domenica , 18 febbraio 2018
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Intervista a Giovanni Boggero: il futuro di Germania ed Europa

A pochi giorni dalle elezioni federali in Germania del 22 settembre, Europae intervista Giovanni Boggero, penna de Il Foglio, Libero e della rivista Aspenia, nonché dottorando e
boggero_bigcultore presso la cattedra di diritto pubblico (prof. Jörg Luther) all’Università del Piemonte Orientale. Un dialogo sul futuro dell’Europa dopo la tornata elettorale tedesca, a cui sarà dedicato il prossimo numero del nostro mensile.

L’Europa si attende molto da una Merkel rieletta. Ma quanto ha pesato realmente il dossier Europa rispetto ai temi economici interni ?

Credo che le aspettative dell’establishment e dell’opinione pubblica dei Paesi mediterranei nei confronti della Germania siano e continuino ad essere inversamente proporzionali a quanto la Germania ha fatto e potrà realisticamente fare in futuro. Anche dopo le elezioni del 22 settembre, qualunque sarà il colore del nuovo esecutivo, Berlino manterrà la barra dritta sulla via tracciata negli ultimi tre anni. Al di là di alcune differenze, o forse sarebbe meglio definirle sfumature, in Germania vige un tendenziale consenso tra maggioranza ed opposizione sulla strategia anti-crisi adottata nel 2010. In campagna elettorale si cerca di enfatizzare le differenze, naturalmente, ma la diagnosi della crisi che fa il governo giallo-nero non è poi molto distante da quella dell’opposizione rosso-verde. L’una si concentra di più sul problema della perdita della competitività, l’altra sulla necessità di risolvere gli squilibri commerciali. Ma la cura proposta è per certi versi identica. L’SPD parla di dare più tempo ai Paesi in crisi per mettere in ordine le loro economie; ma non è forse quello che anche la CDU/CSU sta accettando che avvenga? Solo Die Linke, da una parte, e Alternative für Deutschland (AfD), dall’altra, offrono una visione radicalmente diversa sulle cause della crisi e su come porvi rimedio.

Questa tornata elettorale ha visto emergere anche in Germania l’euroscetticismo come mina vagante: Alternative für Deutschland pare in grado di insidiare i voti dei liberali della FDP, rischiando di rompere la coalizione attualmente in vigore con CDU e CSU. Fuoco di paglia? Quale apporto ha fornito la nuova compagine nel dibattito politico tedesco?

Francamente non credo che AfD, attualmente oscillante intorno al 3%, stia sottraendo molti consensi ai liberali o ai cristiano-democratici. Pur essendo una formazione inquadrabile nell’orizzonte liberal-conservatore, un’indagine demoscopica risalente all’aprile scorso mostrava che AfD raccoglie consensi per lo più tra non-laureati (esattamente l’opposto del milieu di riferimento liberale) e, in particolare, tra astenuti, ex elettori della Piratenpartei (crollata bruscamente dal 12% al 3% in un anno) e, addirittura, ex elettori della Linke, l’estrema sinistra. Non esattamente una minaccia per la signora Merkel, insomma. Per il resto, l’apporto di AfD al dibattito politico è stato minimo. Un po’ per via del fatto che i media hanno da subito liquidato il partito come semplicemente e pericolosamente anti-euro, un po’ perché i dubbi sull’eurosalvataggio sono ripetutamente avanzati dentro e fuori la maggioranza da esponenti politici democristiani o liberali. Una voce in più che si aggiunge al coro, di norma, non si sente. La capacità di CDU/CSU ed FDP di non perdere voti preziosi è data proprio dal coinvolgimento di un buon numero di cd. “ribelli” tra le proprie fila.

Il nodo Landesbanken – le banche a proprietà pubblica organizzate su base regionale tipiche del sistema finanziario tedesco – ha fortemente rallentato i progressi dell’unione bancaria, giudicata dalla Commissione Europea e da molti Stati membri come un pilastro fondamentale per rompere il circolo vizioso tra banche e debito sovrano. In che modo questo tema è entrato, se è entrato, nella campagna elettorale tedesca?

Non è entrato affatto. In campagna elettorale il nodo delle Landesbanken (e non solo di quelle) è un nodo troppo spinoso per la classe politica che le controlla. Nemmeno l’FDP propone più di privatizzarle, come sosteneva un tempo quando era all’opposizione a livello federale. Certo è che il capitolo Landesbanken è senz’altro uno dei motivi per cui la Germania rifiuta poteri di ristrutturazione diretta in capo ad una nuova agenzia UE. Tutto sommato la via dell’ESM è ancora quella privilegiata dai tedeschi, visto che continueranno a controllarlo direttamente. Nei piani del Commissario Barnier, invece, l’agenzia che se ne occuperebbe rischia di mettere in minoranza la Germania.

Si notano tratti di novità nell’economia tedesca: il rafforzamento della domanda interna o il deflusso di investitori dai Bund, ormai a rendimento reale negativo, verso altri mercati. Merkel è il soggetto adatto ad interpretarli ?

