martedì , 20 febbraio 2018
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Buti: “Unione Bancaria successo straordinario. Stop a falsità su deficit e fiscal compact”

a cura di Livia Satullo e Elidegaia Santori

A margine della conferenza organizzata dall’Istituto di Affari Internazionali (IAI) e dal Centro Studi sul Federalismo, dal titolo “Quadrare il cerchio dell’Eurozona. Riforme, stabilità finanziaria e sostenibilità fiscale”, Marco Buti, Direttore Generale per gli Affari Economici e Finanziari della Commissione Europea ha risposto alle domande di Europae, svariando sui temi caldi del dibattito economico: unione Bancaria, deflazione e parametri di Maastricht..

Direttore, siamo vicini all’approvazione finale dell’Unione Bancaria. Come giudica l’accordo raggiunto? Cosa manca rispetto a ciò che la Commissione avrebbe, invece, voluto?

“Quello che abbiamo ottenuto sull’Unione bancaria è un progresso assolutamente straordinario. I componenti di tale Unione saranno un sistema unico di vigilanza, un fondo di risoluzione ed un meccanismo unico di risoluzione. È chiaro che la Commissione Europea aveva presentato delle proposte iniziali ancor più avanzate rispetto all’accordo finale ma, rispetto all’accordo nell’ECOFIN di dicembre scorso, le negoziazioni col Parlamento Europeo hanno permesso di migliorare sostanzialmente l’apparato del sistema di risoluzione unico e del fondo di risoluzione.

Innanzitutto, c’è stata un’accelerazione nella costituzione del fondo stesso. Il processo di mutualizzazione è accelerato, in particolare, rispetto a quanto stabilito in dicembre. Inoltre – ed era una necessità fondamentale sottolineata dallo stesso Mario Draghi – il sistema decisionale è stato sostanzialmente semplificato. Siamo pertanto andati, senz’altro, nella giusta direzione, quella che porta verso la creazione di un sistema rapido ed efficace. Siamo molto soddisfatti di questo accordo, ed è stato il partenariato tra Commissione e Parlamento a permettere di migliorarlo sostanzialmente”.

Problema inflazione, o piuttosto deflazione. Malgrado si prevedesse una leggera inflazione per i prossimi anni, la zona euro rimane ben al di sotto del 2%. Non sarebbe invece necessario un innalzamento del tetto dell’inflazione – anche oltre il 2% – tale da permettere un aggiustamento degli sbilanci esistenti tra Paesi dell’Eurozona?

“In primo luogo credo vi sia un’opinione abbastanza diffusa, quella che i rischi di una deflazione tipo giapponese – ovvero di un avvitamento al ribasso dell’indice prezzi che si autoalimenta e interessa la zona nel suo complesso – non siano attuali per la Zona Euro. Questi rischi sono stati considerati minimi dalla BCE e noi siamo d’accordo su questa valutazione. Certo, c’è la possibilità che ci si venga a trovare, nel medio termine, in un sistema con un’inflazione molto bassa, che renderebbe gli aggiustamenti di bilancio nei Paesi vulnerabili ancora più difficili. È infatti difficile recuperare competitività per un’inflazione più bassa della media comunitaria e nello stesso tempo ridurre il rapporto debito/PIL.

Non si tratta comunque di rivedere la visione di stabilità dei prezzi, ovvero di una situazione – in base alla definizione della BCE – con inflazione prossima al 2%. Si tratta di andare verso un’inflazione più alta e raggiungere nel medio termine quella che è la definizione di price stability, quindi dell’inflazione al 2%. Dovremmo raggiungere questo obiettivo nel medio termine. Di questo la BCE è consapevole e credo che le dichiarazioni che abbiamo sentito negli ultimi giorni indichino come ci sia un dibattito molto aperto e la consapevolezza della necessità di rispettare i dettami della BCE”.

Allora, dopo l’inattesa apertura del Presidente della Bundesbank Weidmann, la BCE comprerà titoli di Stato dei Paesi europei ?

“Non voglio entrare nei meccanismi specifici. Ci sono diverse possibilità che Draghi stesso ha dichiarato essere allo studio e sarà la stessa BCE nella sua saggezza ed indipendenza a scegliere lo strumento più adeguato”.

Con la nascita dell’Unione Economica e monetaria, gli Stati dell’Eurozona sono stati privati dello strumento monetario come meccanismo di riequilibrio interno. Tuttavia, i parametri di Maastricht così come il Patto di stabilità e crescita e, per ultimo, il Six Pack li privano sostanzialmente anche dello strumento della politica fiscale. Che strumento rimane ai governi nazionali?

“I parametri sono stabiliti dai Trattati (rapporto deficit/PIL 3% e rapporto debito/PIL entro il 60%) e quindi non sono modificabili. Le varie riforme del Patto di Stabilità, approvate negli ultimi anni, a partire dal 2005, dopo la crisi di Francia e Germania del 2003, il ricorso alla Corte Europea da parte della Commissione ed il Six Pack del 2011, danno una flessibilità indubbia rispetto all’approccio nominalistico del 3% iniziale. Si mette l’accento, in particolare, sul saldo strutturale, depurando quindi gli effetti del ciclo e delle misure una tantum. Questo permette una maggiore flessibilità, ed in tempi non buoni permette di considerare gli effetti negativi del ciclo economico sul deficit pubblico. Le flessibilità ci sono e sono più estese rispetto a quanto viene solitamente descritto. Vi è poi una considerazione di tipo analitico. Considerando l’impatto della demografia, nel medio e lungo termine, sulle spese legate a pensioni e sanità e considerando l’impatto stesso della demografia sulla crescita potenziale del PIL, per permettere un debito pubblico che rimanga sotto controllo bisogna esser ben al di qua del 3%. È per questo che nel Six Pack si parla dell’obiettivo, nel medio termine, di un saldo strutturale sostanzialmente in equilibrio.

È ciò che anche il Governatore Visco ha menzionato ieri come “un obiettivo per permettere di ridurre la tendenza del debito pubblico”. Credo sia questo l’obiettivo, e se si fanno riforme strutturali per permettere di aumentare la crescita potenziale, oltre a mantenere a medio termine un’inflazione un po’ più alta dell’attuale – pur nel rispetto del tetto del 2% – ci si può permettere di rispettare la regola del debito senza ulteriore manovre. Per questo le idee che si diffondono nei dibattiti in maniera un po’ terroristica, ovvero la presunta necessità di trovare 40-50 miliardi l’anno per rispettare il fiscal compact, sono analiticamente fuori dalla realtà oltre che, semplicemente, sbagliate”.

Nell’immagine Marco Buti, Direttore Generale per gli Affari Economici e Finanziari della Commissione Europea (© Lisbon Council, Flickr)

L' Autore - Livia Satullo

Responsabile UE-Russia - Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche (“R.Ruffilli” di Forlì), ho da sempre nutrito una tripla passione per il giornalismo, l’Unione Europea e la diplomazia. Ex stagista preso la Rappresentanza Italiana all’UE e giornalista pubblicista dal 2011, ho fatto diverse esperienze all’estero tra cui un semestre di studio a Mosca che mi ha suscitato un’incredibile curiosità per la cultura e la lingua russa. Preparo il concorso diplomatico e nel tempo libro faccio atletica e scrivo racconti.

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