martedì , 21 agosto 2018
18comix

Fitoussi: impossibile un’Europa senza la Grecia

(Click here for the English Version)

Europae incontra Jean-Paul Fitoussi, economista e professore presso l’Institut d’Études Politiques di Parigi. Una conversazione che spazia dalle elezioni tedesche alla crisi greca, passando per la situazione italiana e i rapporti commerciali fra Europa e Stati Uniti. A cura di Simone Belladonna, Mauro Loi e Andrea Sorbello.

22-25 maggio 2014, elezioni europee. Si aspetta che possano provocare una svolta nelle politiche dell’Unione Europea?

«Io temo che il risultato di queste elezioni sarà soltanto il Parlamento Europeo più euroscettico della storia. Un altro blocco per l’Europa, oltre al lungo meccanismo per la modifica dei Trattati, che prevede una doppia approvazione: dei governi e dei parlamenti. Allo stato attuale è questo a bloccarci».

Secondo un recente sondaggio di Eurobarometro, il 70% dei cittadini europei è favorevole all’elezione diretta del Presidente della Commissione Europea. Lei cosa ne pensa?

«Eh – ride Fitoussi – penso che abbiano ragione. Un’elezione diretta del Presidente lo renderebbe responsabile davanti agli elettori e non davanti alla tecnocrazia europea. È questa la soluzione, e lo sappiamo da un sacco di tempo: quello che manca all’Europa è un governo, un governo con legittimità totale. Se svolgiamo l’elezione diretta del Presidente, lui ce l’avrebbe».

Ritiene possa avvenire a breve?

«No, perché, come ho detto, le modifiche sostanziali in Europa richiedono molto tempo. E poi credo che ogni Stato nazionale preferisca conservare l’apparenza del potere – che non ha! – piuttosto che riconoscere che “il re è nudo”

Grecia: si riapre il dibattito sul salvataggio e sulla ristrutturazione del debito. Crede sia giusto continuare in questa direzione, sottoponendo il popolo greco a grandi sacrifici? Non crede sarebbe meglio un fallimento pilotato?

«Io penso che il modo con cui è stata trattata la crisi greca non sia stato produttivo. Imporre sacrifici così grandi ai greci non ha risolto il problema, anzi ha peggiorato la situazione e allargato la crisi ad altri Paesi. Dunque, bisogna continuare ad aiutare la Grecia, ma in modo intelligente: imporre una depressione a un Paese – perché questa è la situazione della Grecia – non è solamente controproducente, ma peggiora i problemi. Il debito è relativo rispetto al PIL: se, provando ad abbassare il debito, abbassiamo il PIL, il problema si acuisce. Ed è quello che si sta osservando

Sarebbe stato meglio se la Grecia non fosse entrata nell’euro?

«Molti lo hanno definito un errore, è questo il guaio dell’Europa! I governi continuano a fingere che l’Europa sia una costruzione economica. E non lo è! È una costruzione politica, altrimenti non avrebbe importanza. Come si può immaginare un’Europa senza la Grecia? Non è possibile, sarebbe un’Europa senza le proprie radici culturali. Un’Europa figlia dell’economia e orfana della politica. Dobbiamo smetterla di fingere che siamo di fronte a un problema economico. Se la Grecia avesse avuto la propria Banca Centrale, non ci sarebbe stata la crisi: si sarebbe indebitata nella propria moneta e stampando altra moneta, non avrebbe avuto problemi. Invece non è un problema economico, ma politico! Se lo prendiamo per un problema economico, possiamo dire che la cosa migliore sarebbe che la Grecia lasciasse l’euro. Questo però vorrebbe dire acclarare che il progetto di moneta comune non è irreversibile, spingendo la speculazione ad attaccare anche gli altri Paesi.»

Parliamo di Italia. Il nostro sembra l’unico Paese fermo dell’Europa del Sud , mentre anche in Spagna e Portogallo l’economia sembra riprendersi.

