mercoledì , 21 febbraio 2018
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Caracciolo: impossibile una politica estera europea senza uno Stato federale

Europae ha intervistato Lucio Caracciolo, direttore di Limes, tra le più prestigiose riviste di geopolitica del panorama nazionale. È ricorrente, quando si parla di geopolitica, pensare principalmente agli Stati, grandi, medie o piccole potenze che siano, presi nell’intimo delle loro prerogative nazionali. È più difficile parlare di geopolitica e di Unione Europea, ma non impossibile.

Direttore, secondo lei l’Unione Europea è un progetto geopolitico coerente? È possibile individuare un interesse generale europeo oppure gli interessi particolari degli Stati membri sono destinati a prevalere?

L’Unione Europea non esprime un progetto politico comune, ma è un compromesso di più progetti, di più approcci. Non è mai esistito un masterplan europeo. L’attuale UE è il risultato di ciò che è stata la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, un’istituzione dove non vi è mai stata convergenza politica, ma solo contrattazione di tipo economico. Con la CECA gli Stati europei hanno fatto del carbone e dell’acciaio l’unico appiglio che potesse portarli a confrontarsi. Poi, con le Comunità Europee create a partire dal 1958, si è dato al mercato e successivamente alla moneta unica il valore di un surrogato politico.

Uno dei limiti riconosciuti all’attuale configurazione dell’UE è la divisione tra Stati membri in materia di politica estera. Alla luce di questo, l’Unione oggi può giocare un ruolo geopolitico significativo o deve essere riformata?

La politica estera viene espressa dagli Stati e l’UE ancora oggi non lo è. Finché essa non diverrà uno Stato ci sarà sempre un gap tra intenzioni e risultati. Oggi non è possibile attribuire a Lady Ashton il valore istituzionale e simbolico di cui normalmente viene rivestito un Ministro degli Esteri. D’altro canto, basta osservare il comportamento degli Stati europei, ad esempio in Libia: la Francia si è erta a punta per il sovvertimento del regime di Gheddafi, l’Italia ha provato fino alla fine a mediare e a difendere l’amico libico, la Germania si è completamente defilata e tutta un’altra serie di Paesi è rimasta in una posizione intermedia. Questo vale anche per la Siria, per l’Egitto e altri. In sostanza, finché non ci sarà uno Stato federale europeo, non ci sarà una politica estera europea.

Cosa ne pensa dell’adesione della Croazia e in generale del processo di allargamento ad Est e nei Balcani? Secondo lei quali dovrebbero essere i confini dell’Unione? La Turchia dovrebbe farne parte?

L’UE così come si è evoluta rappresenta un insieme eterogeneo di Stati. Questa diversità dunque è potenzialmente meno utile alla causa di uno Stato federale. Tenere assieme Paesi di diversa natura porta obbligatoriamente alla creazione di blocchi tra alcuni Stati su una base comune di tipo culturale, politica, geografica o economica. Storicamente e geograficamente i confini dell’Unione dovrebbero ricomprendere tutti gli Stati della ex Jugoslavia e, nel dibattito odierno, mi riferisco soprattutto alla Serbia. Per quanto riguarda la Turchia, invece, dubito che essa voglia ancora fare parte del progetto europeo.

Come considera l’idea di un esercito europeo unitario? Quanto sarebbe rilevante per il sistema internazionale che l’Europa si dotasse di strumenti di sicurezza autonomi da quelli statunitensi?

Oggi tutti gli eserciti europei funzionano sulla base del concetto di interoperabilità. Questo concetto si esplica su un duplice fronte: da un lato gli eserciti degli Stati europei cooperano in misura sempre crescente tra di loro, dall’altro è ancora ben aperto il canale della cooperazione con gli Stati Uniti. Sostanzialmente la cooperazione militare si svolge all’interno dei parametri stabiliti nella NATO. Come ho detto in merito al più ampio tema della politica estera, senza uno Stato europeo non è possibile parlare di un esercito europeo comune. Riprendo l’esempio della Libia: come si sarebbe comportato un ipotetico esercito europeo? Chi potrebbe guidarlo? Vi è poi la questione nucleare: siamo sicuri che Francia e Gran Bretagna siano disposte a condividere i loro armamenti nucleari con altri Stati europei?

Certo, ma in un sistema internazionale caratterizzato da attori come Stati Uniti, Russia, Cina e gli emergenti India e Brasile, non crede che l’Europa così com’è rischi di rimanere marginalizzata dalla politica di potenza internazionale?

La politica internazionale è sempre stata caratterizzata da Stati di grande e piccola dimensione. Prenda ad esempio la Gran Bretagna che, partendo da due isolette nell’Atlantico, è divenuta una delle maggiori potenze globali nella storia. Oggi, ad esempio, non è ipotizzabile che la Germania rinunci al proprio prestigio e potere in nome e per conto dell’Unione Europea. Ripeto, non è la dimensione che fa uno Stato più o meno potente.

 A proposito di Regno Unito: secondo lei che ruolo può ritagliarsi la Gran Bretagna nelle relazioni euro-atlantiche?

La Gran Bretagna non si è mai considerata un vero Paese membro dell’Unione Europea. Ha sempre portato in alta considerazione la sua special relationship con gli Stati Uniti. Oggi, però, meno conta in Europa e meno è interessante per gli Stati Uniti. Se Londra dovesse davvero uscire dall’Europa ha molto meno da offrire a Washington.

In foto il direttore di Limes Lucio Caracciolo (Foto: Wikimedia Commons).

L' Autore - Aldo Carone

Laureato con lode presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha condotto la propria tesi di laurea utilizzando un approccio multidisciplinare utile a descrivere da diverse prospettive le politiche di sicurezza e difesa dell'Unione Europea. Ha frequentato corsi presso la London School of Economics and Political Science, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e l'Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI). Attualmente è iscritto al corso magistrale di Relazioni Internazionali - curriculum di Strategia e Conflitti Internazionali – presso l'Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Per Europae si occupa di tematiche relative alle politiche europee di sicurezza e difesa, di relazioni UE-USA e di conflitti internazionali.

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