lunedì , 19 febbraio 2018
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Dalla Merkiavelli ad un’Europa cosmopolita. Intervista a Ulrich Beck

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Lo scorso weekend la città di Sarzana (La Spezia) ha ospitato, come ormai da dieci anni a questa parte, il “Festival della mente”. Un weekend pieno di ospiti illustri che tengono lezioni aperte al pubblico su argomenti vari, ma sempre stimolanti. Sarzana è una città piacevole da visitare ed è stato molto interessante prendere parte ad un festival ottimamente organizzato, non confinato in un teatro o in un palazzo, in cui l’intera città è protagonista e ti può capitare di incontrare per strada uno degli ospiti.

Quest’anno ha partecipato ad una discussione intitolata “Ma perché l’Europa?” Ulrich Beck, sociologo tedesco che ha studiato a lungo l’Unione Europea nella sua carriera. Noi lo abbiamo incontrato per una chiacchierata sul futuro della nostra amata e tormentata Unione.  

Professor Beck, può definire per i nostri lettori il concetto da lei ideato di risk society e dirci se, alla luce dell’attuale crisi economica, lei crede che il prossimo passo sarà entrare nella catastrophe society o un ritorno a crescita e prosperità?

Fasi dell'intervento di Urlich Beck al Festival della Mente di Sarzana (© Circolo fotografico sarzanese - 2013)
Fasi dell’intervento di Urlich Beck al Festival della Mente di Sarzana (© Circolo fotografico sarzanese – 2013)

Il mio libro sulla risk society è stato pubblicato 25 anni fa, quindi sta diventando un po’ vecchio, ma ancora oggi vi si possono trovare le logiche dei cambiamenti sociali in atto. Da 10 anni a questa parte abbiamo avuto molte catastrofi mondiali e rischi globali: ciò fa parte del processo di modernizzazione o meglio della radicalizzazione del processo di modernizzazione. Quest’ultima, infatti, non produce solo valori positivi, ma anche una distribuzione di negatività. E ora la produzione di negatività, di rischi supera quella di aspetti positivi. Si badi bene che si deve distinguere la società del rischio dalla società delle catastrofi: i due concetti vanno distinti e non devono essere confusi. Il rischio non è la catastrofe in sé, ma è un’anticipazione delle future e possibili catastrofi nel presente, in modo che si possano prevenire. Nel quadro della crisi economica, la catastrofe è il crollo dell’euro che però non è accaduta, proprio perché noi possiamo anticipare questa catastrofe. La società del rischio è in una certa misura la società della speranza, perché improvvisamente per prevenire la catastrofe emergono delle alternative a cui nessuno aveva pensato prima. È un concetto più complicato rispetto a quello che certe persone pensano. Questa ambivalenza la si può vedere anche nella crisi dell’euro: due anni fa Merkel non si curava della Grecia e non avrebbe mai immaginato che diventasse la priorità nell’agenda europea, ma all’improvviso si è realizzato che la Grecia stava collassando e con essa forse l’euro e quindi forse la stessa Unione Europea e la caduta dell’Unione Europea non è l’ideale per un Cancelliere tedesco. Così l’anticipazione della catastrofe ha portato ad una serie di eventi fino al punto, che io trovo interessante, in cui il governo tedesco conservatore-neo liberale ha parlato della Tassa sulle Transazioni Finanziarie.

Lei in varie occasioni ha sottolineato che siamo di fronte ad un’Europa senza Europei. Come possiamo risolvere questo problema?

Innanzitutto dobbiamo indagare che cosa significhi davvero essere Europei. Vi sono molti aspetti da considerare: l’Unione Europea è una creazione delle élite – politiche, economiche, ecc. – nazionali e non delle popolazioni. Tutto il processo dell’integrazione dell’UE è stato separato dal voto della cittadinanza. Ed ora vediamo che questo non funziona più: non possiamo continuare ad avere uno stabile processo di integrazione senza l’identificazione delle persone con esso. Dobbiamo perciò domandarci che cosa significhi l’Unione Europea per gli individui, per me, per te, per tutti. Molti dicono che sono troppo idealista nel cercare un’alternativa, ma credo che questa sia l’unico modo per scovare come si possa creare una differente Europa non più identificata solo con le istituzioni e la struttura che ora abbiamo di fronte. C’è bisogno di una critica dell’Unione Europea da un punto di vista europeo e non nazionale. Per far ciò molti passi sono necessari: alcuni fanno parte già del Trattato di Lisbona, come la petizione dei cittadini, un potere che forse i cittadini non hanno ben realizzato. Assieme a Cohn Bendit ho scritto un Manifesto, che è stato firmato da persone importanti, dove chiediamo che ognuno possa dedicare un anno per l’Unione Europea. Non si tratta più di un dialogo con i cittadini ma di fare qualcosa di concreto.