«Non è l’unico Paese fermo. Sul Portogallo probabilmente lei si riferisce ai dati dell’ultimo trimestre, ma “una rondine non fa primavera” – ride ancora Fitoussi. Questi dati non hanno grande significato, perché fondamentalmente l’Italia ha i conti più in ordine degli altri Paesi del Sud. Non c’è un problema specifico, l’Italia soffre oggi dell’instabilità politica. Se prendere le decisioni a livello di governo diventa difficile, la gente non ha fiducia nel futuro e neanche i mercati. Questo è sufficiente a far sì che gli investimenti e i consumi siano scarsi. È questo il problema dell’Italia oggi: il Paese ha un settore produttivo che si riprenderà, soprattutto quello dell’esportazione.»

Cosa ne pensa del governo di Enrico Letta?

«E’ una domanda un po’ difficile. Io ho molta fiducia in Enrico Letta, credo sia un uomo di cognizione e che ha capito i problemi. Tuttavia, con un governo di coalizione il margine di manovra del leader è scarso: dovendo cercare il compromesso ad ogni mossa, non può prendere le decisioni che vorrebbe».

E di François Hollande, cosa ci dice?

«Il suo problema è che fondamentalmente attua le stesse politiche che si seguono in altri Paesi. Perciò ha molto deluso le aspettative: ci si aspettava una politica sociale e a favore della occupazione e invece il Presidente si è orientato verso una politica di austerità, che segue la roadmap dell’Europa, molto vicina a quello che vuole la Merkel. Come gli altri, quello francese è un governo “tecnico”. Non può agire secondo le proprie convinzioni perché è vincolato ai Trattati. E questa è una tragedia».

Cambiando argomento, l’accordo di libero scambio tra UE e Stati Uniti è visto come una speranza per l’Europa. Lei ritiene che possa rilanciare crescita e occupazione?

«No. Il problema è che gli Stati Uniti e l’Europa non hanno le stesse strategie. Gli Stati Uniti usano tutti gli strumenti che hanno a loro disposizione, anche, e soprattutto, il tasso di cambio. L’Europa non ha una politica di cambio. Dunque, se si procede a un accordo di libero scambio tra due Paesi, uno che ha la politica di cambio e l’altro che non ce l’ha, vince il primo. Esiste poi una seconda differenza: negli Stati Uniti il protezionismo è nascosto. Nascosto da numerose leggi e norme. Infatti vi sono delle norme di salute e sicurezza che, di fatto, definiscono delle politiche protezionistiche nascoste. Il protezionismo europeo, invece, negli accordi internazionali, è evidente. Uno dei maggiori obiettivi della Commissione Europea è di liberalizzare i mercati e lo fa con un atteggiamento dottrinale molto forte. Per esempio, nel settore delle comunicazioni, è andata così lontano da far emergere più di 100 operatori, quando negli Stati Uniti ne esistono solo 3. Eppure, si discute come se l’economia più liberalizzata fosse quella americana. L’Europa attua un misto di “protezionismo aperto” e di attitudine dottrinale che la rende debole nel momento in cui deve effettuare accordi commerciali con un’altra area del mondo che invece dispone di tutti gli strumenti della sovranità. Il problema è sempre lo stesso: la mancanza di sovranità».

Come definirebbe, con una battuta, un gruppo di ragazzi, come i redattori di “Europae-Rivista di Affari Europei” che per “due lire”, ma con passione, decide di parlare di Europa?

«Speranza. Li definirei speranza. Perchè i vecchi l’hanno persa, invece i giovani no. I giovani sperano in un’Europa, non intellettuale, ma concreta, perché di questa Europa loro hanno già esperienza. I loro amici sono già europei».

In foto Jean-Paul Fitoussi (Foto: Wikimedia Commons)

(Click here for the English Version)

Check Also

Profughi: “La solidarietà della Giordania”

Mentre si conosce l’intenzione del Presidente americano Trump di costruire un muro divisorio tra gli …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *