venerdì , 17 agosto 2018
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Marsili: “La risposta europea a Erdogan è stata una risposta tedesca”

In occasione di una conferenza tenuta presso l’Università di Pisa, Europae ha intervistato Carlo Marsili, ambasciatore d’Italia ad Ankara dal 2004 al 2010 ed autore del saggio “La Turchia bussa alla porta. Viaggio nel Paese sospeso tra Europa e Asia”. Qui di seguito viene proposta la prima parte dell’intervista, domani su Europae verrà pubblicata la seconda.

La Commissione ha sostenuto che un processo di adesione “attivo e credibile” resti la migliore strategia di cooperazione tra UE e Turchia. Esistono oggi delle reali alternative, ad esempio la negoziazione di una “privileged partnership”, come a lungo sostenuto dalla Germania?

Una “relazione privilegiata” esiste già, in quanto a partire dal 1963 l’UE ha stretto con la Turchia accordi doganali, giuridici, economici, politici e militari: per questa ragione non è possibile porre qualcosa che già esiste come obiettivo di negoziati che andranno avanti magari altri 10 o 15 anni. Naturalmente la Turchia non può accettarlo, perché quando un Paese viene riconosciuto come candidato ufficiale, l’unico obiettivo dei negoziati deve essere quello della piena integrazione: se questo obiettivo viene negato, seppure sostituendolo con una forma molto particolare di relazione privilegiata, si viene meno al principio fondamentale di diritto internazionale secondo cui pacta sunt servanda.

Ma il problema è anche un altro: non solo i progressi nei negoziati sono pochi, ma l’UE attraversa anche una seria crisi economica e si rivela ancora incapace di elaborare una politica estera e di sicurezza comuni. Tutto ciò fa sì che l’opinione pubblica turca sia sempre meno interessata all’ingresso nell’Unione. Il punto è che se l’Europa lascia il processo di integrazione a metà, questo sarà semplicemente servito al governo turco a fare delle riforme a lui stesso vantaggiose: infatti, le condizioni imposte dai negoziati di adesione gli hanno permesso di mettere i militari sotto il controllo politico e di affermare la libertà di religione, ossia superare il rigido laicismo proclamato da Atatürk. Si tratta di riforme che si inseriscono perfettamente nel contesto europeo, ma possono essere problematiche se la prospettiva di adesione scompare. Sarebbe un errore macroscopico della diplomazia europea: un Paese che era, diciamo, al 60% europeo, potrebbe diventare un Paese del tutto mediorientale.

Il riconoscimento di Cipro è realmente l’ostacolo maggiore, o la questione è stata strumentalizzata per non dover affrontare problematiche più ampie, come quella dell’identità europea o del peso che la Turchia avrebbe in termini di rappresentanti in seno alle istituzioni?

Certamente è una questione in parte strumentalizzata, però esiste anche un problema obiettivo, che nasce dal fatto che Cipro è entrata nell’UE senza aver risolto prima il problema delle relazioni tra la comunità greca e quella turca. L’impasse va avanti da moltissimi anni: c’era una prospettiva straordinariamente intelligente di risolverla nel 2004 con il piano del Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, ma purtroppo il referendum, accolto dalla comunità turco-cipriota a larghissima maggioranza, è stato respinto da una maggioranza egualmente forte tra i greco-ciprioti. Questo ha portato ad un regresso della questione, perché si è dovuto iniziare da capo un negoziato quando si era arrivati naturalmente alla sua conclusione. Personalmente, ritengo che la soluzione auspicabile sia certamente quella che le due parti giungano ad un accordo per formare un’amministrazione che tenga conto degli uni e degli altri, naturalmente in proporzione alla popolazioni, ossia con una posizione maggioritaria per i greco-ciprioti.

Ma, siccome questo esito non è affatto scontato, bisogna prendere in esame anche un’altra possibilità più realistica: nel caso in cui sia impossibile arrivare ad un accordo, è semplicemente impensabile pensare di continuare con la finzione giuridica e pratica di tenere i turco-ciprioti nell’UE come se fossero rappresentati dal governo greco-cipriota. Sull’isola ci sono due Stati: vero è che uno di questi è riconosciuto dalla comunità internazionale in senso lato e l’altro è riconosciuto soltanto dalla Turchia, ma questa è la situazione attuale perché la Turchia non ha mai forzato la questione del riconoscimento. Io sono certo che se la Turchia lo chiedesse ai Paesi dell’Organizzazione della Conferenza islamica, che sono quasi 60, molti di questi sarebbero disposti a riconoscere Cipro nord. Ciò porrebbe alla diplomazia europea un problema molto grave, perché ci sarebbe un Paese riconosciuto da molti altri Stati che è all’interno dell’UE in modo fittizio, ma che non ha una rappresentanza in seno al governo dell’isola.