Per parlare di fuga degli investitori dai Bund mi pare sia presto. Certo, il tasso di interesse sui decennali è in aumento da diversi mesi e alcune proiezioni di Postbank lasciano pensare che possa superare il 2 percento nel giro dei prossimi mesi. Per ora si può dire però che vale il contrario, quel che ha guadagnato lo Stato in termini di risparmio sugli interessi passivi del debito pubblico, l’han perso i risparmiatori in termini di interessi. Diversi politici sono preoccupati da questo andamento e anzi criticano i tassi troppo bassi della BCE, nella convinzione, forse giusta, che alla Germania e alla sua economia servirebbero tassi più elevati (a maggio l’ha ricordato persino la Cancelliera in un discorso tenuto a Dresda all’assemblea generale delle casse di risparmio), ma questo non si può fare senza creare un crash di proporzioni gigantesche. E’ questo per ora il cruccio dell’establishment tedesco, che oscilla tra la tentazione di mollare tutto e quella di andare avanti. Per il resto, per quanto riguarda i dati che compongono la crescita tedesca, i consumi salgono perchè trainati da incrementi salariali generosi e superiori all’inflazione. Tutti chiedevano che la Germania riducesse gli squilibri economici nell’eurozona, aumentando la domanda interna. Bene, non si può dire che non lo stia facendo. Anche se il secondo passo in questa direzione sembra dover essere il rilancio degli investimenti, pubblici e privati. Diversi istituti economici stanno prendendo posizione in tal senso..

Politica anti-inflazionistica, rigore sui conti pubblici, euro forte: ammettendo che una vittoria della CDU possa portare ad un rilassamento nella governance economica europea, su quale dei tre capisaldi è lecito attendersi concessioni da parte di Berlino, specialmente se la coalizione di governo dovesse essere formata da CDU e SPD?

Io credo che il rilassamento di Berlino sia già in corso da anni. E’ lento e progressivo, ma ben visibile. Indipendentemente dalla coalizione, che non credo sia davvero determinante, è assai probabile che si arrivi presto al varo di un fondo di riscatto, come proposto dal consiglio dei cinque saggi dell’esecutivo, che consentirebbe alla signora Merkel di continuare a dire ai suoi elettori di non aver introdotto gli eurobond. E questo benchè la stessa Cancelliera, ancora di recente, abbia negato di voler introdurre qualsiasi surrogato di comunione del debito. Per il resto, i prossimi scogli sono quelli sull’unione bancaria e sul terzo pacchetto di aiuti alla Grecia; aiuti che, come sempre, dopo lunghi negoziati, finiranno per arrivare.

E’ probabile che dal 2014 Angela Merkel si ritroverà a dialogare con Martin Schulz quale presidente della Commissione Europea. Prevarranno le divergenze d’opinione politica o il tandem tedesco potrebbe consentire un significativo rilancio dell’efficacia dell’Unione Europea ?

Martin Schulz è notoriamente un socialdemocratico dell’ala moderata e non della corrente massimalista (SPD-Linke). Come racconta talvolta lo stesso Schulz, sua madre era iscritta alla CDU tanto che anche lui, in qualche modo, si considera legato al partito cristiano-democratico. Schulz è peraltro tra i più convinti assertori della regola del pareggio di bilancio in Costituzione e, tutto sommato, anche della linea governativa tedesca sull’Europa. Non credo che la signora Merkel possa avere qualcosa da ridire su Schulz come Presidente della Commissione.

Esiste nella politica e nell’opinione pubblica tedesca un’idea condivisa di cosa dovrebbe e dovrà essere l’Unione Europea nel futuro? La Germania è ancora impegnata sulla strada della realizzazione dell’unione politica o gli ultimi anni hanno convinto i tedeschi che il loro Paese può farcela anche con una “Europa leggera”?

L’euroscetticismo in Germania è al minimo storico. Il sogno del marco è solo di una piccola fetta di nostalgici, come mostrano i sondaggi. L’idea del governo tedesco è che si debba proseguire verso un’unione politica, fiscale e sociale con una contestuale rinuncia di poteri sovrani da parte degli Stati membri. Su questo l’establishment non ha dubbi e anche l’elettorato sembra seguire. Come ciò debba essere fatto, con chi e con quali tempi rimane oggetto di discussione. La paura tedesca è di perdere il controllo, qualora i poteri di intervento non fossero sufficientemente penetranti. A Berlino si percepisce che molti Stati membri non sono pronti a fare il grande salto – per certi versi non lo è nemmeno la Germania – ed ecco quindi che, carsicamente, riemergono formule come quella dell’Europa a due velocità. La stessa Merkel l’ha rispolverata un anno fa. Chi è d’accordo ad andare avanti, bene, chi non c’è e non vuole può restare indietro. Il Fiscal Compact, d’altra parte, è il frutto di questo modo di ragionare. Non è da escludere che la Germania, preso atto dell’impossibilità di costruire un’Europa federale, voglia proseguire verso la creazione di un club europeo più ristretto. Senza contare che Berlino ormai ha interessi politico-commerciali che vanno oltre l’eurozona e l’UE. Dipende molto da come si comporteranno gli altri Stati membri nel breve-medio periodo. Le performance attuali non lasciano prevedere nulla di buono.

In foto un incontro fra Angela Merkel e il Presidente della Commissione Europea Jose Manuel barroso (Foto: European Commission)

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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