sabato , 17 febbraio 2018
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L’Ambasciatore Lenzi: “Putin sbaglia, l’Ucraina era il suo ponte con l’Europa”

L’Ambasciatore Guido Lenzi nel corso della sua carriera professionale, si è dedicato particolarmente alle questioni europee, ai rapporti est-ovest e transatlantici, con particolare riferimento alle sedi multilaterali NATO, ONU, UE e OSCE. E’ stato anche Rappresentante Permanente presso l’OSCE a Vienna e Direttore dell’Istituto Europeo di Studi di Sicurezza a Parigi.

1) Ambasciatore, la crisi Ucraina sembrerebbe tutt’altro che risolta. Le tensioni verificatesi nelle province più orientali del territorio ucraino – Kharkiv, Luhansk e Donetsk – sono state solo in piccola parte represse dalle forze militari di Kiev. Da ex-diplomatico, qual è l’aspetto peggiore, più critico, di questa crisi e del comportamento della Russia sul palcoscenico internazionale?

La cosa peggiore che può capitare ad un diplomatico è perdere il proprio interlocutore, ha bisogno dell’interlocutore, altrimenti è privo di qualunque possibilità di argomentare. Non deve trattarsi necessariamente di qualcuno che concorda, può essere tranquillamente qualcuno in disaccordo, ma ci deve essere qualcuno con cui impegnarsi in una discussione. Le azioni di Putin mettono in difficoltà la diplomazia attraverso il suo continuo rifiuto nell’interloquire con il mondo circostante, soprattutto con l’Europa. L’Accordo di Associazione proposto da quest’ultima all’Ucraina è stato la causa scatenante della crisi, in quanto Putin l’ha ritenuto incompatibile con la sua offerta di includere l’Ucraina nell’Unione Eurasiatica.

A mio parere, questa ipotesi non risultava essere invece né alternativa e né contraddittoria. L’Ucraina poteva costituire l’anello di congiunzione fra l’Europa e la Russia. Poteva rimanere Ucraina e servire alla Russia come canale di comunicazione, di finanziamento, con il mondo più occidentale. È questo “invece”, o out-out, che io contesto. Bisogna per forza scegliere un campo? Al giorno d’oggi non è più necessario, anzi, bisogna essere capaci di scegliere tutti i campi, e avere la capacità e possibilità di muoversi in ognuno di essi. E questo è ancor più valido se si guarda al fatto che la Russia rimane comunque un Paese europeo, ai margini dell’Europa se vogliamo, ma la cui storia e cultura sono europee. La Russia è cristiana e romantica, malgrado il comunismo ne abbia cambiato le fattezze. Il muro è caduto e sarebbe bene che ne prendessimo atto tutti quanti e ricominciassimo a pensare a quella storia comune che abbiamo avuto fino al 1917.

2) Le ultime rivolte sembrerebbero ripercorrere temporalmente le vicende della Crimea, incluse le manovre di truppe russe sul confine e il presunto coinvolgimento di Mosca nel fomentare le rivolte. Crede possibile un nuovo “colpo di mano” del Cremlino e una rinnovata ed eventuale passività della comunità internazionale?

Un nuovo colpo di mano non si può escludere, perché siamo di fronte ad un interlocutore, il Presidente Putin, che ci siamo persi. Non potendo più interloquire con lui non sappiamo come agirà e non sappiamo se la forza cinetica di questo balzo, di questa sua iniziativa, finisca con il trascinarlo, anche senza volerlo, ripetendo a Donetsk e Kharkiv quanto successo a Kiev e in Crimea. Non bisogna dimenticare che un precedente a queste azioni c’è già stato nel 2008 in Georgia. La stessa operazione, con diverse condizioni e cause. Una sorta di riflesso condizionato sullo stampo di quella del 2008. La domanda continua ad essere: era necessario un riassorbimento della Crimea? La penisola risultava essere già de facto russa, piena di navi miliari russe, di soldati russi (sulla base di un accordo in vigore fino al 2042), non contando la grande maggioranza della popolazione russofona-russofila.

La Russia era già padrone di casa, seppur affittuario. Facendo così ha in un certo senso spaccato l’Ucraina, portandole via l’integrità territoriale e innescando un possibile riavvicinamento della parte più occidentale del Paese, altamente composito dal punto di vista culturale, verso il versante europeo. Se Putin ne ha preso un pezzo, e ora aspira a un secondo, ciò comporta, in automatico, la definitiva perdita dell’altro pezzo, della parte più occidentale, che tornerà ad essere in qualche modo ciò che era originariamente: un territorio polacco-lituano-europeo che non tarderà nel tentare di aderire all’UE. Che vantaggio potrebbe trarne? La logica del post Guerra Fredda vorrebbe che la Russia conservasse la sua influenza assieme a quella dell’Unione Europea, evitando un frattura che richiamerebbe alla “spartizione della Polonia”. Questa contrapposizione, dal punto di vista ideologico o di qualunque altro tipo, non ha più ragione di esistere.

