lunedì , 19 febbraio 2018
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Bresso
L'Onorevole Mercedes Bresso durante un programma radiofonico © euranet_plus - www.flickr.com, 2014

Bresso: servono politiche strutturali contro i populismi

Europae ha incontrato Mercedes Bresso, nominata relatrice per il Parlamento Europeo per la Strategia Macroregionale Alpina, che si sofferma sui temi dell’attualità politica, come le recenti elezioni in Francia, e il ruolo delle macroregioni per la crescita europea.

Onorevole, cominciamo da un fatto di stretta attualità che chiama in causa tutta l’Europa. Cosa pensa del trionfo del Front National al primo turno delle regionali francesi? La colpa è dell’Europa come sostiene Renzi o si tratta di un fallimento del governo socialista?

Le elezioni regionali in Francia, le prime dopo la riforma che le ha ridotte da 23 a 13, conferma che la destra xenofoba ed estremista sta facendo presa sui popoli Europei. Al primo turno il 40% dei Francesi ha dato il proprio voto ad un partito xenofobo e eurofobo. La partita si è giocata in due tempi molto differenti tra di essi: senza scendere nel dettaglio, è sufficiente guardare le cartine delle regioni francesi tra il primo e il secondo turno. Siamo passati dalla paura, che ha pervaso tutta Europa, di una vittoria del FN in ben 6 regioni al sollievo nel vedere il Fronte Repubblicano vincere in tutte le regioni lasciando a bocca asciutta Marine Le Pen e sua nipote.

Il Partito Socialista esce certamente sconfitto, i risultati de l’Ile de France sono quelli che bruciano di più, ma sono stati determinanti nello scatto d’orgoglio democratico e repubblicano che ha consentito di ribaltare i risultati del primo turno grazie ad una mobilitazione che ha portato il 9% di affluenza in più al secondo turno. La scelta poi del Partito Socialista di ritirarsi o riversare i propri suffragi sui candidati di Centrodestra ha messo nell’angolo Sarkozy che invece ha avuto un atteggiamento ambiguo. Da un lato il risultato elettorale del Partito di Marine Le Pen conferma che il FN non è un fuoco di paglia ma anzi è una forza con radici profonde nel Paese, dall’altro, però, si registra uno scatto d’orgoglio democratico che ha permesso al Fronte Repubblicano di vincere in tutte le Regioni.

Ora, nonostante il sistema elettorale francese, la Francia dovrà fare i conti con le esigenze e desiderata del FN e il Partito Socialista dovrà innovarsi profondamente per riuscire a parlare a tutte le categorie e a tutti i cittadini francesi, a cominciare dai giovani. Nonostante le difficoltà del suo partito, Hollande può giocarsi le sue carte per la riconferma all’Eliseo nel 2017: Sarkozy è uscito indebolito dal secondo turno, Le Pen difficilmente arriverà al 50%+1 dei voti e la risposta al terrorismo del Presidente ha convinto i cittadini.

Quando Renzi afferma che il successo del FN è “colpa” dell’Europa intende sottolineare l’urgenza di un cambio di passo in campo economico e politico. Certamente le passate politiche di austerità dell’Europa hanno alimentato quel sentimento antieuropeo e antisistema che si sta diffondendo in tutta Europa e i fenomeni migratori e le tensioni intorno al Mediterraneo lo stanno acuendo. Non c’è un solo motivo per capire la crescita del Partito di Marine Le Pen, sono tanti aspetti che devono essere affrontati. Con coraggio, innovazione e, come ha detto Jack Lang in una intervista su Repubblica (14 Dicembre 2015), con creatività.

Non solo i partiti devono rinnovarsi ma servono anche politiche strutturali che impediscano ai Partiti xefonobi di prendere il sopravvento. Una, tra le più importanti, è la riforma della legge elettorale per il Parlamento Europeo, sperando che possa passare l’esame del Consiglio.

Nella conferenza ““Whatever it takes – La sfida dell’Euro tra austerity e quantitative easing” dello scorso 4 dicembre, ha detto che secondo la sua opinione, gran parte dei problemi dell’euro deriverebbero da una costruzione incompleta dell’eurozona. Insomma, un’unione monetaria senza quella di bilancio. Perchè i governi non si decidono a fare passi avanti?

Viviamo in un momento nel quale è molto difficile chiedere agli Stati membri di cedere ulteriore sovranità, in particolare nelle materie monetarie e questo rallenta molto il processo di integrazione. Soffia forte il vento del populismo antieuropeo e, come dicevo prima a proposito del FN in Francia, questi partiti, anche se non sono al Governo, condizionano il dibattito politico. Basti pensare all’emergenza dei rifugiati dove alcuni Paesi, come l’Ungheria ad esempio, preferiscono alzare muri e chiudersi in sé stessi. Ma è evidente che il futuro dell’Eurozona e dell’Unione Europea passa necessariamente anche da una salvaguardia della sua dimensione economica. Insieme al mio collega Brok ho elaborato un documento il cui scopo è migliorare il funzionamento dell’Unione europea sfruttando le potenzialità del Trattato di Lisbona. Passaggio fondamentale è proprio il miglioramento del quadro di governance del’Unione economica e monetaria. L’attuale sistema non è ancora abbastanza forte per affrontare potenziali crisi e shock futuri, né sufficientemente efficace per generare maggiore competitività, convergenza strutturale fra i suoi membri, crescita sostenibile e coesione sociale. Sono necessarie quindi ulteriori riforme dell’UEM che la dotino di una governance economica efficace e democratica.

