domenica , 18 febbraio 2018
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Felice: “L’Italia declina per colpa delle sue classi dirigenti”

L’Unione Europea ha ultimamente vissuto anni molto turbolenti che coincidono con la crisi economica e quella finanziaria del debito sovrano. Un periodo difficile che ha avviato un intenso dibattito sulle responsabilità dei Paesi europei. Da una parte si accusa le Germania di aver ottenuto una rendita della sua posizione egemone e dall’altra gli Stati del Sud Europa di aver approfittato di un decennio di tassi di interesse bassi grazie all’euro, sprecandone il dividendo.

Europae ne ha parlato con il professor Emanuele Felice, che di recente ha pubblicato per la casa editrice il Mulino il saggio “Perché il Sud è rimastro indietro”.

1) Nel suo ultimo libro cerca di spiegare i motivi di un caso emblematico, ossia perchè il Sud del nostro Paese è rimasto indietro. Come può riuscire l’Unione Europea a rilanciare il Mezzogiorno dove le politiche nazionali hanno fallito?

Con la politica di coesione territoriale l’Unione Europea prevede dei finanziamenti per le aree “in ritardo di sviluppo”, cioè con un PIL pro capite inferiore al 75% della media europea. Se prendiamo la mappa delle regioni beneficiarie, possiamo vedere chiaramente come l’Italia sia oggi divisa in due: tutto il Sud continentale (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria) e la Sicilia si trovano sotto il 75%; l’Abruzzo, il Molise e la Sardegna sono considerate regioni in transizione (con un PIL pro capite fra il 75 e il 90% della media europea). È bene far notare che nessun altro Paese occidentale, nemmeno la Spagna, versa oggi in simili condizioni, cioè con una parte così rilevante del proprio territorio in ritardo di sviluppo. E tuttavia, fra i beneficiari si annovera ormai anche l’Est Europa (quasi tutto), che conta molti più abitanti del Sud Italia: questo vuol dire che di finanziamenti ce ne saranno in futuro molto meno, anche ammesso che le regioni del Sud sappiano poi impegnarli (punto su cui finora sono state assai carenti).

Più in generale, il Sud Italia ha beneficiato di corposi aiuti, nazionali e poi europei, dagli anni cinquanta del Novecento a oggi: e le cose non sono migliorate, anzi per certi versi si sono perfino sclerotizzate. Oggi l’Europa può costituire una cornice di regole e di buone pratiche attraverso cui informare l’azione di soggetti pubblici e privati, forse meglio di quanto non abbia saputo fare lo Stato italiano negli ultimi decenni, e in tale ottica fornire anche qualche incentivo monetario. Io credo che le recenti riforme della politica comunitaria vadano in questa direzione, grazie a una maggiore attenzione ai risultati, a una certa semplificazione della normativa e anche a una migliore definizione degli obiettivi. Ma queste opportunità il Sud deve saperle cogliere, accettando di mettere in discussione i suoi assetti sociali e istituzionali. Insomma, invece di “attendere una manna che si fa sempre più rada” (come ho scritto nel libro), è arrivato il momento che sia il Mezzogiorno a rilanciare se stesso.

2) Dal 2010 insegna Storia Economica all’Università di Barcellona. Cosa ha imparato dal caso “Spagna”? Quale è l’approccio iberico nel rilancio delle aree economicamente sottosviluppate?

Storicamente lo Stato spagnolo ha avuto un’attenzione ai divari territoriali molto minore di quella italiana. Per intenderci, non esiste nulla di paragonabile a quello che da noi è stato fatto con la Cassa per il Mezzogiorno. Questo anche perché il problema era meno sentito, dato che la Spagna si è unificata molto prima dell’Italia, com’è noto, ma poi anche – e forse questo è meno noto – perché non si è quasi mai strutturata in uno Stato accentrato, a differenza dell’Italia che invece è stata costruita sul modello amministrativo francese. In Spagna vi è sempre stata una maggiore autonomia locale, all’interno di un modello di Stato nazione “debole” (più debole del nostro), e oltretutto le regioni che creavano maggiori problemi a Madrid erano quelle più ricche, cioè la Catalogna e i Paesi Baschi.

Tutto ciò premesso, a partire dall’industrializzazione in Spagna le regioni più povere sono quelle meridionali, Andalusia ed Estremadura, e il problema lì è stato affrontato essenzialmente attraverso la creazione di posti nell’amministrazione pubblica: è una strada che ricorda quella attuata da noi negli anni Settanta e Ottanta del Novecento, cioè nel tratto degenerativo delle politiche di intervento straordinario. A differenza del nostro Mezzogiorno, quelle regioni spagnole non hanno però la piaga della criminalità organizzata. E infatti hanno compiuto progressi, nonostante tutto. Ad oggi in Spagna solo l’Estremadura, una regione peraltro scarsamente popolata (appena un milione di abitanti), ha un PIL pro capite sotto il 75% della media europea. Questo vuol dire che la Spagna è diventata un Paese molto più coeso dell’Italia, e questo nonostante le forti autonomie locali, le spinte centrifughe e l’assenza di politiche di sviluppo paragonabili a quelle italiane.

