mercoledì , 21 febbraio 2018
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De Guttry: “Diritto internazionale? In Crimea ripetute e consistenti violazioni”

Uno Stato riconosciuto “per qualche ora”, la legalità dell’intervento russo in Crimea. Per avere un’autorevole lettura, dal punto di vista del diritto internazionale, degli eventi che si sono succeduti in Crimea, Europae ha intervistato il Prof. Andrea De Guttry, docente di Diritto Internazionale presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, nonché consulente di vari Stati ed Organizzazioni e membro del Comitato Internazionale per i Diritti Umani. Un’intervista totalmente incentrata sul “caso Crimea”.

1) Professore, fra Russia e Ucraina dopo settimane di crisi, la tensione sembra quasi allentarsi. Prima l’occupazione militare della Crimea (per quanto ripetutamente negata da Mosca), poi il referendum, ed attualmente il ritiro “volontario” delle forze armate ucraine dalle basi nella penisola. Sembra trapelarsi un’annessione de facto alla Russia. A suo parere potrebbero esserci fondamenti legali alla base delle rivendicazioni russe e del processo di secessione avviato dalla Crimea?

No, diciamo che il governo russo non ha argomenti giuridici a sua favore per quanto avvenuto in Crimea. È necessario distinguere il problema della legittimità del referendum da quello relativo alle conseguenze del referendum. La costituzione ucraina prevede la possibilità di indire dei referendum per decidere lo status di una parte del territorio, ma stabilisce espressamente che gli stessi possano avere luogo soltanto se estesi a tutta l’Ucraina. Non è possibile quindi che la decisione di staccare una parte del territorio avvenga attraverso un referendum locale, vi è una violazione delle norme costituzionali dell’Ucraina. Bisogna poi sottolineare, a prescindere dal primo commento, che l’Unione Europea e la Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa hanno definito il referendum “non legittimo” a causa delle modalità con cui si è svolto e della massiccia presenza di forze russe, che ha impedito la libera manifestazione della volontà della popolazione: “non possiamo andare a votare in un contesto in cui non esiste libertà di opinione, di dissenso e c’è una forte presenza militare che intimidisce coloro che partecipano”.

C’è poi il secondo problema, la decisione di annettere allo Stato russo una parte del territorio della Crimea e della città di Sebastopoli. Il percorso seguito è abbastanza particolare: subito dopo la proclamazione dei risultati del referendum la Repubblica Autonoma di Crimea si è proclamata indipendente; contemporaneamente Mosca ha modificato attraverso una legge costituzionale la norma che definisce il territorio russo, consentendo di includere nel territorio anche la penisola e la città di Sebastopoli; in ultimo è stato stipulato un accordo tra il governo russo e il neo-proclamato Stato indipendente della Crimea, in virtù del quale si è deciso di incorporare la Crimea all’interno del sistema legale russo, arrivando così alla cosiddetta secessione per incorporazione.

Il profilo di legittimità di questo secondo problema è più complicato da descrivere, perché la decisione della Crimea si pone in contrasto con il principio di integrità territoriale, un principio fondamentale del diritto internazionale. Quale potrebbe essere il bilanciamento di questo principio con il diritto all’autodeterminazione? Tutti i popoli hanno diritto all’autodeterminazione. L’autodeterminazione può includere, in casi del tutto eccezionali, anche il diritto alla secessione. Questo però si verifica solo se in un determinato Stato, in questo caso l’Ucraina, vi siano più popoli e il governo centrale agisca in maniera discriminatoria verso i singoli popoli. Solo allora si ritiene che il diritto all’autodeterminazione possa contemplare anche il diritto alla secessione. In questo caso invece, i dubbi dal punto di vista del diritto riguardano per prima cosa la definizione della parte russofona degli abitanti della Crimea come “popolo” e quindi come portatrice del diritto all’autodeterminazione. Secondo, ammesso che vi siano più popoli nel territorio ucraino, gli eventuali comportamenti discriminatori del governo ucraino verso di loro. Dubbi fortissimi: dal punto di vista del diritto internazionale la secessione e poi l’incorporazione della Crimea sono una chiara violazione delle regole, non esistevano assolutamente i presupposti.

2) Facendo un passo indietro, il governo russo ha sempre ripetutamente negato di essere intervenuto in Crimea dal punto di vista militare. Ricordiamo tutti le scene trasmesse di soldati in tenuta da combattimento, equipaggiati con armamenti russi, ma non recanti alcuno scudetto nazionale sulla divisa. Vi è qualche altro modo per stabilire o confutare il legame tra questi gruppi paramilitari e il governo di Mosca?

In questo caso vi è una chiara divergenza di interpretazione, poiché Mosca ha da sempre negato di aver inviato dei soldati al di fuori delle basi che, legittimamente e conformemente con il diritto internazionale, le sono state messe a disposizione in tempi passati. Dall’altra parte, l’Occidente, Stati Uniti in primis, ha affermato la presenza di personale militare che, considerato il loro abbigliamento ed armamento, non poteva non essere ricondotto direttamente alla Russia. Una divergenza di opinione che permane tuttora. Per cercare di capire se fossero soldati russi toltisi semplicemente le mostrine dalle divise, oppure fossero fazioni interne, l’Osce ha proposto di inviare un team internazionale di osservatori, con le funzioni di fact finding. Il governo russo ha in una prima fase respinto l’idea, accettandola solo in seguito, pur non consentendo a questi osservatori l’accesso alla penisola. Non è il primo caso in cui si verificano divergenze di opinioni su fatti rilevanti ai fini del diritto internazionale. Proprio in queste situazioni, se vi è il consenso dello Stato, nascono le fact finding missions. In assenza di consenso, come nella disputa ucraina, la fact finding mission può anche operare a distanza, come avvenuto nelle precedenti investigazioni ONU per supposte violazioni dei diritti umani da parte del governo Pinochet in Cile. Rimane comunque da vedere se la missione sia in grado di raccogliere informazioni indipendenti ed in grado di dare risposta ai quesiti.

L' Autore - Giuseppe Lettieri

Responsabile Sicurezza internazionale - Studente presso la Scuola Sant'Anna di Pisa iscritto al Master Human Rights and Conflict Management; laureato in Scienze Internazionali - Global Studies presso l'Università di Torino con una tesi sulle dottrine militari della controinsorgenza. Da sempre appassionato di questi inerenti sicurezza e difesa, il settore militare e la politica internazionale, mi occupo nello specifico di counterinsurgency e counterterrorism operations con riferimento all'area geografica mediorientale e del sud-est asiatico. Per Europae scrivo di Common Security e Defence Policy e European External Action Service.

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