martedì , 14 agosto 2018
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Fornero: “Sul lavoro necessaria più collaborazione fra i Paesi dell’UE”

Un’Europa che sta conoscendo uno dei momenti più tetri della sua storia economica e occupazionale, ma ancora poco propensa a dare risposte efficaci e integrate tra i suo Paesi membri. La speranza, per l’Italia, che questo periodo si avvii alla conclusione non è vana, ma solo rimanendo “credibilmente e autorevolmente” all’interno dell’UE. Nel frattempo, serve sradicare la tradizionale (e anacronistica) concezione della donna che svilisce l’universo femminile all’interno mercato del lavoro. Infine, serve guardare oltre ai confini nazionali nella progettazione dei futuri sistemi di welfare.

Questa la posizione di Elsa Fornero, direttrice del Center for Research on Pensions and Welfare Policies, docente di Economia dell’Università di Torino e già Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, con delega alle pari opportunità, intervistata in esclusiva per Europae al termine dell’evento PoliticallyEU del 9 novembre, tenutosi presso il Teatro Regio di Torino.

In un momento storico segnato da un tasso di disoccupazione giovanile che a livello europeo si attesta al 22,7% (terzo trimestre del 2013), cioè il doppio rispetto a quello di disoccupazione adulta, quali sono i mezzi a disposizione dell’UE per favorire l’occupazione, anche a livello nazionale?

Considero già abbastanza importante, parlando nello specifico di occupazione giovanile, la raccomandazione Garanzia per i Giovani del Consiglio dell’UE (approvata il 28 febbraio 2013, n.d.r.), sulla quale io stessa avevo espresso il parere favorevole del governo italiano. La raccomandazione coinvolge i giovani entro i 25 anni e prevede per loro l’offerta di un valido posto di lavoro, di proseguimento degli studi, di apprendistato o tirocinio. Gli interessati sono quei soggetti che abbiano concluso o abbandonato gli studi (a qualunque grado, quindi anche universitario) o perso la propria occupazione. La proposta è molto impegnativa, perché si concretizza, in riferimento all’Italia, nell’organizzazione territoriale di una rete di servizi che favorisca l’incontro tra offerta e domanda di lavoro, con uno scambio tempestivo di informazioni rilevanti. In caso di assenza di domanda di lavoro, l’alternativa si concretizza in un corso formativo di qualità, efficace e che fornisca reali strumenti di lavoro ai frequentanti. L’UE ha già stanziato fondi a favore di questo progetto, compatibilmente con le sue attuali problematiche e disponibilità di budget. Credo comunque che servirebbe una maggior collaborazione tra Paesi membri, al fine di costituire un mercato del lavoro unico che non porti i lavoratori a percepire come emigrazione l’occupazione in un Paese diverso dal proprio all’interno dell’UE.

In quest’ottica abbiamo inaugurato con il Ministro del Lavoro tedesco Ursula Von der Leyen (novembre 2012) un progetto condiviso, che coinvolge molte imprese tedesche, sull’apprendistato duale. In Germania il governo ha anche investito in corsi di lingua che consentano ai giovani italiani di apprendere i rudimenti necessari a vivere senza problemi nel Paese, lavorando anche prima di aver concluso i propri studi. Ma la priorità deve rimanere quella della collaborazione tra Paesi membri. In questo momento in cui il timore più grande di una crisi dell’euro è ormai passato, serve ritornare a pensare all’economia reale. Sarà facile? Sicuramente no, ma il sentiero della crescita sarà più facile da imboccare rimanendo nell’UE, credibilmente e autorevolmente. L’idea di abbandonarla è priva di fondamento e alimenta solo facili, ma pericolosissime, illusioni.

Quali misure può invece adottare l’UE per agevolare l’impiego femminile, stante il costante calo demografico europeo e la crescente difficoltà per le donne nel tentativo di conciliare il lavoro domestico con quello extradomestico?

L’Europa può intervenire con raccomandazioni, ma anche con direttive. Certamente il problema dell’occupazione femminile è un problema molto serio, anzi, in certi Paesi, serissimo. Questo perché quella delle donne è, per così dire, una forza lavoro di riserva: se non hanno la possibilità di affidarsi a qualcuno che badi ai loro figli, alla nascita degli stessi sono costrette a lasciare il proprio impiego.