3) Molti accusano i Paesi del nord Europa (Germania in primis) di aver assunto un ruolo egemone ai danni dei cosiddetti PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna). Quanto c’è di vero in queste accuse? Non le sembra una formula auto-assolutoria degli stessi Paesi del Sud Europa?

Nell’analisi puntuale qualcosa di vero c’è. Le politiche di austerity, promosse anche per mantenere bassa l’inflazione, hanno sicuramente rallentato la ripresa dei Paesi debitori, fra cui i PIIGS, mentre sono andate a vantaggio dei Paesi creditori (che invece sarebbero stati danneggiati da un aumento dei prezzi).

Tuttavia, lei fa bene ad osservare che l’accusa alla Germania rischia di alimentare un atteggiamento auto-assolutorio. In questo senso, si può senza dubbio tracciare un’analogia fra la vicenda storica del Mezzogiorno che emerge dalle pagine del mio libro, e quella attuale dell’Italia e dei Paesi del Sud Europa. L’autoassoluzione non aiuta a risolvere i problemi, anzi li aggrava. E di fronte all’incancrenirsi dei nostri mali, anche una svalutazione dell’euro e un po’ di politica di spesa sarebbero soluzioni temporanee, poco più che palliativi. Su questo voglio essere più preciso. L’Italia declina per colpa delle sue classi dirigenti, perché non ha saputo fare una politica industriale e dell’innovazione, perché ha il sistema giudiziario e amministrativo più inefficiente d’Europa e questo rende le sue imprese meno competitive, ed è il Paese tuttora meno attrattivo per gli investimenti esteri. Dopodiché, si può sperare che un eventuale euro debole favorisca le nostre esportazioni. Ma le esportazioni tedesche sono cresciute anche con l’euro forte, perché lì hanno imparato a fare prodotti industriali ad alta tecnologia meglio che in altre parti del mondo (Italia compresa), e perché hanno un sistema amministrativo e giudiziario fondato sulla certezza (e sull’efficienza) del diritto, che quelle produzioni sostiene.

4) In una recente intervista al Corriere della Sera, Romano Prodi parla di “jobless society”. Una società in cui lo sviluppo dell’economia digitale brucia posti di lavoro come impiegati bancari, agenti di viaggio, segretarie e disegnatori. Il salasso della classe media non dovuto necessariamente alla crisi, ma al progresso tecnologico insomma. Guardando al passato possiamo trarre qualche lezione? Cosa può fare l’Europa in proposito?

In termini complessivi – e almeno in teoria − questo non dovrebbe essere un problema, se il cambiamento tecnologico si accompagna ad un aumento della produttività (e diventa appunto “progresso” tecnologico): si lavora di meno, ma si produce di più, e se il reddito viene distribuito bene, e se garantiamo alle persone la possibilità di realizzarsi nel lavoro che preferiscono (fin dove possibile), alla fine si vive anche meglio. Nella storia, è quello che si è verificato con la rivoluzione industriale, anche se non subito: le condizioni di vita del proletariato industriale sono migliorate soprattutto quando questo è riuscito a far sentire la propria voce, e quindi da un lato sono aumentati i salari reali, dall’altro si sono creati e progressivamente estesi gli strumenti dello stato sociale. Se queste sono le pre-condizioni, l’Europa (insieme agli Stati nazione) dovrebbe favorire le politiche di redistribuzione dei redditi e di diffusione e promozione della conoscenza. Ma naturalmente, l’Europa non è un soggetto politico astratto e neutro, come non lo sono i singoli Stati: entrambi sono il risultato della competizione politica – e della lotta per il potere − fra diversi ceti e gruppi di interesse.

5) Alle elezioni europee di maggio si prevede il boom dei partiti euroscettici. Alcuni vedono questa tendenza come il fallimento del progetto europeo, altri come uno shock che può rivitalizzarlo. Lei cosa ne pensa?

Dipende: dalla natura dei partiti euroscettici, che non sono tutti uguali, e dalle risposte che vengono articolare dalle altre forze politiche. In generale, i partiti euroscettici, siano essi di destra o di sinistra, spingono le loro controparti più europeiste, i tradizionali partiti di centro-sinistra o di centro-destra, su posizioni critiche verso l’Europa, almeno verso quella che conosciamo oggi. Se però questo avviene nel campo del centro-destra, il risultato – lo abbiamo visto nei casi della Germania, dell’Olanda, della Finlandia, o anche dell’Inghilterra − è che i partiti democristiani o conservatori diventano più nazionalisti; e questo davvero potrebbe rappresentare la fine del progetto europeo, al punto in cui siamo messi. Se invece avviene nel campo del centro-sinistra, allora potremmo vedere i partiti socialisti richiedere con forza politiche europee più incisive in campo sociale: e questo effettivamente potrebbe portare a una maggiore integrazione, specie nella politica fiscale, la grande assente nella costruzione europea da Maastricht in poi.

 

L' Autore - Fabio Cassanelli

Responsabile per lo Sviluppo e Responsabile Euro, Economia e Finanza - Laurea triennale in Economia Aziendale e laurea magistrale in Economia, ambiente, cultura e territorio all'Università di Torino. Sono Redattore su Rivista Europae e Presidente dell'associazione culturale Osare Europa.

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