martedì , 14 agosto 2018
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Lisek: “Dimenticare zone d’influenza. Siamo nel XXI secolo”

di Livia Satullo e Gaia Santori.

Roma, 7 maggio 2014. Nel Corso del Convegno “Europa e Russia: guardare avanti!”, organizzato dall’Istituto Luigi Sturzo, Europae ha intervistato l’europarlamentare polacco Krzysztof Lisek, membro della commissione AFET e della Delegazione alla commissione di cooperazione parlamentare UE-Russia.

La Polonia ha recentemente invocato l’utilizzo dell’articolo 4 del Trattato dell’Alleanza Atlantica. Una richiesta di aiuto alla NATO. La Polonia ha paura?

Chiaramente non crediamo che la Russia sia pronta a cominciare una guerra contro le nazioni della NATO, ma è anche vero che la Russia sta aumentando il suo budget militare del 30% e si sta preparando ad organizzare delle esercitazioni militari molto vicino ai nostri confini. Questo crea un certo senso di pericolo ed è per questo che la Polonia ha reagito chiedendo alla NATO di utilizzare l’articolo 4 del Trattato e ha chiesto un’azione comune, non militare. Una reazione da parte delle potenze del Patto. Siamo molto contenti di vedere che la NATO ha reagito e molte nazioni, Stati Uniti, Canada, Francia, Germania, Gran Bretagna stanno inviando velivoli militari per proteggere la parte orientale del territorio del Patto. Siamo anche contenti che gli Stati Uniti siano pronti a muovere delle truppe. Questo conferma che l’articolo 5 è ancora valido e importante.

Eastern Partnership. Quale è il futuro degli Accordi di Associazione, ad esempio con la Georgia o la Moldova? L’Unione Europea punterà mai ad integrare questi Paesi nell’Unione?

Sono stato per 4 anni lo standing reporter del Parlamento Europeo per la Georgia e ho sostenuto l’Accordo di Associazione con questo Paese. Il PE nel 2011 aveva già approvato questa idea, sostenuta dalla maggioranza dei gruppi politici. Sta a queste nazioni decidere se vorranno essere parte dell’Unione. Oggi sembra che questo processo riscuota un grande consenso in questi Paesi, da parte di tutti i partiti. L’Accordo di Associazione e la parte economica (il Free Trade Agreement) è cruciale, ma è solo un primo step. Penso sia una situazione win-win. Di certo, significa molto per questi Paesi, significa apertura del mercato europeo ai loro prodotti e ovviamente anche apertura dei loro mercati. Possono esportare prodotti agricoli, come ad esempio il vino georgiano e moldavo.

Ci sarebbero il vino italiano e francese a far loro una certa concorrenza…

La competizione non è niente di cattivo. Fornisce prodotti di qualità migliore e meno costosi per i consumatori. Ad ogni modo queste nazioni sanno di dover rispettare dei prerequisiti.

Lei ha detto che i confini dell’Europa arrivano fin dove vi siano Paesi che si sentono europei. Molte sono le voci riluttanti al definire la Georgia uno Stato europeo?

Se va in Georgia e visita i musei può vedere i pezzi più antichi della cultura europea. La Georgia fa parte di sicuro dell’Europa e le persone in Georgia si sentono europee. Non ho dubbi che essa possa diventare membro dell’UE in futuro, anche se in un tempo molto lontano da noi. Come ad esempio per Islanda e Turchia.

Durante il Convegno lei ha affermato che proprio di recente, negli ultimi 1-2 anni, l’approccio nei confronti della Russia è infine diventato unitario, indipendentemente dalle appartenenze partitiche. Questa unità però non è altrettanto forte in sede di Consiglio Europeo.

Nel Consiglio Europeo ci sono differenti opinioni, ma c’è accordo sul fatto che dovremmo reagire all’azione russa in Crimea. La differenza è nel come reagire. Quello che è successo in Ucraina è qualcosa di molto negativo: violazione del diritto internazionale. Il dibattito è su cosa fare per evitare i prossimi passi della Russia e interrompere questo processo. Alcuni Stati membri parlano di imporre pesanti sanzioni, altri dicono che sarebbe meglio negoziare e così via.

