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Federica Mogherini: portare la sfida di Renzi in Europa

Nella nuova Segreteria Nazionale del Partito Democratico, Federica Mogherini ha l’incarico della politica estera ed europea. “Il mio incarico è sbagliato – ammette subito – perché politica estera ed europea sono due cose diverse. L’Europa è ormai una dimensione interna, della politica”. Mogherini è una convinta europeista, classe 1973, e si è sempre occupata di relazioni internazionali, prima per la Sinistra giovanile, poi per i DS e adesso per il PD. Al vertice PSE che ha preceduto il Consiglio di dicembre ha accompagnato Enrico Letta. Mercoledì scorso [22 gennaio, ndr] ha partecipato a Bruxelles a un incontro per introdurre la campagna elettorale per le europee di maggio.

Una partita che dovrà essere giocata in attacco, con una comunicazione semplice capace di affrontare temi difficili. Solo così si può sperare di contrastare i populisti, parlando di Europa in termini chiari, senza mentire agli elettori promettendo cose che per la stessa natura dell’UE sono di difficile realizzazione. Tutto questo andrà fatto, ha detto Mogherini, “anche in splendida solitudine, se pure gli altri partiti si ostineranno a parlare di politica nazionale, ignorando che il terreno di gioco per molti temi è Bruxelles, non Roma”. Prima tappa importante: il Congresso del PSE a Roma, nel mese di aprile, lancio ufficiale della campagna elettorale per Martin Schulz Presidente della Commissione. Un buon punto di partenza per iniziare a dire che non esistono solo l’austerity di Angela Merkel e gli antieuro: in mezzo c’è uno spazio politico in cui il PD deve farsi sentire. Iniziando dall’ingresso nel PSE, di cui in questi giorni si sta elaborando il Manifesto.

Il PD entra nel Partito dei Socialisti Europei. 

La scelta di entrare nel PSE avviene nel momento giusto. Ci sono 5 anni di lavoro nel gruppo parlamentare comune che hanno funzionato bene, c’è oggi maggiore consapevolezza del fatto che bisogna cambiare profondamente le politiche europee e per farlo bisogna cambiare gli strumenti: essere fuori dal PSE non ci darebbe uno strumento reale per cambiare. La candidatura di Shulz è un fatto simbolico, c’è uno spazio politico in più, non avere lo strumento del partito politico europeo sarebbe un problema. Poi, c’è l’opportunità della nuova leadership di Renzi, di trasferire quell’onda di cambiamento che sta avvenendo in Italia a livello europeo. C’è attenzione e voglia di interagire di molti partiti che hanno leaderhsip giovani e più dinamiche e che vogliono fare squadra”.

L’Unione Europea è difficile da comunicare perché è complessa. Cosa cambierebbe?

Una delle difficoltà di comunicare l’Europa è anche questa. Tu puoi fare la campagna nazionale, per le elezioni politiche, come vuoi, dicendo che cambierai la legge elettorale. Sulle europee tu puoi aver la migliore delle idee ma poi vieni qui e ti devi confrontare con gli altri gruppi politici. Per definizione, se siamo veramente federalisti, il nostro approccio non devono essere punti del programma elettorale, dobbiamo avere degli obiettivi, la semplificazione del sistema istituzionale è uno l’integrazione politica è un altro. La prima cosa che cambierei, da federalista convinta, è la riduzione del numero di materie su cui è richiesta l’unanimità in Consiglio. Ulteriori poteri al parlamento. Il punto vero è avere l’obiettivo politico, una politicizzazione delle decisioni a livello europeo. A quel punto hai gli obiettivi, ma gli strumenti vanno trovati e definiti con gli altri”.

Come cambierà la politica economica con Schulz Presidente della Commissione?

Il presidente della commissione può fare molto ma non può tutto. Potrà aggiungere un capitolo di investimento, non su banali capitoli a pioggia ma su settori strategici, sulle infrastrutture”.

Con quali strumenti ? Gli eurobond?

Questa è una discussione da affrontare, per noi sì”.

Per cambiare così radicalmente l’Europa, bisogna però prima cambiare l’Italia.

Ci stiamo lavorando, work in progress!

Tra le altre cose Federica Mogherini ha citato due cambiamenti che il PD si impegna a fare. Primo, selezionare candidati al PE che parlino almeno inglese o francese. Perché in aula ci sono i traduttori, ma come in tutti i parlamenti del mondo, il lavoro si fa fuori. Secondo, avere un gruppo di europarlamentari che lavora già per la prossima legislatura e che rimanga in carica per cinque anni. Tradotto, evitare politici i cui veri obiettivi sono in Italia e che appena eletti ad altra carica tornino di corsa a Roma o nelle loro città. Sono piccole cose, ma si comincia da lì.

In foto, Federica Mogherini alla sessione annuale dell’Assemblea Parlamentare della NATO a Dubrovnik, ottobre 2013 (© Federica Mogherini – Flickr)

L' Autore - Andrea Sorbello

Iscritto alla Magistrale in Relazioni Internazionali - Studi Europei a Torino. Appassionato/morbosamente interessato a questioni di politica economica, relazioni internazionali, politica italiana (sic) e auto sportive. Lieto di contribuire a Rivista Europae!

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