Avevo ragionato anche su questo tema con la collega Ursula Von der Leyen, la quale mi spiegò come in Germania il diritto-dovere di frequenza della scuola dell’obbligo fosse stato esteso anche alla scuola materna. Per mettere in pratica questa previsione, il governo federale fissò per i Länder un termine di 5 anni per garantire ai bambini dei rispettivi territori la possibilità di espletare di questo diritto-dovere. Questo piano è andato a regime. Noi, in Italia, ci troviamo spesso invece di fronte a un altro tipo di scelte: a livello locale, quando i fondi scarseggiano, si tagliano in primis gli asili. La motivazione è anche culturale, dato che la mentalità più diffusa considera il lavoro della donna meno importante, quindi rinunciabile, e questo comporta che chi rimane a casa in un nucleo familiare è di solito la madre.

Io, come Ministro, sono intervenuta compatibilmente con le risorse, molto limitate, a mia disposizione. Il primo passo in questa direzione è stata l’introduzione dei congedi parentali, sulla base del principio che la nascita di un figlio ricada egualmente su entrambi i genitori. Inoltre abbiamo introdotto in via sperimentale dei voucher, che hanno subìto forti critiche da diverse associazioni e anche qualche boicottaggio. I voucher era spendibile come pagamento sia di servizio baby-sitting, sia di retta dell’asilo, se nel periodo successivo a quello di congedo obbligatorio il genitore avesse preferito ritornare sul posto di lavoro. Questa scelta è stata considerata come negazione della maternità e criticata aspramente. D’altronde era ciò che potevamo fare con le limitatissime risorse a nostra disposizione.

Un altro aspetto è quello del c.d. soffitto di cristallo, cioè del fenomeno per cui le donne nel raggiungere posizioni apicali si ritrovano bloccate da una barriera invisibile che impedisce loro un avanzo di carriera. Perciò con il Presidente Monti firmai una lettera di sostegno all’adozione delle quote rosa anche in Europa. Le quote non sono certamente il miglior rimedio, che sarebbe invece l’adozione del criterio del merito, tuttavia, possono essere un rimedio di breve termine in situazioni particolarmente ostiche al cambiamento, come quella italiana. C’è stato addirittura chi si chiedeva dove si sarebbero trovate così tante donne competenti da coprire 1/3 dei posti dei consigli d’amministrazione. Ovviamente nessuno si è mai domandato se gli uomini che ricoprono i medesimi ruoli siano competenti. Per questo per l’Italia è stato un inizio, una misura temporanea. Altri Paesi in Europa non necessitano di quote perché le hanno già in pratica.

Infine c’è un cambiamento culturale da adottare: il nostro Paese concepisce ancora la donna in maniera molto disdicevole, quindi alla stregua di oggetto. Questa è la ragione per cui esiste così tanta violenza sulle donne ed è perciò che vado molto fiera della mia firma apposta sulla convenzione di Istanbul, portata con fatica e tenacia a Strasburgo.

Un ultimo aspetto di drammatica attualità in un periodo di crisi e recessione è quello del supporto fornito ai cittadini dai sistemi di welfare. Quant’è limitativo possedere dei sistemi di welfare nazionali?

Penso che l’Europa debba aprirsi e procedere sul cammino dell’unione, che non deve essere rappresentata solo dall’unione dei mercati e della moneta. L’unione è anche rappresentata dai diritti. Comprendo che ci siano molte paure e che il dislivello di servizi offerti dai diversi Paesi non renda possibile l’integrazione in un solo giorno. Capisco anche che a ciò si aggiungano vincoli di bilancio e che simili questioni alimentino l’antagonismo e, a volte, anche l’odio. Tuttavia ritengo che serva preparare il terreno perché ciò accada in tempi ragionevoli e non biblici. Con una buona educazione alla cittadinanza e una migliore distribuzione delle risorse si possono ridurre le distanze tra i servizi di welfare nazionali. Conseguentemente è possibile affrontare una normale mobilità e non dei flussi di persone determinate da condizioni di disagio particolarmente forti in alcuni Paesi.

In foto Elsa Fornero in occasione di una conferenza nel 2012 (Foto: European Commission)

L' Autore - Tullia Penna

Dottoranda in Bioetica (Visiting à Sciences Po Paris; Giurisprudenza UniTo; presso la stessa: Laura Magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza e Certificato di Alta Qualificazione della Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi - SSST). Ex tutor e rappresentante degli studenti della SSST. Mi occupo di principalmente di questioni relative all’inizio e gravidanza surrogata. Appassionata di tematiche trasversali, mi interesso di diritti civili ed evoluzione delle istituzioni democratiche. Nel tempo libero sviluppo le mie abilità di fotografa e viaggiatrice.

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