mercoledì , 21 febbraio 2018
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Monti: “Classe politica miope. L’Italia vuole ancora l’Europa”

Dalla nostra corrispondente a Bruxelles – Dal 10 al 12 ottobre si sono svolte nella capitale dell’UE “Les journées de Bruxelles”, tre intense giornate di dibattiti di alto livello sul futuro dell’Europa organizzate dal quotidiano francese Le Nouvel Observateur in collaborazione con il Palais des Beaux-Arts. All’insegna dell’eloquente – e ambizioso – motto “Réinventer l’Europe”, la tre-giorni di conferenze ha riunito un centinaio di illustri personalità del calibro di Jacques Delors, Valéry Giscard d’Estaing, Mario Monti, Martin Schulz e Guy Verhofstadt e più di 8.000 partecipanti. La scelta di una parola d’ordine così perentoria risponde – per usare le parole del direttore del Nouvel Observateur Laurent Joffrin – alla necessità di provocare una scossa nei governi e nelle opinioni pubbliche europee in vista delle ormai imminenti elezioni per il Parlamento Europeo, che rischiano di trasformarsi in un trionfo per movimenti anti-europeisti. Venerdì pomeriggio, Mario Monti, Guy Verhostadt e José Luis Rodriguez Zapatero si sono trovati a dibattere sul tema “Che cosa abbiamo fatto dell’Europa?” davanti ad una sala gremita. Nel corso del suo intervento, Mario Monti ha rimarcato che il peggiore dei mali di cui soffre la democrazia europea è la miopia dei politici nazionali, troppo occupati ad assicurare la propria rielezione per affrontare i problemi dei propri Paesi di appartenenza adottando le necessarie riforme strutturali. L’Europa ha bisogno di una politica più responsabile in tutti gli Stati membri per poter creare un sistema democratico condiviso e di qualità. In questo senso – ha aggiunto Monti, portando la sua esperienza al governo come esempio – occorre creare una sorta di grande coalizione, a livello nazionale, in vari Paesi dell’UE per far sì che siano adottate le riforme strutturali necessarie.

Una volta terminata la conferenza, Mario Monti ha gentilmente accettato di rispondere a qualche domanda e di approfondire alcuni aspetti del dibattito appena concluso con la nostra corrispondente.

Senatore Monti, secondo lei si può affermare che in Italia manca un’informazione puntuale e continuativa sulle attività delle istituzioni europee? Che rapporto c’è tra la mancanza di informazione – o la difficile reperibilità della stessa – e la crescita nei sondaggi dei movimenti populistici, tendenzialmente anti-europeisti?

«Non so se c’è davvero una mancanza di informazione sull’UE in Italia rispetto ad altri Paesi. Certo, le istituzioni europee – e in particolare la Commissione – si occupano ogni giorno di un gran numero di problemi e le decisioni che poi vengono riportate dalla stampa arrivano inevitabilmente filtrate. Da questo punto di vista, penso che più che un problema di mancanza di informazioni ci sia una mancanza di guida da parte delle istituzioni per l’interpretazione corretta delle decisioni prese a Bruxelles. In questo senso, ritengo che le istituzioni debbano fare di più per spiegare all’origine le decisioni prese. D’altro canto, non è detto che questa presunta mancanza di informazione sulle attività dell’UE contribuisca necessariamente alla crescita di un’opinione pubblica anti-europea. Qualche volta le informazioni abbondano, ma è proprio la decisione che è stata presa dalle autorità europee che appare impopolare: ad esempio, la decisone di sanzionare un Paese perché ha violato il Patto di Stabilità. Di nuovo, ci vorrebbe più pedagogia fatta sia da Bruxelles, sia dai governi nazionali per spiegare ai cittadini che, anche se quella decisione puntuale può restringere le possibilità di azione del Paese nell’immediato, essa rientra però in una logica che porterà benefici al Paese nel medio termine. C’è sempre una necessità di intermediazione e spiegazione da parte dei governi nazionali. Certamente, se il governo di un Paese trova utile buttare la croce addosso alle istituzioni europee per le decisioni “scomode”, usando Bruxelles come capro espiatorio, allora il problema non è la mancanza di informazione, ma la mancanza di onestà nell’interpretare l’informazione a livello nazionale».

Ricollegandoci a quanto detto da Verhofstadt durante il dibattito, si può dire allora che «il problema non è l’Europa, ma come i governanti nazionali gestiscono l’Europa»?

«In realtà, entrambe le cose. Le istituzioni europee sono strutture complesse, che operano seguendo procedure spesso molto lente e difficili da spiegare e da capire. D’altro canto, l’Unione Europea, con i suoi 28 Stati membri, è per definizione complessa. Speriamo davvero di andare verso un’unione politica, anche se non penso che ci si arriverà molto presto. Almeno non finché le élites nazionali continuano a scaricare la colpa delle proprie mancanze su Bruxelles».

Prima, durante il dibattito, lei ha affermato che tutto sommato l’opinione pubblica italiana è ancora abbastanza favorevole all’idea di Unione Europea, perché permane ancora il «raw material», la materia prima. In che senso?

«In fondo, la costruzione europea va avanti se la gente la vuole e se, in particolare, gli Stati membri sono disposti ad andare avanti in questa direzione. Se un Paese ha un’opinione pubblica favorevole all’Europa, quel Paese adempie al suo ruolo nel quadro dell’integrazione europea e può anche farsi valere di più nei confronti degli altri Paesi al tavolo delle decisioni».

Veniamo alla situazione italiana: il governo Letta ha assunto posizioni chiaramente europeiste. Ma in un momento come questo, in cui l’Italia ha bisogno di riforme di largo respiro, un governo di coalizione che tiene insieme forze politiche così diverse tra loro è in grado di dare questo slancio al Paese?

«Sì, a patto che l’esperienza della grande coalizione sia vissuta seriamente. E’ più facile che un governo di coalizione porti avanti le riforme necessarie, piuttosto che un governo di centro-destra con un’opposizione di centro-sinistra o viceversa. Ci vuole un certo senso di responsabilità, ma nel momento in cui è necessario fare delle riforme politicamente costose, se si scarica il costo su entrambe le parti è più facile che i partiti aderiscano».

N.d.R. Una settimana dopo aver rilasciato questa intervista, Mario Monti ha rassegnato le dimissioni da presidente di Scelta Civica – movimento che lui stesso ha creato – a causa delle divergenze di opinioni emerse in seno al partito all’indomani dell’approvazione del disegno di legge di Stabilità da parte del governo Letta. Mario Monti aveva infatti espresso forti riserve nei confronti della manovra, posizione non condivisa però da undici senatori all’interno del suo stesso partito.

In foto, l’ex primo ministro italiano Mario Monti (© Zinneke – Wikimedia Commons)

L' Autore - Stefania Bonacini

Responsabile politiche regionali e industriali - Ho conseguito la laurea magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna, con una tesi in inglese dal titolo: "Dynamics of Transition in Egypt: the Role of the EU". Dopo aver lavorato un anno a Bruxelles, mi sono trasferita di nuovo in Italia. Mi occupo principalmente di comunicazione.

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