A proposito di sanzioni, non crede che queste rischino, paradossalmente, di danneggiare più l’UE della Russia stessa?

No, non penso. L’economia europea è molto più forte di quella russa. È vero, noi abbiamo bisogno del gas russo, ma loro hanno bisogno dei nostri soldi, della nostra tecnologia: è interdipendenza. Non si tratta di interrompere la cooperazione, sarebbe una follia. Tuttavia, dobbiamo accordarci su alcune regole e principi. E dimenticarci delle zone di influenza: sono una cosa del XX secolo. Noi siamo nel XXI secolo.

La Russia è però il maggiore fornitore di gas per molti dei Paesi europei…

La Russia è un importante fornitore di gas per l’Europa, ma non è l’unico. La Polonia ha dei contratti di gas liquefatto col Qatar, ad esempio. L’UE dovrebbe inoltre discutere con l’Iran, se l’Iran fosse disposto a liberalizzare il suo mercato. L’Iran ha risorse di gas molto più grandi della Russia. L’UE potrebbe cooperare con l’Iran in futuro. E poi vi sono altre fonti: rinnovabili, nucleari. Tutti, e soprattutto gli Stati europei che dipendono dalla Russia per il 100%, hanno capito ora che dovremmo diversificare le importazioni senza comunque escludere assolutamente le esportazioni dalla Russia

Il titolo del convegno di oggi era: “EU-Russia: a way forward” ma in effetti ben poco si è parlato di come si possa guardare avanti in questo rapporto e non vi sono state molte proposte a questo riguardo…

(Ride)…Rido perché il titolo della conferenza è stato elaborato qualche mese fa prima che la crisi esplodesse. Oggi il titolo sarebbe stato piuttosto: “EU-Russia: a way back” o “EU-Russia: full stop”. È una coincidenza. È vero che le relazioni sono difficili e il dibattito oggi, durante la conferenza, l’ha dimostrato ma va bene: è la realtà, succede.

A breve ci saranno le elezioni europee. Il pericolo posto dai partiti euroscettici è un pericolo reale? A cosa si deve l’affermazione di questi partiti?

È un processo abbastanza pericoloso. Penso non ci sia una riflessione seria da parte dei maggiori partiti sul perché sia accaduto. Anche in Paesi come la Francia che hanno creato l’UE, si è diffuso questo sentimento. Credo che gran parte della colpa ce l’abbiano i grandi partiti che si sono dimenticati di comunicare con le persone. Dall’altro lato, ovvio, è facile limitarsi a criticare. In questi partiti c’è molta critica, ma nessuna proposta. Una delle ragioni comunque, probabilmente, è che noi come UE tentiamo di ultraregolare tutto ed arriviamo all’eccessiva regolamentazione, come ad esempio per tabacco o le salsicce affumicate

Col Trattato di Lisbona è davvero cambiato qualcosa negli equilibri istituzionali europei?

Certamente, il Parlamento è molto più potente di prima: è una delle istituzioni che elabora le leggi. Non molte persone sanno che il PE insieme al Consiglio dell’UE elabora i due terzi della legislazione di ogni Stato membro. Significa che il Parlamento italiano ne crea solo un terzo.

Di certo gran parte dei problemi dell’UE sono dovuti a una mancanza di comunicazione ancor prima che di democraticità…

È vero. Questa sarà la nostra sfida per il futuro: informare le persone del ruolo del PE.

Nell’immagine Krzysztof Lisek, a sinistra, con Miguel De Bruycker (© Security & Defence Agenda, 2011, www.flickr.com)

L' Autore - Livia Satullo

Responsabile UE-Russia - Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche (“R.Ruffilli” di Forlì), ho da sempre nutrito una tripla passione per il giornalismo, l’Unione Europea e la diplomazia. Ex stagista preso la Rappresentanza Italiana all’UE e giornalista pubblicista dal 2011, ho fatto diverse esperienze all’estero tra cui un semestre di studio a Mosca che mi ha suscitato un’incredibile curiosità per la cultura e la lingua russa. Preparo il concorso diplomatico e nel tempo libro faccio atletica e scrivo racconti.

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