3) Rispetto alla passività di cui parlavamo poco prima sembrerebbe che, tra i vari attori coinvolti, a giocare un ruolo di rilevo ci sia ancora l’Alleanza Atlantica, vero contraltare alle “aspirazioni” russe. Crede che la NATO possa veramente contenere le pretese di Mosca inducendo una “pacifica” de-escalation della crisi?

Un’altra conseguenza del comportamento di Putin è l’aver ridato ragione di esistere alla Nato. Se prima sembrava non esserci più alcuna ragione a giustificare la sua esistenza, vistosi esaurito il conflitto Est-Ovest, l’aggressione ha richiamato in causa l’utilità strategica di questo attore. La Nato ha riacquistato la propria “ragione d’esistere”. Anche se si guarda alle asserzioni di una supposta provocazione dell’Alleanza Atlantica nei confronti della Russia, attraverso la sua politica di allargamento verso est (come nel caso della Polonia), non sussiste alcun parallelismo o spiegazione logica al comportamento di Mosca. La Nato ha semplicemente risposto alle esigenze di sicurezza di Paesi (quali appunto gli ex-appartenenti al Patto di Varsavia più i tre Paesi Baltici) che si preoccupavano di colpi di coda da parte di Mosca.

Putin ha dimostrato poi che queste preoccupazioni erano perfettamente giustificate. È inverosimile che Putin abbia rimesso in auge un periodo storico che ritenevamo esaurito, senza che noi facessimo niente. La Nato non reagirà se non ad un attacco territoriale, per il semplice motivo che le regole del gioco sono cambiate. Noi occidentali stiamo giocando ad un gioco diverso, basato sulla collaborazione, basato sul coinvolgimento per stabilizzare le varie crisi in Europa Orientale, nei Balcani, in Afghanistan. Tutto un altro gioco, tutto un altro sistema. La logica della Guerra Fredda non funzionava più e non avrebbe più dovuto funzionare.

4) Come già da lei affermato il gioco è cambiato rispetto a quello della guerra fredda, sono cambiati gli attori, o perlomeno ce n’è uno che sembrerebbe giocare un ruolo di maggior rilievo: l’Unione Europea. La BBC riporta che sarebbe in procinto di essere avviato un programma – Support Group for Ukraine – incaricato di dare ampia e diffusa assistenza allo Stato ucraino, ma anche ad altri Stati ex-sovietici quali Moldavia e Georgia. Crede che possa essere un ulteriore mezzo di pressione o un consolidarsi di un distacco de-facto dell’Ucraina dalla sfera di influenza russa?

L’allargamento dell’Unione Europea è un fenomeno fisiologico, nel quale non vi è una componente aggressiva. Non è altro che una risposta alle esigenze dei cittadini, basata non su strumenti militari o di sicurezza, ma di natura socio-economica e di mercato. Non c’è nulla di aggressivo, nelle intenzioni e nella sostanza, nello stabilire con Moldova, Georgia e Ucraina dei rapporti di interscambio e di collaborazione, come d’altronde era già previsto. Stiamo parlando di Accordi di Associazione e non di integrazione istituzionale, di difficile attuazione in un’Europa già appesantita dal precedente processo di allargamento. Se la Russia considera questi accordi di cooperazione prettamente economica come una dimostrazione di aggressione nei suoi confronti c’è qualcosa di malato nel suo sistema politico. Non è una prova di forza da parte di Putin, ne sono estremamente convinto, è una prova di debolezza da parte di un Paese internamente vulnerabile, il cui rilancio economico fatica a partire. Un Paese sotto assedio, che soffre della “sindrome da accerchiamento”, minacciato di aggressione culturale ed economica. Un vittimismo strumentale utile al Presidente nel bilanciare il dissenso interno.

Photo: © Giuseppe Lettieri

L' Autore - Giuseppe Lettieri

Responsabile Sicurezza internazionale - Studente presso la Scuola Sant'Anna di Pisa iscritto al Master Human Rights and Conflict Management; laureato in Scienze Internazionali - Global Studies presso l'Università di Torino con una tesi sulle dottrine militari della controinsorgenza. Da sempre appassionato di questi inerenti sicurezza e difesa, il settore militare e la politica internazionale, mi occupo nello specifico di counterinsurgency e counterterrorism operations con riferimento all'area geografica mediorientale e del sud-est asiatico. Per Europae scrivo di Common Security e Defence Policy e European External Action Service.

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