A seguito degli avvenimenti di Gezi Park, l’apertura di un nuovo capitolo nei negoziati di adesione, che era prevista in quei giorni, è stata rimandata ad ottobre. Si è trattato di una scelta debole da parte dell’UE, o è stata piuttosto una scelta strategica?

Diciamo la verità, la risposta europea è stata più che altro la risposta tedesca, perché è stato il Cancelliere Merkel ad affermare che, a fronte dei fatti di Gezi Park, non si potesse aprire un nuovo capitolo dei negoziati di adesione: non è stato detto ufficialmente, ma la questione turca non poteva essere sollevata finché non ci fossero state le elezioni tedesche (ricordiamo che ci sono 5 parlamentari di origine turca nel Bundestag, è innegabile che sia una comunità che ha un peso politico rilevante nel Paese). Il resto dell’Unione si è accodato alla Germania, ma in fondo questo è comprensibile: sarebbe infatti inutile nascondersi che i fatti di Gezi Park siano stati gravi. Il fatto è che casi come questi si potranno ripetere: in una democrazia senza alternanza, il partito che sta all’opposizione in fondo sa di avere l’appoggio di quasi mezza Turchia e comincerà a pensare che ci deve essere un modo per richiamare l’attenzione anche se non vince mai le elezioni.

Il problema nasce dalla soglia di sbarramento del 10%, introdotta dal regime militare nel 1983 per impedire l’ingresso in Parlamento degli islamici: si è trattato di una beffa della storia, perché gli islamici in Parlamento ci sono entrati comunque nel 2002 con il 34% dei voti, conquistando poco meno dei 2/3 dei seggi. Nelle ultime elezioni, con il 49,8% dei voti hanno conquistato meno seggi, perché i partiti in Parlamento non sono più solo due, ma quattro. La soglia di sbarramento introduce molte distorsioni, capisco che assicuri la stabilità politica, ma bisogna andare incontro ad esigenze di modernizzazione, come riconosciuto anche da alcuni esponenti del partito di governo. Certamente in questi dieci anni il governo di Erdogan ha fatto molti progressi sulla via della democratizzazione, ma questo disattendere le istanze – soprattutto giovanili – che si sono manifestate e che continueranno, secondo me è un grave errore.

Quali sarebbero gli interessi economici dell’adesione della Turchia? Dato che un’unione doganale esiste già, l’adesione porterebbe davvero maggiori benefici?

Se le cose stessero ferme, l’attuale situazione di interscambio economico potrebbe essere considerata relativamente soddisfacente, perché una fetta consistente – seppur in diminuzione negli ultimi anni – del commercio internazionale della Turchia è fatto con l’UE. Però le cose non stanno ferme, e l’Europa ha sempre più bisogno di avere non solo un grande partner economico, che nella Turchia ha già – anche se non con tutti i benefici della piena integrazione – ma pure un partner strategico dal punto di vista delle politiche energetiche. La Turchia è da sempre l’hub tra Europa e Medio Oriente: le risorse che provengono da Iraq, Azerbaijan ed Asia Centrale devono necessariamente passare per la Turchia e non ci sono alternative, se non si vuole essere completamente dipendenti dalla Russia. Ed è chiaro che nessuno vuole essere dipendente in gran parte da un singolo Paese, perché si rischia di trovarsi nella situazione dell’Ucraina. Se non integriamo la Turchia nell’Unione, allora evidentemente i turchi potranno imporre delle tariffe maggiori sulle risorse energetiche che arrivano attraverso il loro Paese, e questo è un calcolo strategico a favore della Turchia nell’UE.

In foto il Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdogan (Foto: European Commission) 

L' Autore - Chiara Franco

Laureanda magistrale in International and European Studies presso l’Università di Trento ed allieva della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Nel frattempo, sono passata da Parigi, Londra ed Istanbul per periodi di studio e ricerca. Scrivo di relazioni esterne dell’UE, con un occhio di riguardo a Turchia e Medioriente.

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