Le sfide che attendono l’Europa bisogna affrontarle tutte insieme, uniti. Perchè altrimenti il passato ci mangia il futuro.

Si può dire che il Presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi abbia “salvato l’Europa”, tamponando le lentezze dei governi nazionali in perenne stallo nelle riunioni del Consiglio attraverso una politica monetaria espansiva non convenzionale? Gli Stati faranno le riforme o vi è il rischio che si adagino, cullati dalla sicurezza dei bassi tassi di interesse?

Sì, si può dire che Draghi abbia contribuito a salvare l’Europa: non potendo più servirsi dell’arma dei tassi di interesse ha puntato, attraverso l’acquisto di bond, a rilanciare l’economia riducendo il costo del denaro agevolando i prestiti e, soprattutto gli investimenti. Non dimentichiamoci però del Piano Junker, l’altro grande strumento per rilanciare gli investimenti in Europa. Gli Stati membri posso beneficiare a pieno, sul lungo periodo, dei Qe e del Piano Junker solo se portano a compimento le riforme, da quelle istituzionali a quelle amministrative, da quelle sociali a quelle sul lavoro. Perchè l’alternativa è rimanere al palo, mentre gli altri Paesi consolidano la crescita.  L’Italia, dopo decenni di immobilismo, sta portando avanti importanti riforme che la metteranno al passo con l’Europa.

Recentemente è stata nominata relatrice per il Parlamento Europeo per la Strategia macroregionale alpina. Come spiegare in modo semplice ai cittadini di che cosa si tratta?

Quello di relatrice per la Strategia Macroregionale Alpina è un ruolo al quale tengo molto. EUSALP coinvolge ben 7 Regioni italiane: Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia, Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e 7 stati europei: Austria, Francia, Germania, Italia e Slovenia, più due Paesi terzi quali il Liechtenstein e la Svizzera. La Strategia prevede una cooperazione più stretta tra le regioni e i Paesi in materia di ricerca e innovazione, sostegno alle PMI, mobilità, turismo, tutela ambientale e gestione delle risorse energetiche. Ritengo che la strategia macroregionale alpina sia un’importante opportunità di sviluppo per le Regioni del Nord Italia. Gli ambiti di intervento fondamentali saranno: la crescita economica e l’innovazione (attività di ricerca su prodotti e servizi specifici della regione alpina); la connettività e la mobilità (miglioramento della rete stradale e ferroviaria ed espansione dell’accesso a Internet via satellite nelle aree remote); l’ambiente ed l’energia (messa in comune delle risorse per salvaguardare l’ambiente e promuovere l’efficienza energetica nella regione).

Sono stati o saranno destinati dei fondi da investire in progetti specifici sul territorio? La Strategia ha, in questo senso, legami con il Piano Juncker per gli investimenti?

Da tempo le regioni italiane lavorano con le altre regioni della zona alpina su tantissimi strumenti e progetti. Ora per la prima volta questi rapporti di cooperazione si sono trasformati in una strategia ufficiale dell’Unione europea.

Le macroregioni non hanno un budget dedicato ma sono un esempio di “politica europea rivolta al territorio”, secondo il principio della sussidiarietà, uno dei fondamenti alla base dell’Unione europea. Le macroregioni sono da considerare come una rete di cooperazione rafforzata e sono molto utili perché permettono di creare “aree d’interscambio”, dove i territori possono fare squadra su quelle problematiche e le sfide che gli accomuna. Penso ad esempio ai cambiamenti climatici che coinvolgono i nostri territori, alle sfide energetiche che ci attendono, ai trend demografici di questo periodo, dove vanno sottolineati gli effetti combinati dell’invecchiamento della popolazione e dei nuovi modelli d’immigrazione.

La strategia alpina macroregionale nasce proprio per fare fronte a queste grandi sfide, aumentando la cooperazione transfrontaliera negli Stati alpini, individuando obiettivi comuni e implementandoli in modo più efficace attraverso la collaborazione transnazionale, perché solo con un lavoro comune queste importanti sfide potranno essere vinte.

L' Autore - Fabio Cassanelli

Responsabile per lo Sviluppo e Responsabile Euro, Economia e Finanza - Laurea triennale in Economia Aziendale e laurea magistrale in Economia, ambiente, cultura e territorio all'Università di Torino. Sono Redattore su Rivista Europae e Presidente dell'associazione culturale Osare Europa.

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