Il coinvolgimento della cittadinanza passa anche per il referendum nel Regno Unito, quindi. Cosa ne pensa?

Devono farlo e finalmente decidere se vogliono stare o no nell’Unione Europea. Gli Inglesi rappresentano un’importante tradizione democratica nell’Unione Europea, ma è ora che prendano presto una decisione. Altrimenti noi rimarremo bloccati ad aspettarli: il Regno Unito avanza l’ipotesi non di un’Europa differente, non di più Europa, ma di meno Europa e questa è una questione problematica che può essere sfruttata da Merkel, da Merkiavelli.

Continuiamo a parlare di Merkiavelli. Tra poco, il 22 settembre, avremo le elezioni in Germania ed è probabile che Merkel otterrà un terzo mandato. Come crede che sarà la sua politica europea? Possiamo sperare in una svolta o continuerà a seguire lo stile merkiavellico?

Ci sono molti fattori interessanti coinvolti. Un primo si ritrova nel vedere come la crisi economica è affrontata nei vari Stati. Tutti gli altri Stati europei guardano alla crisi riconoscendo l’importanza degli attori internazionali e del ruolo della Germania. Al contrario la Germania non parla degli altri Stati o di attori internazionali, parla solo di come lei è interessata dalla crisi. Ma vi è un altro paradosso: nel Parlamento tedesco non vi è una chiara opposizione nei confronti della politica europea: certo, i partiti dell’opposizione criticano i dettagli della politica europea tedesca, ma poi votano a favore. Vi è praticamente una coalizione informale nei confronti della politica europea della Germania. Io credo, è la mia opinione, che questo significa che avremo un’elezione, il 22 di settembre, e che il giorno successivo, sia con una Grosse Koalition che con la coalizione attualmente al governo avremo un cambiamento nella politica tedesca verso più Europa. Questo perché non se ne poteva parlare prima, soprattutto Merkiavelli non aveva modo di parlarne perché voleva essere rieletta. Ma lei ha silenziosamente, com’è nel suo stile, capito che la politica dell’austerità è un pericolo non per uno Stato singolo ma per l’intera Unione Europea…

Quali sono le caratteristiche dell’Europa cosmopolita da lei auspicata e, in particolare, qual è il ruolo della religione cristiana in essa?

Come ho scritto in alcuni dei miei libri, la decadenza dell’Europa può essere superata se noi immaginiamo un’Europa cosmopolita, ovvero non una nazione, ma una combinazione delle varie nazioni in modo da non distruggere le singole identità nazionali. In questo modo ci si apre al mondo, non significa essere anti-nazionali. Le giovani generazioni forse possono meglio capire questo concetto. Nello specifico, riguardo alle religioni, noi dobbiamo capire che l’Europa non può essere identificata con la tradizione cristiana. Stiamo vivendo in un’era nella quale la separazione territoriale delle religioni non funziona più, a causa, tra le altre cose, dei media, di Internet. Samuel Huntington ha fatto un errore nel basarsi sull’esistenza di confini territoriali appartenenti ad una specifica cultura. Noi non abbiamo più questo quadro di fronte.

In foto Ulrich Beck durante una conferenza nel maggio 2012 (Foto: Wikimedia Commons)

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L' Autore - Valentina Ferrara

Vice-direttore - Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche con una tesi in Storia dell'Integrazione Europea dal titolo "Unione Europea e discriminazioni". Ho sempre avuto la passione per il giornalismo, per il mondo della comunicazione e per l'Unione Europea, per questo non ho avuto alcun dubbio a partecipare alla creazione di Europae, la fonte d'informazione che sono sempre andata cercando.

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