che abbiamo vissuto in un’Europa nella quale il peso della Germania era particolarmente forte, anche perché Berlino, grazie a riforme profonde realizzate in passato, ha subito meno gli effetti della crisi economica e quindi si è proposta come un modello. Io credo che noi (l’Italia ndr.), invece, abbiamo tutte le condizioni per superare la fase del risanamento dei conti e rilanciare con forza un’economia basata – per la prima volta – sull’innovazione e sulla ricerca. Se ce la facciamo, possiamo tornare anche noi ad essere leader in Europa. Non c’è nessuna regola che preveda che l’Italia debba contare poco, solo la nostra incapacità a prendere in mano con fermezza il nostro futuro. Mi pare che stiamo incominciando a farlo e credo ce la potremmo fare.

Non trova che la Commissione Barroso sia stata molto spesso appiattita sulle posizioni del Consiglio, mai contraddicendo i compromessi spesso al ribasso raggiunti dagli Stati membri? È possibile che il prossimo PE possa “tirare per la giacchetta” la Commissione e portarla dalla “sua parte” sui grandi temi di politica economica? Se sì, come?

Sicuramente sì. La Commissione Barroso si è affettivamente troppo appiattita sulle posizioni del Consiglio, fino al punto da diventare quasi un gruppo di amministratori invece di un esecutivo. E ciò è stato particolarmente vero per Barroso, che non a caso è stato scelto e riconfermato – cosa che è un’anomalia assoluta – proprio perché la sua capacità di fare da “tappetino” era notoria. Questo ha danneggiato molto la Commissione e la sua capacità di essere veramente propositiva in autonomia rispetto ai governi. In generale chi sa proporre cose veramente intelligenti e innovative si fa ascoltare. Chi, invece, corre dietro, conta poco. E la Commissione, purtroppo, ha contato poco. Il Presidente delle Commissione, votato dal Parlamento, ma anche scelto dagli elettori europei, avrà molta più forza. Se sarà il nostro (il tedesco Martin Schulz, ndr), ossia un candidato con una forte personalità e autonomia, questo sarà ancora più facile.

Con Schulz presidente della Commissione come cambierà la politica economica?

Non credo che sarà solo più il Consiglio Europeo a determinare le politiche. Io mi auguro e sono convinta che Schulz saprà ridare alla Commissione quel vero ruolo propositivo. Ruolo propositivo non vuol dire: “tu mi dici cosa devo fare e io trascrivo”, ma “io ti presento delle proposte e le discutiamo con il Consiglio e con il Parlamento”.

Sui giornali si fanno spesso molti nomi per la Commissione Europea: meglio Massimo D’Alema o Enrico Letta?

Dipende cosa si deve andare a fare. Io vedrei bene D’Alema in ruoli legati, diciamo, ai diritti o alla politica estera, sarebbe un ottimo Responsabile per la Politica Estera. Vedrei meglio Letta se invece i temi sono altri, ad esempio, economici. Ne vedrei altri se invece le competenze che concretamente possiamo riuscire ad ottenere fossero diverse. Quindi ritengo che la persona del commissario debba essere calibrata su cosa pensiamo che questo commissario debba fare. Poi non è solo una scelta del governo singolo, però avendo noi la presidenza di turno dell’Unione Europea, un qualche peso ce lo potremo giocare per portarci a casa una competenza interessante. Purtroppo in questo ultimo mandato ne avevamo una importante, che era la politica industriale e anche quella turistica, ma direi che non l’abbiamo saputa gestire.

Ricordiamo poi che i commissari non saranno più uno per Stato membro, e quindi i margini di manovra per scegliere la persona adeguata alle competenze richieste si allargano.

Certo, e sarà anche uno dei compiti di un Presidente della Commissione che ha in qualche modo un mandato anche politico. È chiaro che deve tenere conto della composizione dei governi, ma anche della qualità delle persone.

Ha citato il semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea che si aprirà a luglio. Quali devono essere le priorità? Condivide la linea di politica europea inaugurata da Renzi?

È chiaro che l’Italia, che ha molto bisogno di una politica europea più espansiva e in grado di creare crescita e occupazione, ha come necessità un’Europa che torni ad investire sul proprio futuro. Certamente questa è una delle nostre priorità, con attenzione a quegli aspetti delle politiche economiche che possono rappresentare vantaggio per il nostro Paese: penso all’innovazione culturale, ad una vera politica di re-industrializzazione dell’Europa che punti sull’innovazione e su tutte le politiche legate alla “green economy” e all’efficienza nell’utilizzo delle risorse. Politiche sulle quali l’Italia potrebbe dare il suo apporto e sono anche il grande grappolo d’innovazione su cui l’Europa sostanzialmente è davanti al resto del mondo. Quindi questo credo sia uno dei punti da mettere molto avanti anche nella nostra politica, perché noi abbiamo in Italia molte aziende che in questa direzione potrebbero andare.

Lei è stata Presidente della Regione Piemonte dal 2005 al 2010. Ritiene che le politiche di coesione dell’UE possono aiutare le regioni italiane a superare la crisi? In che modo?

Si, possono sicuramente. Io ricordo che il Piemonte, con una politica di utilizzo delle risorse europee molto centrata sulla ricerca, l’innovazione e la green economy, è risultata l’unica Regione italiana che ha tenuto il passo con le principali regioni innovative europee. I fondi europei sono essenziali, se vengono usati bene e concentrati su alcune politiche calate sulle esigenze del territorio. Bisogna usarli per esaltare le potenzialità del territorio, non distribuirli sprecandoli, ma concentrandoli su una serie di filoni, appunto, sul grappolo di innovazioni ambientali e sull’implementazione dell’ “agenda digitale” che in Italia è molto arretrata.

In foto Mercedes Bresso con Martin Schulz durante una riunione del Comitato delle Regioni (Foto: European Parliament) 

L' Autore - Simone Belladonna

Laureato in Scienze Internazionali-Studi Europei e alla Scuola di Studi Superiori di Torino, da sempre appassionato di politica e storia. Ho studiato in Svezia presso la Linnaeus University, faccio parte del consiglio di redazione di Rivista Europae e a marzo 2015 ho pubblicato con l'editrice Neri Pozza il mio primo saggio “Gas in Etiopia”, sui silenzi e le rimozioni del passato coloniale italiano, specialmente per quel che riguarda l'estensivo uso dei gas sulle popolazioni etiopiche. Fortemente convinto che «l'incomprensione del presente nasce inevitabilmente dall'ignoranza del passato».

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